Alfabeto Pasolini

Variazioni sul figliol prodigo

Lunedì 21

 

Non saranno tutti d’accordo, ma mio zio Marcello era convinto che il male s’annida nella pretesa di convertire gli altri, una pretesa che gli suscitava antipatia, e c’era anche un’altra cosa che gli dava fastidio, cioè la cortesia borghese, diceva mio zio Marcello

Ecco, Dario Camozzi, oltre a essere simpatico, è anche ruvido di natura e quando oggi l’ho intravisto mentre guardava la casa coi nani da giardino mi sono fermato volentieri a parlare con lui, perché sarà pur vero che la vita degli altri è interessante, ma la sua lo è ancora di più. Aveva il cane al guinzaglio, la barba bianca e un berretto di lana calato fino agli occhi. Sembrava uno squilibrato. 

Dunque mi avvicino e gli chiedo come sta. Male, dice lui, m’ha steso il Covid. Si tira dietro l’asma da gennaio, gli fischia un orecchio e i muscoli sembrano fatti di pasta frolla. Poi molla il cane che si mette a correre da tutte le parti e un momento dopo si sente il verso stridulo di un fagiano in volo. 

Sul lavoro continuo come al solito, dice. Si occupa di minorenni, soprattutto orfani, uno più disgraziato dell’altro. Quanto alla sbandata di due anni prima, ormai è acqua passata. Allude a una ragazza per la quale aveva perso la testa, una più giovane di quindici anni. C’era andato a sbattere come si sbatte contro un palo della luce.

Dario l’avevo conosciuto prima ancora laurearmi, quando davo lezioni in una scuola per privatisti, tutti adulti, alcuni anche più vecchi di me. Lui aveva abbandonato gli studi ma dopo cinque anni di fabbrica ci aveva ripensato. Cercava il diploma ma cercava anche dell’altro perché a fine lezione mi chiedeva spesso di andare a bere una birra.

 

 

E lei non l’hai più rivista? Neanche per sogno, dice. Ha troncato di netto dopo che suo figlio, il maggiore, s’è imbattuto in un messaggio sul cellulare, e lui, Dario, s’è consegnato prigioniero. Non ha negato niente. Fate voi, ha detto in famiglia, quello che è mio è vostro e se volete faccio la valigia e me ne vado anche subito. 

Loro non l’hanno cacciato ma quando lui entrava in cucina uscivano tutti, moglie e figli, anche il ragazzo che hanno in affido, uno dopo l’altro. Oppure mangiava un panino dove aveva messo la branda. Sul lavoro stavo coi derelitti, dice, e a casa ero più derelitto io di loro. 

In casa passava il tempo in uno sgabuzzino, recitava i Salmi accompagnandoli con la chitarra. L’ho ingoiata fino in fondo, la merda. E il peggio è stato quando suo figlio gli ha messo le mani addosso, ma lui ha lasciato fare, più che altro gli dispiaceva per il figlio perché sapeva bene che è terribile picchiare un padre. Ma anche mia moglie ha dovuto cercare la verità, il fosso ha due sponde, dice Dario, e quando a letto il fuoco dura il tempo di un fiammifero acceso vuol dire che qualcosa non va più.

 

Ormai il sole è basso e io faccio per andarmene, ma lui aggiunge che se in casa è andato tutto a posto, anche meglio di prima, continuano a sanguinare vecchie ferite. Le risveglia il ragazzo che hanno in affido quando rivede il padre, che è un alcolizzato. Il ragazzo torna a casa con una faccia che mi ricorda la mia, dice Dario. 

Mi aveva già parlato di quello che aveva subito, ma adesso aggiunge qualcosa di più. Non un violento ma un criminale, dice di suo padre morto vent’anni prima, e non hai idea di quante volte gli ho augurato di crepare. Poi racconta che per una nota presa in terza elementare suo padre l’aveva sollevato di peso e l’aveva tirato contro il muro. C’è solo una cosa che non gli ha fatto sanguinare, il culo, dice Dario, tutto il resto gliel’ha spaccato, e se andava a lamentarsi da sua nonna, quella lo legava a un piede del tavolo e colpiva con la cinghia.

Ecco, il filosofo Remo Bodei sostiene che ci serviamo dell’immaginazione come antidoto alla povertà dell’esperienza individuale. Scrive che la letteratura ci fa sentire la nostra vita più vasta e più ricca. Vero, ma anche la vita di Dario Camozzi ha la potenza di imprimersi indelebile nell’immaginazione, e dopo averlo salutato, mentre mi avvio verso casa, mi sento un uomo graziato dal cielo.

 

 

Martedì 22

 

La scena è questa: un mio amico di nome Geminiano sta facendo lezione all’ultima ora e uno alza la mano per denunciare un altro studente che è scivolato nel sonno. Vorrebbe che lo svegliassi di soprassalto, dice questo mio amico al telefono, e lo sai perché? Perché vuole deriderlo, è l’effetto di trasmissioni televisive che da decenni istigano al comportamento sadico, canzonare di chi cade in disgrazia, godere nel dargli addosso, vederlo rotolare ancora più in basso, trasmissioni come Le Iene e Striscia la notizia.

Ma lui, il mio amico, li ha gelati: il dormiente è in uno stato di grazia e va invidiato anziché rimproverato, si trova vicino alla fonte stessa dell’esperienza letteraria, molto più vicino di chiunque altro presente nell’aula. Poi ha proseguito a voce bassa, guardato con disapprovazione da quelli che prendevano appunti, convinti che il professore avesse commesso un grave torto. 

 

Per quanto mi riguarda, anch’io avrei da dire qualcosa sul senso dell’ingiustizia. Un giorno ho richiamato la parabola del figliol prodigo. La conoscete? Qualcuno non la ricordava e così faccio il riassunto. Ci sono due figli e il più giovane chiede la sua parte di eredità al padre poi va in giro per il mondo. Dopo aver sperperato tutto cade nella disperazione e a quel punto torna a casa. Cosa fa il padre? Il padre lo accoglie con gioia, fa festa perché ha ritrovato un figlio che credeva morto, e ordina che venga sacrificato il vitello grasso. E l’altro? Il figlio maggiore che è sempre rimasto a lavorare col padre? È talmente pieno di risentimento che non entra neanche in casa. 

Beh, alla fine quasi tutti i miei studenti hanno preso le parti del figlio maggiore. Ma lei cosa farebbe? hanno chiesto in tono un po’ polemico. Io farei come il padre, ma in fondo in fondo non saprei dire perché. 

 

 

Mercoledì 23

 

Oggi mi avvicina un collega di matematica e mi offre un caffè al distributore del secondo piano. Mentre aspettiamo che esca la miscela corrosiva dice che comincia ad accusare della pesantezza, non vede l’ora di andare in pensione per cambiar vita. Forse potresti dare qualche lezione privata in meno, gli dico, e godere un po’ di più del tempo. Lui risponde che non riuscirebbe a mantenere i suoi vizi. Io non lo contraddico, ma penso che non sia prudente rimandare troppe cose a tempi migliori perché la vita è una carogna che da un momento all’altro ti pianta in asso, e senza preavviso. Comunque mi trattengo, non voglio che il caffè gli vada di traverso. 

 

Dopo un po’, dopo aver vagheggiato di viaggi esotici che lui si permette nei periodi di vacanza, e non certo con lo stipendio da professore, sottolinea, non appena suona la campana mi fissa negli occhi e mi poggia una mano sulla spalla. Ci sono due tipi di esseri umani, quelli come me e quelli che piacciono a mia moglie, dice col tono di un oracolo. Quindi s’infila nell’aula lì vicino.

Una battuta che assume i tratti dell’enigma solo dopo che si è chiuso la porta alle spalle, quando mi viene in mente che lui non è sposato.

Adesso ho un’ora buca e faccio un giro nella biblioteca della scuola dove su un tavolo trovo un volume di Martin Gilbert sulla Prima guerra mondiale. L’ha appena restituito uno studente ed è sottolineato un passo in cui si afferma che le contese territoriali non furono poi così importanti nel causare la guerra. Non sono sicuro che il grande storico inglese abbia ragione, ma ne ha da vendere in un passo successivo, però non sottolineato: rivalità e dispute si mescolarono e concorsero a eccitare gli umori, a fornire le occasioni che resero la guerra prima immaginabile, poi possibile e infine desiderabile. 

 

Quello che impressiona è la gradazione ascendente dei verbi. Perfino desiderabile? Forse, in certi momenti, gli uomini confondono la guerra con le scene dei romanzi cavallereschi. La pensano come occasione per vivere avventure eroiche, per disfide da combattere a singolar tenzone, e di conseguenza la guerra diventa una possibilità fra le altre. 

Il fascino della guerra è dovuto a una distorsione cognitiva che fa sentire a molti di appartenere a un’unità. Lo dice Stefan Zweig: ciascun individuo assiste a un ampliamento del proprio io, supera l’isolamento sentendosi parte di un popolo, e la sua persona trascurabile acquista una ragion d’essere. 

Però, a chi avesse bisogno di trovare un senso alla vita, prima di cercarlo nella guerra, consiglierei di leggere una lettera del pittore Ferdinand Léger. Descrive un episodio visto di persona: un povero soldato doveva andare a cacare, è uscito dalla trincea e quattro metri più in là l’hanno fatto secco. Era impossibile andare a cercarlo. Le palle passavano così fitte che sarebbe stata una follia. Abbiamo assistito a tutta la sua agonia, chiamava i suoi compagni per nome. Chiamava sua moglie, chiamava la sua bambina, Marcella. È durato 20 minuti. Tutti piangevano. Mai, nella mia vita, sono stato tanto sconvolto.

 

 

Giovedì 24

 

In questi giorni vado a controllare spesso i miei limoni per vedere a che punto è la ripresa vegetativa. Le gemme dei fiori stanno già uscendo e i frutti, maturati in inverno sotto i teli che avevo messo per proteggerli dal gelo, hanno il colore intenso della piena maturazione. Dovrei anche fare un innesto su un limone selvatico nato da un seme buttato a caso però non so se sono capace. Sarà meglio chiedere consiglio a un mio collega di scienze, che è anche un provetto agronomo.

Oggi, in un’ora libera, ho sistemato nel mio scatolone alcuni pacchi di verifiche che avevo ancora a casa, poi ho passato l’ultima ora in quarta a parlare dei moti del 1820 e dell’indipendenza ottenuta dalla Grecia con la pace di Adrianopoli. Ho anche accennato a un dipinto dal titolo Scene dei massacri di Scio. Delacroix l’aveva esposto il 25 agosto del 1824 per denunciare le violenze compiute dai Turchi, ma all’epoca molti si erano soffermati sull’aspetto tecnico giudicando repellente l’uso del colore. Perfino Gros, che pure, in passato, aveva apprezzato l’opera di Delacroix, sembra abbia parlato di massacro della pittura.   

 

 

Poi, alla fine della lezione, m’avvicina una ragazza per dire che lei e alcuni altri non andranno in gita, e vorrebbero che durante le mie ore insegnassi loro a giocare a scacchi. Ecco una cosa che non mi hanno mai chiesto. Come si muovono i pezzi posso insegnarlo, anche una o due aperture, ma più in là non vado. Io sono onorato, naturalmente, ma sarebbe una gran bella cosa far venire un vero maestro, e magari introdurre gli scacchi come disciplina scolastica. Insegna a essere umili. Almeno l’ha insegnato a me quando intorno ai vent’anni ho partecipato a un torneo della Società scacchistica Capablanca. 

Mi era capitato di fare una partita con un avversario che per aspetto e modo di parlare sembrava non valesse niente. Da giovane presuntuoso avevo aperto alla garibaldina credendo di portare a casa la vittoria senza bisogno d’impegnarmi. Ma poi mi ero dovuto ricredere e alla quattordicesima mossa il signor Macrì mi ha dato scacco matto. Lavorava come operaio manutentore alle Ferrovie dello Stato, mani callose, dita grosse come salsicce e sorriso gentile ma non borghese. Conservo ancora la trascrizione della partita. 

 

Venerdì 25

 

Oggi devo accompagnare mia figlia in città per farsi sbloccare il bancomat. È una giornata di cielo azzurro e il colore degli intonaci rifatti da poco risplende sotto l’effetto del sole. Mentre lei è in banca scatto qualche fotografia, poi vado in un bar a prendere un cappuccino. È un posto pretenzioso, per di più la schiuma è poco cremosa e c’è anche troppo latte. All’uscita mi fermo sulla soglia del bar per leggere un articolo del Resto del Carlino e m’avvicina il padre di mio ex studente per chiedermi se abito in quella zona. 

No, sono qui per caso, dico io, poi lui inizia a raccontare di suo figlio che fa il direttore finanziario di una società da duecento milioni di euro. È una delle prime cose che dice. E non si è sposato ma si diverte molto, aggiunge. Quindi s’avvicina la moglie, la saluto e il marito va a ordinare qualcosa. Ci pensa lei a riprendere il discorso da dove l’aveva lasciato il marito, cioè parla di questo loro figlio, che pratica il triathlon, che ha comprato casa nel centro storico di Bologna e si gode la vita. 

 

Nell’ascoltare prima il padre e poi la madre, ho provato la stessa sensazione che avevo quando venivano a ricevimento, cioè un senso di pietà per l’altro figlio, perché loro ne hanno due, di figli, e io sono stato professore di entrambi, uno che se l’è sempre goduta, il maggiore, e l’altro che ha sempre arrancato. Di uno ne parlavano orgogliosi, del secondo non ne parlavano nemmeno, i genitori, quello in palmo di mano e questo sul badile, la moto al più grande e all’altro, si e no, la bicicletta. Non ho mai capito il perché. Forse uno andava meglio dell’altro a scuola? O aveva più successo con le ragazze? E ricordo che il maggiore, una volta, aveva parlato del fratello in modo inconsueto. Quel coglione, aveva detto, tanto grosso e tanto coglione.

In ogni caso, al momento di andarmene, mando i saluti a tutti e due i fratelli. Mi raccomando, salutateli entrambi, i vostri figli.

 

Tornato a casa, prima salire per cucinare, propongo a mia figlia di fare due passi. Arriviamo fino a una casa di contadini dove c’è della biancheria ad asciugare, mutande, magliette, anche asciugamani, e mentre in lontananza si fa sentire un trattore che sta tirando il rimorchio con un carico di balle, faccio una domanda a bruciapelo che lascia mia figlia stupita: ma tu hai l’impressione che io faccia molte ingiustizie fra te tuo fratello?

Sulla strada del ritorno mi cade l’occhio su un bordo dell’asfalto dove la strada è sgretolata. Dai frammenti spunta solitario un esemplare di Veronica persica, comunemente detto Occhio della Madonna, pianta erbacea che suscita poco interesse, spesso confusa con il Non ti scordar di me

Ho sempre avuto ammirazione per la capacità che hanno i vegetali di sopravvivere in condizioni avverse, la camomilla, ad esempio, il cisto, il cappero, che cresce anche nelle pareti verticali dei castelli, tra una pietra e l’altra, in posti dove piove pochissimo. E il fiore azzurro che spunta dall’asfalto merita una fotografia. 

 

Sabato 26

 

Poi, ieri sera, quel mio amico che insegna a Bologna m’ha scritto per dire che secondo lui c’è una lacuna nei nostri percorsi formativi. Manca un liceo delle scienze funerarie. Una mancanza alla quale si dovrebbe provvedere visto che l’Università di Padova ha istituito un master in Death studies & the end of life per chi voglia specializzarsi in counselling tanatologico, ovvero sostegno psicologico e accompagnamento alla morte. Ho pensato che fosse uno scherzo e sono andato a controllare, invece è vero, c’è scritto proprio così sul portale. È un master per l’anno accademico 2021-2022.

 

Domenica 27

 

E quando uno racconta una storia non deve mostrare incertezza. Se non si ricorda qualcosa deve inventare, imbrogliare come un ciarlatano, perché altrimenti chi ascolta s’accorge subito che chi parla non sa quello che sta dicendo ed esce dalla magia del racconto. Parole testuali che ho sentito dalla viva voce di un grande scrittore.

Quanto ai nani da giardino, visto che ne ho accennato all’inizio, venivano rapiti ad opera di un movimento nato in Francia a metà degli anni Novanta. Piccoli gruppi clandestini che operavano attraverso cellule dislocate sul territorio per sfuggire all’azione repressiva delle forze dell’ordine. Agivano col favore delle tenebre, vestiti di nero, col passamontagna calato sul volto. Scavalcavano i cancelli attenti a evitare telecamere e sistemi d’allarme, quindi prendevano in braccio i nani e li portavano in salvo. Caricavano anche funghi e carriole, e naturalmente Biancaneve, se c’era anche lei. Il tutto senza lasciare la minima traccia.

 

Un fenomeno criminale che si è diffuso in tutta Europa e qualche anno fa è arrivato a Reggio Emilia, precisamente a Montecchio, dove gli autori di un simile rapimento hanno lasciato la firma: Fronte di Liberazione dei Nani da giardino.

Non si creda che questa sia una storia da ciarlatani. Tutto vero, documentabile. Dispongo di un apposito dossier, al riguardo.

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