Vita e teatro, arte e terapia

Non ci sono officine che riparano il cuore dolorante degli umani, non ci sono luoghi dove ripararsi quando l’individuo si ritrova braccato dalla Grande Storia. L’incontro con la distruttività – l’appartenere a una specie implicata in storie di male nell’espressione di Paul Ricoeur – non lascia scampo, ma il “mondo in frantumi” dell’esistenza può essere trasfigurato. Trasformato in immagine e parola, nell’armonia del canto. È quello che riesce a Charlotte Salomon con la sua opera omnia Vita? O teatro? (Castelvecchi, 2019). L’arte non ha salvato la sua vita, ma ha permesso la sua resurrezione.

E noi oggi siamo di fronte a questo Grande Libro, un oggetto che si avverte sacro e un po’ si teme di toccare, un oggetto pesante da tenere in mano, che ha in copertina un autoritratto dell’autrice che ci osserva con sguardo sapiente, figura femminile dalla potenza archetipica.

796 fogli, difficili da classificare, da leggere e da guardare, una partitura di testi e disegni, associata a un’aria musicale. “Qualcosa di speciale, totalmente folle”, un Singspiel lo chiama lei: “La creazione delle pagine seguenti dev’esser immaginata così: un uomo siede davanti al mare. Dipinge. D’improvviso, una melodia sorge nella sua mente. Appena inizia a canticchiarla, si rende conto che si sposa perfettamente a ciò che intende mettere su carta. Un testo gli prende forma dentro. Comincia così a cantare a voce spiegata la melodia, insieme al testo che ha composto, innumerevoli volte, finché l’immagine appare completa”.

 

Strisce di tempera, i colori primari, giallo rosso blu, che si mescolano, si scuriscono e si chiariscono, per esprimere ogni volta uno stato d’animo. C’è chi ha paragonato la sua “opera totale” a una graphic novel, alle tavole di una sceneggiatura, a un codice miniato. La sua vitalità sprizza, volteggia sulla pagina, Vita? O teatro? si sviluppa come un originalissimo libro animato. Come se tutto ciò che fino a quel momento era rimasto muto, i segreti della famiglia, la violenza della storia da cui si era cercato di proteggerla, diventasse un sonoro vibrante.

Cos’ha l’uomo perché ti ricordi di lui? Cosa rende questo verme della terra degno della tua attenzione?” è l’interrogativo del Salmo che introduce il racconto della sua infanzia e adolescenza, fino all’epilogo dell’oggi. Ma il suo non è un diario, Charlotte parla di sé in terza persona, e scopre così, in tempo reale, mentre la sta dipingendo, la trama della sua vita. È il suo vissuto, il suo ricordo, il suo discorso interiore che riesce a ricreare la voce dei diversi personaggi, che compone un racconto corale: il gesto è di un io, ma rappresenta tutta un’epoca.

 

Charlotte Salomon è nata a Berlino nel 1917, il padre medico conosce la madre infermiera durante la guerra, i suoi genitori fanno parte di quella borghesia intellettuale ebraica che pensava di essere assimilata una volta per tutte. E corre ancora e sempre un brivido per la schiena quando si passa da questi interni, tappezzati di libri e quadri, dove si legge Lutto e melanconia di Freud e risuonano le note di Schumann e Bach, dalla Berlino di Weimar nutrita dalle avanguardie degli anni venti, Berlin Alexanderplatz, all’esterno, per le strade. Dove, dal 30 gennaio 1933, iniziano le scorrerie naziste. “Che sotto il coltello scorra sangue ebreo e allora starete nuovamente bene” scrive Charlotte che si taglia da sola, per sentire lo scorrere di questo sangue. È l’unica, di razza non ariana, accettata all’accademia d’arte di Berlino, ma il premio per il disegno migliore non può essere dato a lei. “Piccola bestia ebrea” diventa un refrain.

Vita? O teatro? non inizia con la sua data di nascita, il 1917, ma con il 1913, l’anno nel quale è morta la giovane zia di cui Charlotte porta il nome. La bambina cresce avvolta da note, la madre ama e le canta la musica romantica, le ripete di non far mai morire la musica. Ma sempre più spesso si incupisce e poi, da un giorno all’altro, quando la figlia ha nove anni, sparisce. “In Cielo è molto più bello che su questa Terra e quando la tua mammina sarà diventata un angioletto, verrà quaggiù dal suo tesoro e le porterà una lettera in cui le racconta come si sta in Cielo, come si sta lassù in Cielo” sono le parole che accompagnano una tavola struggente dove la madre è diventata un tasto del pianoforte e la figlia mantiene il contatto con lei e il luogo dove ora dimora attraverso una scala di Giacobbe fatta di angeli.

Solo nel 1940, quando Charlotte è stata allontanata da Berlino e spedita in Costa Azzurra con i nonni, conosce la verità: come un’eredità transgenerazionale i suicidi si sono susseguiti nella famiglia materna. Ora, che anche la nonna si uccide mentre lei è lì accanto, il nonno le svela il segreto che lega le tre donne suicide della sua famiglia. Prima della nonna si è suicidata una sua figlia, la zia di cui lei porta il nome, e poi l’altra figlia, sua madre: tre età della donna, vecchiaia, maturità, giovinezza riprodotte in un’immagine con tre volti. Davanti al mistero, davanti all’attrazione del vuoto, alla tentazione del suicidio, Charlotte decide di tenere i piedi per terra, è la resistente, così la chiama Elisabetta Rasy nel suo Le disobbedienti. Storie di sei donne che hanno cambiato l’arte

 

 

“Nonostante la sua enorme debolezza, il nostro personaggio non volle lasciarsi trascinare nel gorgo insieme a quelli che si aggrappavano ai fuscelli…”. Lavora in uno stato febbrile, quasi senza mangiare né dormire, nell’Europa dei destini incrociati di quegli anni viene in mente lo scrivere spasmodico di Irène Némirowsky: entrambe con la sensazione di un tempo ristretto, entrambe emerse in modo avventuroso molti anni dopo.

“La guerra continuava a infuriare e io ero lì, seduta in riva al mare, a scrutare le profondità del cuore degli uomini; ero mia madre, mia nonna, ero tutti i personaggi della mia pièce. Ho imparato a percorrere ogni strada e ne sono diventata una anche io. Trascorsero i mesi e io ero ancora lontana dal finire”. Nella scena finale vediamo una donna di schiena che dipinge, di fronte ha il blu dell’acqua, sul dorso, come fosse un tatuaggio, ha inciso Leben oder Theater, la tavoletta che ha in mano è trasparente.

In un anno e mezzo ha dipinto 1300 tavole. “Questa è tutta la mia vita”, dice all’amico medico a cui, nel 1942, lascia i suoi fogli. A ventisei anni, al quinto mese di gravidanza, il 10 ottobre 1943, morirà ad Auschwitz. 

 

Vita? O teatro? è un flusso di parole e immagini da cui è difficile prendere distanza, materia vitale che diverte e commuove, capace di passare dalla rappresentazione della scoperta dell’amore, alla consapevolezza della trappola che l’Europa sta diventando. Infiniti i rimandi, anche teorici e filosofici, che le sue lettere incise a stampatello suggeriscono. Infinite le possibilità di lettura dei suoi volti che si moltiplicano, si uniscono e si separano, si fondono. La sua competenza artistica – è stata paragonata a Nolde e Munch, Chagall e Kokoschka, Grünewald e Bosch, Goya e van Gogh – non è un fine, ma un mezzo che permette al suo occhio di osservare quanto sta accadendo “senza lontananza dall’empatia”. A cercare quel punto di congiunzione tra la morte e la vita: “Dev’esserci, tra la morte e la vita, uno stadio di altissima concentrazione che può essere raggiunto attraverso il canto”.

 

Non si ha voglia di racchiudere l’inesauribile ricchezza dei temi, l’originalità formale dell’opera che la giovane artista riesce a creare, in letture riduttive, in interpretazioni psicoanalitiche. Ma, mentre sto cercando il luogo adatto, in casa, in studio, per collocare la scatola colorata che contiene Vita? O teatro?, mi accorgo di avere intorno altri volumi per i quali un leggio non basta. Opere certo diverse che, però, già nella particolarità della loro forma, eccedono le dimensioni di un libro tradizionale, arrischiano un’impresa che ai loro contemporanei può apparire folle. Il libro rosso di Jung ha questa stessa identità, anche qui la trascrizione dei suoi appunti in una scrittura gotica che circondava le immagini da lui prodotte era stata paragonata a un codice miniato, anche Jung ha creduto profondamente alla necessità di una sistematizzazione armonica degli elementi personali e collettivi, inconsci e archetipici. Solo così il rapporto tra vita, opera e destino individuale poteva raggiungere e mantenere una sua dimensione etica. Per questo Jung non apprezza l’arte decostruita, che distrugge lo spazio dell’esperienza e dell’oggetto, rende impossibile l’immedesimazione e l’empatia. 

 

In Ricordi sogni riflessioni parla delle immagini come di “un luogo dove andare”. “Misi ogni cura nel cercare di intendere tutte le immagini e soprattutto di attuarle nella vita, non basta capirle, la conoscenza deve convertirsi in un obbligo morale. Grande è la responsabilità umana verso le immagini dell’inconscio”.

Con l’apertura degli archivi e la ricerca degli studiosi – cfr. L’arte di C.G. Jung, a cura della Foundation of the Works of C.G.Jung, trad. di Maria Anna Massimello, Bollati Boringhieri 2018 – diventa più evidente quanto lo psichiatra svizzero avesse voluto tenere in parte segreta una produzione che ha accompagnato tutta la sua esistenza e non era legata solamente ai momenti della sua “malattia creativa” e alla sua attività di terapeuta. La quantità di schizzi e disegni, acquarelli e sculture, guazzi e quadri permettono di scoprire uno Jung artista che temeva di perdere, proprio per questo, la sua autorità di scienziato. In questo non molto diverso da Freud che, fino alla fine della sua vita, è lacerato dalla preoccupazione di essere considerato solo uno scrittore.

Ora è da poco tradotto anche in italiano (cfr. il mio Immagini a più dimensioni) un altro libro dal formato inusuale che presenta un materiale riservato per la prima volta disponibile al pubblico. Tesori dell’inconscio. C.G. Jung e l’arte come terapia (a cura di Ruth Amman, Verena Kast, Ingrid Riedel, trad. di Maria Anna Massimello, Bollati Boringhieri, 2019) raccoglie e ordina 164 opere, tutte copie, l’originale è rimasto a chi le ha dipinte, nate durante il percorso con Jung. La caratteristica di questa scelta di immagini – l’archivio ne custodisce 4500, prodotte dal 1917 al 1955 – è che i soggetti sono tutti donne, rimaste anonime, anche se a volte è possibile ricostruire la loro età e provenienza geografica da qualche nota scritta appuntata sul retro.

 

Chi entrava nel suo studio trovava le pagine aperte de Il libro rosso, già quasi un invito a fare altrettanto: a iniziare un dialogo con le proprie fantasie e le proprie immagini, con quanto affiorava dai sogni. Per interrompere l’inerzia della ripetizione, per depotenziare i mostri che, disegnati, si oggettivizzano, per integrare figure lontane dal nostro orientamento cosciente. Jung era convinto, e appare sempre più palese quanto profonda fosse la sua esperienza personale in materia, che disegnare fosse un modo per produrre “effetti”, che si nutrivano delle particolari conversazioni analitiche, ma che poi, ogni paziente, poteva produrre in autonomia. 

Nella sezione “Tempi apocalittici” la seconda guerra mondiale scorre in 28 immagini che si aprono con un sogno fatto all’inizio della guerra, Strada morta, e proseguono come una sequenza: In memoria dei senza nome, dei dispersi e dei sepolti in gelida solitudine!; De profundis!; Senza patria; La pietra tombale. Dopo la catastrofe. 1945. Impressione di una metropoli tedesca; Filo spinato; In memoria dei prigionieri, dei vinti e degli incatenati; Ai torturati e ai prigionieri; Allarme! Bombe incendiarie e attacco, L’attacco aereo durante la guerra 1943. Nell’ultimo dipinto della serie, intitolato Il sacrificio. Monaco 1945, un uomo è impiccato a una altissima croce, la data è il 2 febbraio 1945. Dopo l’attentato a Hitler è in quel giorno che fu emessa la sentenza di condanna a morte di Klaus Bonhoeffer, fratello di Dietrich Bonhoeffer, Ernst von Harnack e Rüdiger Schleicher. 

L’autrice è probabilmente una donna tedesca, intorno ai 40 anni, che ha vissuto i bombardamenti della sua città. I suoi guazzi rappresentano le diverse forme della distruzione. Non ci sono vittime o carnefici, vincitori o vinti. Solo pietas per tutto il genere umano. 

Arte? Terapia?

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