Occhio rotondo. Inge Morath a Venezia

26 Febbraio 2023

Un lussureggiante abito di piume? Un tappeto volante che si disfa sotto i nostri occhi? Un accumulo disordinato di volatili bloccati a mezz’aria? Possono essere questo e insieme tante altre forme. Dietro si stagliano le sagome delle cupole orientali di San Marco, un disegno in grigio che sfuma a sua volta nel cielo nebbioso di Venezia. Anno 1954. La foto è di Inge Morath.

Da tre anni ha iniziato a fotografare in modo ufficiale passando da scrittrice e scrutatrice d’immagini altrui inviate dai reporter della Magnum, a fotografa. Arrivata in Laguna in compagnia del marito, il giornalista inglese Lionel Birch, ha con sé la macchina fotografica regalatagli dalla madre. Piove e la luce è di una bellezza incredibile, tanto che si convince della necessità di fotografarla. Qualcuno, pensa, deve davvero farlo. S’attacca al telefono e chiama i fotografi della Magnum a Parigi. Nessuno le dà retta. Solo Bob Capa le risponde: “Perché diavolo non la fai tu una fotografia, stupida?”.

Con questo ruvido battesimo nasce la fotografa. Inge entra in un negozio e compra un rullino per la sua Contax, come racconterà anni dopo. Il commesso prendendola per una turista le consiglia di aspettare che spiova per scattare. Che idiozia, pensa lei. Sa che i fotografi veri, a differenza dei dilettanti, lavorano con la pioggia. Senza esposimetro scatta lo stesso fidandosi del foglietto d’istruzioni incluso nel rullino: “1/50 con apertura 5,6 in condizioni di maltempo”. Emozionatissima preme il pulsante di scatto: “appena tutto fu esattamente come volevo”.

Nella mostra di Inge Morath aperta ora a Venezia non c’è nessuna immagine di quella iniziazione; sono scatti per lo più del 1955, o del 1954 come questo. La storia di quella primavoltità è stata raccontata molti anni dopo in un suo testo Venedig scritto alla fine degli anni novanta e ritrovato solo dopo la sua morte. Inge non è solo un occhio che guarda, ma anche una scrittrice d’occasione, mestiere che ha imparato dopo la guerra in Germania nelle pubblicazioni degli eserciti alleati, attività in cui eccelleva e che l’aveva portata sino a Parigi all’Agenzia Magnum. Strana vita la sua: diventa fotografa a quasi trent’anni, all’epoca un’età avanzata.

Venezia è Piazza San Marco, e Piazza San Marco sono i piccioni. Chi non si è fatto fotografare almeno una volta nella vita con i volatili che becchettano il mangime acquistato da solerti venditori ambulanti dentro coni di carta? Ci sono in giro per il mondo migliaia, o forse milioni, di fotografie di esseri umani, grandi e piccini, uomini e donne, bambini e adolescenti, con i piccioni che li circondano in una piazza tra le più belle del Pianeta, probabilmente la più elegante e raffinata.

Nessuno ha tuttavia fotografato come Inge Morath il nugolo dei pennuti dentro una forma tridimensionale. Un battito d’ali, un battito di ciglia, e la mano rapida preme il pulsante della macchina. L’anno dopo, 1955, è di nuovo a Venezia per ritrarre la città. Le hanno commissionato un servizio che deve entrare in un libro che Mary McCarthy sta scrivendo lì, come racconta nel suo testo postumo. Ma nessuna foto di quel lavoro è così bella come questa.

Nella parte alta dell’immagine ci sono piccioni simili a rapaci. Con le loro ali aperte sembrano fantasmi che galleggiano in aria; nella parte bassa si vedono distintamente i chicchi di granoturco che gli uccelli cercano sul selciato della piazza. In mezzo questa massa informe, eppure coesa e densa, che nella riproduzione sgranata della fotografia ricorda il disegno d’un artista ossessivo dal tratto insistito, manierato, al limite dell’angoscioso, degno delle migliori prove dell’Art brut. In una delle sue frasi più citate Inge ha affermato: “La fotografia è un fenomeno strano.

Ti fidi del tuo occhio, ma non puoi evitare di mettere a nudo la tua anima”. L’anima di Inge Morath è indubitabilmente elegante come questa piazza veneziana, un’eleganza mai fredda o distante, sempre prossima a ciò che fotografa, che si tratti di luoghi o persone, bambini o animali, personaggi noti o perfetti sconosciuti. Un’anima emotiva e insieme pacificata, come questo coagulo di ali svolazzanti e uccelli caotici e aggressivi: una massa grumosa che fa da degno e curioso sfondo allo sfondo di San Marco. 

INGE MORATH
Fotografare da Venezia in poi
Museo di Palazzo Grimani - Venezia
18 gennaio – 4 giugno 2023, a cura di Kurt Kaindle e Brigitte Blüml, con Valeria Finocchi

© 2023 Fotohof / Inge Morath Estate / Magnum Photos

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