Verso l’infinito di Giacomo Leopardi

A duecento anni dalla stesura dell’Infinito, Enrico Palandri dedica a Giacomo Leopardi un omaggio appassionato, il saggio narrativo Verso l’inifinito, edito da Bompiani nella collana «Passaggi». Palandri ha esordito nel 1979 a vent’anni con Boccalone, un romanzo scritto quando era uno studente dell’università di Bologna negli anni caldi delle lotte politiche, tracciando il ritratto di una generazione. Oggi Palandri ha sessant’anni, molti libri importanti al suo attivo e tre figli, tutti in età di studi superiori e universitari: leggendo questo scritto, tenuto in equilibrio perfetto tra il racconto, lo studio di documenti e il saggio filosofico, dedicato a un poeta che si può definire come il più classico e il più irregolare della letteratura italiana, si ha l’impressione che il suo autore abbia pensato a loro.

Nel racconto degli anni di Recanati, quando Leopardi progetta la fuga dalla casa dei genitori, pianificandola nei dettagli, Palandri ci mette di fronte alla vicenda di un ragazzo insofferente dell’educazione familiare. Nonostante la natura eccezionale delle sue doti intellettuali e della sua formazione, avvenuta sotto la guida di un padre innamorato dei libri al punto da dissipare il patrimonio di famiglia per costruire la sua formidabile biblioteca, a diciassette anni Leopardi si comporta come tutti i ragazzi della sua età: vuole prendere le distanze dai genitori, vuole sentirsi libero di frequentare gli amici che si è scelto, vuole definirsi come uomo elaborando un pensiero svincolato dall’educazione domestica. È disgustato dagli amici del padre, funzionari dello Stato della chiesa, oscurantisti, retrogradi e untuosi, anche quando si rivolgono a lui, figlio del conte Monaldo, tessendo le lodi del suo lavoro di filologo e di studioso dell’antichità classica. Da Roma, Giacomo scrive al fratello Carlo: «Ieri fui da Cancellieri, il qual è un coglione, un fiume di ciarle, il più noioso e disperante uomo della terra; parla di cose assurdamente frivole col massimo interesse, di cose somme colla maggior freddezza possibile; ti affoga di complimenti e di lodi altissime, e ti fa gli uni e l’altre in modo così gelato e con tale indifferenza che a sentirlo, pare che l’esser uomo straordinario sia la cosa più ordinaria del mondo». Leopardi sente già che l’erudizione è cosa fredda e scialba al confronto della vita. «Per Leopardi non sarà mai tanto importante cosa significhino le cose – scrive Palandri –, ma che accadano e che vengano vissute». 

 

 

Il primo viaggio a Roma acquista allora un senso solo perché permette una visita commossa alla tomba di Torquato Tasso. Sono i primi passi per separarsi da un mondo provinciale – quello del padre e della sua cerchia – avvicinandosi a nuovi amici, per entrare nel vivo dei conflitti che attraversano il suo tempo: «Uscire dal mondo neoclassico per entrare in quello romantico, fuori da un Settecento erudito in cui è stato educato, dove la politica è un accidente esteriore, dentro un mondo che invece sceglie la storia e che vede nel destino dell’uomo il riflesso dello scorrere dei secoli, delle idee e degli stili, come se tutto il reale, il mondo fisico e quello filosofico, si evolvesse dal passato verso il futuro, dentro e fuori dalla persona». Le sue prese di posizione, le sue riflessioni non rispecchiano mai gli schieramenti ideologici: il percorso che segue è testimonianza di una formazione pensata e vissuta profondamente al di fuori dei sentieri già tracciati. 

 

Respirando l’aria di quegli anni (1815-1823) sulla scorta dell’epistolario e delle note tratte dallo Zibaldone, Palandri si mette in ascolto, segue le tracce che dagli studi recanatesi portano verso l’elaborazione dei Canti, senza la pretesa di capire e di spiegare, lasciando spazio alle risorse dell’inconsapevolezza, osservando da vicino i movimenti imprevedibili di un pensiero in formazione: «Sentiamo che è una forma profonda di pensiero inevitabilmente solitaria, e riflettiamo su quello che sentiamo, per cercare di spiegarci, tornare in superficie, nel discorso condivisibile. La giovinezza è piena di poesia, è il mondo che viene al mondo, nella bella definizione di Pier Paolo Pasolini, è l’alba di un nuovo giorno». In questo progressivo eppure improvviso accostamento alle atmosfere che danno forma ai versi di una poesia divenuta l’emblema dell’opera leopardiana, Palandri dà conto del percorso di un’anima, ricostruendo le vicende che hanno portato alla tentata fuga dalla casa del padre, attraverso l’amicizia con Pietro Giordani e la collaborazione alla «Biblioteca italiana». Senza alcun cedimento al piacere dell’aneddotica, Palandri segue i movimenti oscillanti di un pensiero germinale non classificabile all’interno di categorie già note e proprio per questo imprendibile e disarmante: «il suo pensiero è così ricco e aperto che chiunque ci può ritrovare quello che vuole, tanto che, nonostante il suo professato ateismo, ci sono ancora oggi cattolici che scrivono che in fondo cercava Dio, per non dire di chi ne ha fatto per tutto il Novecento un filosofo di sinistra o di destra». 

 

Leopardi si pone di fronte al mondo con domande che sentiamo ancora vicine (cosa significa appartenere a una Nazione? Come si definisce un’identità? Cos’è lo straniero?), a cui dà risposte di sorprendente modernità, prendendo le distanze dai nazionalismi e dalle nostalgie identitarie: «Tutte le deplorate perversità delle legislazioni de’ bassi tempi e moderne, relative alla nobiltà (sinonimo d’ingenuità, nazionalità) – si legge nello Zibaldone alla data del 4 dicembre 1928 – provengono da quel principio di distinzione tra cittadino e straniero relativamente ai diritti dell’uomo, che abbiamo spesso considerato ne’ popoli più antichi». I capisaldi dell’idea di nazione che si afferma in polemica con il pensiero cattolico, i concetti di identità linguistica, territoriale, culturale mostrano al giovane Leopardi diversi punti di non tenuta: Leopardi si trova in un momento di passaggio e ne vive tutte le contraddizioni.

 

Il confronto con la storia, con i mutamenti di prospettiva che attraversano il suo tempo non è sufficiente per capire con quale spirito Leopardi comincia a scrivere L’infinito. Bisogna rivolgersi – suggerisce Palandri – al momento in cui l’io si affaccia su altri orizzonti, dialogando con la morte, in parte assorbendo e in parte respingendo l’identificazione romantica di vita e storia, che ce lo fa sentire così vicino. Il confronto con la storia costituisce il punto di crisi, ma la modernità di Leopardi e il fascino che il suo pensiero e la sua poesia continuano a esercitare sui lettori di oggi non si possono comprendere se non si attraversa la sua riflessione sul vuoto, sul nulla, sulla vita come passaggio effimero che non lascia traccia e non può appoggiarsi ad alcuna illusoria consolazione. È proprio nella consapevolezza che nulla sopravvive alla morte, in una prospettiva radicalmente atea in cui tuttavia non viene meno il profondo amore per la vita e la meraviglia per gli aspetti in cui si manifesta, che Leopardi esercita la sua straordinaria forza di attrazione. Palandri propone un’immagine meravigliosa, che ne coglie l’essenza senza bisogno di mettere in gioco argomentazioni capziose, quando paragona il pensiero leopardiano a uno strumento musicale, un violino, dove il vuoto della cassa armonica produce la pienezza del suono nella corda che vibra in superficie.

 

A partire dalle grandi questioni che Leopardi affronta nello Zibaldone, Palandri ripercorre con profondità di sguardo L’infinito, proponendone una lettura originale in forma di conversazione appassionata, lontana dalle posture critiche settoriali, dai luoghi comuni e dalle tentazioni del “letterariese”. Ne risulta uno sguardo inedito nella messa a fuoco di un terreno di scontro fra due sistemi filosofici che fanno capo al mondo classico e alla soggettività romantica, colti nel momento in cui cominciano a entrare in rotta di collisione. La prima persona, l’io narrante che percepisce le vibrazioni del mondo esterno, vede e rappresenta se stesso in un’immagine mentale che occupa il centro della scena: i versi che chiudono la prima parte della poesia («Io nel pensier mi fingo, ove per poco / Il cor non si spaura) vanno letti, secondo l’interpretazione di Palandri, attribuendo al pronome personale mi la funzione di complemento oggetto. Non si tratta quindi di un io che osserva e si perde nella vertigine dello sguardo che intravede il nulla, ma di un soggetto che rappresenta se stesso mentalmente e prova paura nel percepirsi come un nulla di fronte all’infinito. L’io afferma la sua presenza e allo stesso tempo sente che l’esserci non è nulla. «Lontano dalle consolazioni degli italiani suoi contemporanei e da molti suoi esegeti posteriori […], Leopardi resta estraneo all’aggregazione di qualunque gruppo sociale del pensiero. Era e resta solo, è semplicemente se stesso, resiste al trasformarsi del tempo in storia, al progresso dello spirito e della nazione, illumina attraverso la propria idiosincrasia il mondo che ha attorno fino a farlo decadere tutto dalla sua mania rinnovatrice per raggiungere la compagnia di Walter Benjamin, di Franz Kafka, di Primo Levi».

 

Un Leopardi vicinissimo a noi, ci dice Palandri, pur nella lucida consapevolezza che nessun lettore, nemmeno il più cauto, leggero e rispettoso degli spazi di mistero che avvolgono i classici può dire l’ultima parola su un testo che non finisce di porci domande. L’infinito era presente fin nelle pagine di Boccalone, nel «maggio odoroso» su cui la vicenda si apre. Palandri si è reso conto che Leopardi lo ha accompagnato lungo tutto il suo percorso di scrittura, fino al suo ultimo romanzo, L’inventore di se stesso, storia di un figlio che si misura con un padre difficile, a cui si sente profondamente legato pur nella sua radicale diversità. Che questo suo libro sia un modo – come si legge in una recente intervista – per iniziare una sorta di congedo? Può darsi, anche se a giudicare dalla densità delle questioni affrontate e dalla partecipazione con cui Palandri le attraversa, l’impressione è che Leopardi sia ancora una presenza viva e piena di suggestioni per quello che verrà.

 

Enrico Palandri, Verso l’infinito, Bompiani.

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