Occhio rotondo. Invisible Man

12 Marzo 2023

È notte. Un uomo cammina nel buio. Alle sue spalle la luce dei lampioni stradali; a fianco il muro nero d’una casa e un piccolo giardinetto sembrano assorbirne la figura. Ha le mani in tasca e non si vede il suo viso; anche le gambe sembrano scomparire dentro l’oscurità, per quanto si scorgono le ombre tracciate dal suo corpo sul marciapiede. Siamo a Pittsburgh, USA; probabilmente si tratta di una delle vie di un quartiere abitato da afroamericani.

La fotografia s’intitola Invisible Man, Somewhere, Everywhere (1991) e l’ha scatta la fotografa nera Ming Smith. Fa parte della mostra aperta al MoMa di New York dedicata a lei: “Project Ming Smith”. Sino a qualche tempo fa non si sapeva dov’era stata scattata; si pensava a Harlem, dove Ming Smith ha vissuto all’inizio degli anni Settanta quando è arrivata nella Grande Mela per lavorare come modella. Come dice il titolo, è in qualche luogo e ovunque. Il titolo dell’opera è ispirato al libro Ralph Ellison, Invisible Man, pubblicato nel 1952, uno dei libri più importanti del secondo dopoguerra dedicato alla storia di uno dei molti invisibili uomini neri d’America, opera d’uno scrittore originale che stato anche saggista e critico musicale, e ha praticato la fotografia.

La foto nelle intenzioni dell’artista afroamericana ha un preciso significato politico: vuole raccontare l’oppressione cui ancora oggi sono soggetti i neri negli Stati Uniti. Ming Smith è stata la prima donna ad entrare nel collettivo fotografico sorto negli anni Sessanta in USA, Kamoinge, composto solo di afroamericani. Ed è stata anche la prima artista nera le cui opere sono state acquistate dal MoMa negli anni Settanta del XX secolo. Nel conctact sheet del rullino di scatti, che comprende Invisible Man, pubblicato dal MoMa nel volumetto di Oluremi C. Onabanjo, uscito in occasione dell’esposizione, ci sono solo due scatti di quel luogo: uno con l’uomo che cammina e uno senza l’uomo.

Tutto il resto raffigura edifici di notte e l’immagine più ripresa quella sera del 1991 è un palazzo sovrastato da un albero scheletrico. La particolarità della fotografia di Ming Smith è quella di essere “mossa”. La sua estetica è stata definita “the blur”: la sfuocatura. Concorrono a determinare la particolare qualità delle sue immagini due aspetti: l’azione e la luce. Maurice Berger, critico culturale scomparso prematuramente, ha scritto che la sua fotografia è sospesa tra visibile e invisibile; ombre e buio indicano una precisa metafora: la sparizione e l’irrilevanza della presenza afroamericana. Vero. E tuttavia a guardare questa immagine, così precisa e così misteriosa insieme, non si può non pensare che gli invisibili non sono solo i neri d’America, ma una gran parte della popolazione mondiale, quella che vive nelle megalopoli di almeno tre continenti: gli abitanti delle baraccopoli africane, asiatiche e latinoamericane, e anche la massa crescente di poveri creati dal capitalismo finanziario in Europa, che divora risorse e distrugge il Pianeta: milioni di senzatetto, profughi, rifugiati, gente senza lavoro, senza alcuna collocazione sociale degna di questo nome.

Ming Smith ha colto con questa splendida immagine fotografica un aspetto della vita sul Pianeta Azzurro. La notte è il momento in cui le cose scompaiono, il cielo scende sino a terra grazie alla coltre di buio che cala nelle ore dedicate al riposo. Un uomo qui cammina. Non sappiamo chi sia, sarà un nero, un afroamericano, un uomo solo nel buio della notte. Solitudine, ma anche un uomo che attraversa a passo spedito le strade del suo quartiere. Nella notte la sua figura si unisce all’oscurità che lo circonda. Sta per entrare nella caligine del muro, oppure ne esce? La sua figura è sospesa tra il visibile e l’invisibile. Anche il personaggio senza nome protagonista del libro di Ellison non è totalmente invisibile: vive in una condizione di sospensione, quella che i greci chiamavano metaxu: lo spazio che sta in mezzo.

La traduzione giusta del termine è: intervallo. Lo utilizza Platone a proposito del carattere di Diotima in uno dei suoi dialoghi. I greci, nostri progenitori, avevano escluso dai diritti politici, che erano tutto nella Polis, le donne e gli stranieri. Per Simone Weil, che ha ripensato quel termine greco, metaxu indica ciò che sta tra finito e infinito. Ecco forse in cosa consiste la bellezza di questa immagine: l’aver colto qualcosa che è finito – l’ombra, il buio – e insieme qualcosa che è invece infinito – la luce emessa dai lampioni laggiù in fondo. O forse è il contrario: il buio è l’infinito che ci circonda, almeno nelle ore della notte, e il finito è la luce che illumina nella restante parte del giorno. L’ambiguità di questa fotografia è parte del suo fascino. Ogni messaggio politico veicolato da un’opera d’arte comprende dentro di sé qualcosa d’indeterminato, d’enigmatico e di indefinito, come la notte di questa fotografia dove l’uomo cammina senza potersi mai arrestare: in movimento e per sempre fermo nello scatto di Ming Smith.   

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Projects: Ming Smith, 4 febbraio 2023 – 29 maggio 2023, The Museum of Modern Art, New York, curato da Thelma Golden e Oluremi C. Onabanjo.

In copertina Ming Smith, Invisible Man, Somewhere, Everywhere. 1991. Museum of Modern Art. Gift of Kathleen Lingo in memory of Linda McCartney. © Ming Smith.

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