Walt Disney, Conservatore rivoluzionario

Cinquant’anni fa, il 15 dicembre 1966, è scomparso Walt Disney. Era un uomo profondamente conservatore. Rifiutava la vita presente e rimpiangeva nostalgicamente il buon tempo antico. Per questo ha ossessivamente cercato di costruire un proprio mondo pieno di passato dove tutto funzionava perfettamente e le persone potevano sentirsi contente e realizzate. Disney cercava di portare avanti cioè una filosofia tipicamente americana come quella dell’happiness, ovvero una filosofia euforica e ottimistica.

 

Per Disney, tutto è nato nel 1928, con Steambot Willie, il primo cartoon con Topolino protagonista. Già negli anni Trenta l’universo fantastico di Topolino era riprodotto su innumerevoli oggetti che venivano realizzati su licenza e consentivano, attraverso la loro diffusione, un’ulteriore amplificazione di tale universo. Poi sono arrivati numerosi altri successi, grazie soprattutto alla capacità di Disney di tenere insieme una visione tradizionale e conservatrice con una ricca produzione di linguaggi creativi. Non a caso degli innovatori del calibro di Walter Benjamin, Sergej Ejzenstejn e Salvador Dalì erano profondamente affascinati dalle sue creazioni. Ma, pur essendo nato nel 1901, Disney aveva una cultura strettamente legata al secolo precedente. Ciò appare evidente dai suoi forti legami con la cultura meccanico-industriale propria della seconda rivoluzione industriale ottocentesca, ma soprattutto da quei valori profondamente conservatori che ha sempre professato e che sono presenti in quasi tutte le sue realizzazioni. Disney riusciva però a conciliare efficacemente il conservatorismo con l’innovazione. E proprio la sua abilità nel tenere insieme questi elementi spiega l’enorme successo ottenuto dall’immaginario disneyano nel corso del tempo.

 

 

Dunque Disney era un conservatore, ma il suo mondo ha esercitato delle notevoli influenze in molti ambiti delle società contemporanee e continua a esercitarle ancora oggi, a distanza di cinquant’anni dalla scomparsa del suo creatore. Anche perché negli anni Disney ha dato vita, attraverso mezzi differenti come il cinema, i programmi televisivi, i fumetti, ecc., a un universo culturale suggestivo e vivace. Ha ripreso soprattutto una lunga tradizione risalente alle favole di Esopo e la Fontaine e basata sugli animali antropomorfi. Gli animali, secondo lo stesso Disney, sono stati massicciamente utilizzati nei fumetti anche perché attraverso le trasformazioni del corpo sono in grado di esprimere più efficacemente delle reazioni emotive. Ma probabilmente anche perché, a differenza di quelli presenti nelle fiabe della tradizione, non rappresentano valori morali, ovvero vizi e virtù, e si prestano invece a essere oggetto di un processo d’identificazione, in quanto riflettono caratteri tipicamente umani, di natura sia individuale e psicologica, che relazionale e sociale. Pertanto, un tipico personaggio disneyano come Paperino, ad esempio, non è presentato come un indifeso animale da cortile, ma come una parodia dell’uomo-massa. Se Disney ha potuto costruire un impero economico dal successo duraturo è anche perché, a differenza di quella praticata nelle società pre-industriali, la vita contemporanea ha disabituato le persone al rapporto con gli animali, sviluppando un acuto senso di nostalgia, che Disney ha cercato ovviamente di sanare.

Un ambito dove l’influenza esercitata dal mondo Disney è particolarmente evidente è quello urbanistico e architettonico. Si pensi soltanto al parco Disneyland, aperto da Disney a metà degli anni Cinquanta ad Anaheim, un sobborgo di Los Angeles. Tale parco è una componente fondamentale del mondo disneyano, ma soprattutto è un importante modello di riferimento per le società occidentali. Si può addirittura sostenere che sia alla base di un processo di crescente “disneyzzazione”. È la tesi sostenuta qualche anno fa nel volume The Disneyzation of Society dallo studioso inglese Alan Bryman, per il quale i principi regolanti il funzionamento dei parchi a tema disneyani costituiscono un modello che è in grado di accrescere il fascino di beni e servizi e vengono adottati in maniera crescente dalle società occidentali e dai loro principali settori d’azione.

 

La tesi di Bryman può essere condivisa, perché l’influenza della “disneyzzazione” risulta evidente se si pensa al ruolo che i parchi Disney esercitano nell’operare come modello per la nostra vita sociale. Le città di grandi dimensioni, o comunque dotate di risorse architettoniche e artistiche in grado di attirare masse di turisti e consumatori, si “disneyzzano”. Rimettono cioè a nuovo la loro zona centrale, liberandola dai residenti, restaurandone gli edifici e installandovi luoghi fortemente spettacolari (musei, centri commerciali, alberghi, ristoranti e locali di intrattenimento). Ed è in questa realtà completamente “disneyzzata” che le persone trascorrono oggi in gran parte il loro tempo libero.

Il modello di Disneyland si impone però in maniera crescente anche nei luoghi dove le persone vivono durante la settimana. E cioè nelle città di medie e piccole dimensioni. D’altronde, la stessa Disney costruendo Celebration, cittadina abitata da 20.000 abitanti e situata vicino ad Orlando in Florida, o l’area di Val d’Europe, che si trova nei pressi della Disneyland parigina, ha fornito degli esempi di come sia possibile dare vita a un luogo urbano “disneyzzato”. Un luogo che, come Celebration, con le sue architetture in stile fine Ottocento e una musica rilassante che invade le vie e le piazze, proietta immediatamente le persone in un mondo di fiaba dove non c’è bisogno di proteggersi e i bambini possono giocare tranquilli nei giardini.

 

L’influenza esercitata dalla Disney sui nuovi progetti urbanistici è particolarmente evidente nello sviluppo delle cosiddette “comunità-fortezza”, ovvero le città fortificate con guardie e servizi privati che negli Stati Uniti sono abitate da più di 30 milioni di persone e si stanno da tempo diffondendo anche in Italia. In generale, però, molti nuovi centri urbani sembrano risentire dell’influsso del modello estetico ed urbanistico disneyano. Insomma, sembra che i nostri spazi pubblici siano sempre più ispirati al modello di “città ideale” creato da Walt Disney negli anni Cinquanta. Come Disneyland, infatti, sono progettati e realizzati affinché tutto funzioni perfettamente, non vi siano rifiuti in giro e i rapporti sociali possano svilupparsi senza rischi.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO