Nella fucina di Dolores Prato

20 Maggio 2023

“Io non ho mai pubblicato gratis nemmeno una parola”: così dichiara Dolores Prato nel 1983 in una lettera all’amico Fausto Coen, già direttore di “Paese Sera”. Una frase che suona singolare da parte di un’autrice il cui profilo letterario sembra perdersi nel mistero candido della fanciullezza, ma che al contrario rivela una piena consapevolezza e un’assoluta padronanza del proprio mestiere. Una padronanza per certi versi misteriosa, dai contorni a volte netti e a volte più ambigui e confusi, che fonde in continuazione vita e scrittura.

Un’impressione confermata dalla lettura di Educandato, edito da Quodlibet nella collana “Storie” per l’ottima cura di Elena Frontaloni. Attraverso un attento e minuzioso lavoro di edizione, la curatrice è in grado di mettere in luce le caratteristiche peculiari della scrittura di Prato, che così riassume nella lunga Postfazione al volume: “Insoddisfazione per la conformità e per il racconto autobiografico standard, vocazione inconclusa, destino interrotto del libro e virtuoso passaggio attraverso una rabdomantica oralità che in fase di rilettura viene non umiliata, ma limata e valorizzata”. 

In effetti, non è possibile leggere Dolores Prato senza tener conto di due aspetti complementari: da un lato la complessa macchina della sua scrittura, che si concepisce e si sviluppa come un interminabile lavoro sartoriale fra ritagli, pensieri, massime, riflessioni; dall’altra l’occhio indagatore che lei stessa pone sulla propria vita, talmente profondo che forse non gliene sarebbero bastate altre cento per poterla descrivere in tutta la sua interezza. 

Entrambe le istanze vengono a congiungersi quando la scrittrice – figlia di un padre mai conosciuto e di una madre che presto la affida a uno zio prete, nonché reduce da una fanciullezza trascorsa nel collegio religioso di Treia nelle Marche – si trova oramai ad aver superato abbondantemente quella porzione di esistenza. È soltanto nel 1980, infatti, che la quasi novantenne Prato (era nata a Roma nel 1892) consegna ai lettori Giù la piazza non cè nessuno, la sua più importante fatica letteraria: oltre millecinquecento cartelle che nell’edizione a stampa, pubblicata da Einaudi, verranno drasticamente ridotte a sole trecento pagine da una editor d’eccezione, Natalia Ginzburg. Prato morirà tre anni più tardi, in una casa di riposo di Anzio, senza poter vedere stampata l’edizione integrale del suo libro (che vedrà la luce a cura di Giorgio Zampa nel 1997 per Mondadori; una nuova edizione, con ulteriori integrazioni, è in uscita per Quodlibet) e lasciando orfano e incompiuto il cantiere di Educandato.

La sua è una voce “vissuta”, che si rivolge a un tempo trascorso ma cristallizzato, quasi mitico, irremovibile. Torna spesso in Educandato l’eco di questa frase: “In collegio, pur con tutta l’attività che ci buttai, nulla ricreai, tutto consumai. Mi consumai tanto che c’era voluta tutta una vita sbagliata per capirlo”. Instancabile nella ricerca di un proprio posto nel microcosmo del collegio, tra compagne di ottima famiglia e monache dal piglio severo che “non respirano”, Dolores sembra essere fisicamente “fuori luogo” – la cintura di cartone pressato al posto di quella di pelle; il crocifisso da portare al collo che non arriva mai, e quando finalmente arriva è più brutto di quello delle altre collegiali; i capelli scomposti; la sua non conformità rituale nel periodo delle mestruazioni – ma intellettualmente ineccepibile e dotata di una naturale vena satirica. Anche stilisticamente, del resto, con la sua varietà di toni e di argomenti Educandato sembra richiamarsi al genere latino della satura

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Dolores Prato (la seconda da sinistra, nella fila in basso) in collegio a Treia.

Quasi per dispetto nei confronti della mal sopportata educazione collegiale, Prato mette su carta un vissuto che è una sorta d’agiografia al contrario: le formule, le ripetizioni, i salti temporali e grammaticali, gli eventi in apparenza più insignificanti acquistano nelle sue pagine un’importanza tutta particolare. Esemplare è l’episodio che vede protagonista una delle monache, suor Gabriella: la quale, con fare demoniaco, colpisce a morte una gatta colpevole di aver figliato all’interno delle mura del convento. Dolores fa giustamente notare che la fondatrice dell’ordine, la Santa Madre aveva fatto a suo tempo la stessa cosa (“Non aveva fatto lei quello che aveva fatto la gattina?”); e però, al ricordo della provvidenziale vedovanza di quest’ultima, aggiunge: “Già, avevo dimenticato che per essere sante bisogna essere vergini o vedove; non c’è una santa morta mentre era ancora in servizio attivo nello stato coniugale”. 

In questa visione caleidoscopica della realtà, Prato trova un’ideale struttura narrativa di base nella “lassa” (ancora una volta, un termine legato più alla poesia che non al romanzo), connubio di pensieri a prima vista irrelati fra loro, e tuttavia legati da sottili assonanze concettuali, come in questo caso: “La fioritura dell’albicocco fasullo era la primavera che diceva d’essere arrivata anche se l’aria rimaneva un po’ fresca. […] Tutti gli anni arrivava il mio sospirato 8 maggio che con la maglia si buttava via anche l’inverno. […] In quella fresca carezza d’aria dell’8 maggio che svegliava il corpo dal suo torpore, in quella carezza divina, c’era l’amore di tutto e di nulla. […] L’8 maggio era la festa del mio corpo, lo sentivo, ma non lo sapevo”. 

Prato sente tutto ciò che le si muove intorno senza averne apparente contezza, descrivendo le emozioni trascorse con un’impellenza attualizzante, operando una quieta sovversione delle dinamiche temporali che lascia in chi legge una sottile sensazione di straniamento. Ormai anziana, Prato ci spinge a credere che le sue parole siano esattamente le stesse di quella ragazza che, molti anni prima, al lume di una lampada, riempiva freneticamente le pagine del proprio diario. 

“Io salto i verbi come se qualcuno mi corresse dietro, i miei passaggi sono ponti levatoi mai abbassati”, scriveva in una lettera a Enzo Golino; un’affermazione che fa comprendere quanto la ricerca di Prato basi il proprio modo di comunicazione sulla dicotomia tra passato e presente, e su quanto questo rapporto sia effettivamente insormontabile. Così accadeva nell’unica sua opera “compiuta”, Scottature (pubblicata dall’autrice a proprie spese nel 1967 e riproposta sempre da Quodlibet nel 1996): ad avere dimestichezza col mondo ci si può scottare e la protagonista Dolores sceglie scientemente di esporsi al sole senza alcuna protezione, pur conoscendone (o avendone solo sentito parlare) le dolorose conseguenze.  

La coerenza narrativa e letteraria di Prato non si affida a una qualche forma di “credibilità”: tanto le opere finite – come Scottature per l’appunto, che nella sua brevità si direbbe quasi un oggetto anomalo nell’opera della scrittrice – quanto quelle non finite – o sarebbe meglio dire infinite, per quell’instancabile approccio indagatorio nei confronti del reale – godono dello stesso movimento circolare tra la soglia segreta dell’Io e quella rivelata del Fuori, andando a scandagliare i limiti e le infinite possibilità della sfera intima, così indicibile e così fuori luogo.

Dobbiamo ancora a Elena Frontaloni la definizione più convincente dell’opera di Prato nel suo complesso: quella cioè di un “laboratorio di scrittura”, di un’epica che ricerca continuamente se stessa studiando e sognando l’alterità di ciò che le si muove intorno (si veda, qui su “doppiozero”, il dialogo della studiosa con Jean-Paul Manganaro, traduttore francese di Giù la piazza). La scrittura come fucina, dunque, luogo per definizione sempre in movimento, dove si crea e si impara, si vede e si commenta, si elargisce e si cela, e che difficilmente conosce interruzioni. 

Sta qui, in definitiva, il misterioso motore dell’instancabile macchina di scrittura di questa novella Pandora (così era soprannominata Prato dalla amata-odiata Madrina). Che forse ancora non sa con esattezza quali misteri sia in grado di tirare fuori dal suo vaso colmo di esperienze; ma che è comunque sufficientemente consapevole da poter spiegare, con grazia e freddezza, l’espressione ieratica delle icone mariane: “Ora vorrei sapere perché al mondo non esiste una Madonna allegra né scolpita, né dipinta. Lievemente sorridenti ce ne sono, ma la maggior parte stanno indifferenti come per dire che ormai hanno fatto l’abitudine a tenere Dio sulle ginocchia”. 

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