Rembrandt Bugatti. Animali e guerra

È un giorno di inizio inverno del 1916. Rembrandt Bugatti, scultore animalista, muore suicida a Parigi nell'appartamento di due locali "non molto luminosi ma sufficientemente grandi" che ha affittato in rue Joseph Bara. Apre il gas del lampadario e si sdraia sul letto, vestito con quella raffinatezza che lo aveva sempre contraddistinto. Quando lo trovano non è ancora morto, ma le successive cure in ospedale non producono risultati. Al doppio funerale, prima a Parigi e poi a Milano, sua città d'origine, sono presenti pochissime persone, perlopiù familiari. Bugatti, recita il necrologio scritto dall'amico Giulio Ulisse Arata, "aveva vissuto nella vita come un estraneo, ed è morto come lo sconosciuto che cancella dietro di sé ogni traccia della sua esistenza". Di lui, Edgardo Franzosini, nella sua fulminante ricostruzione biografica (Questa vita tuttavia mi pesa molto, Adelphi), restituisce innanzitutto il senso di inappartenenza. Bugatti scorre tra gli umani come se non ci fosse, con sporadiche e intermittenti amicizie e rari rapporti a distanza con Ettore, il fratello destinato a diventare costruttore di automobili straordinarie, o con la moglie di lui, di cui probabilmente era stato innamorato. Di alta statura, di spalle curve, colpisce per il suo modo di camminare, quell'andatura rigida e impacciata, che, secondo André Salmon, dà "l'impressione che voglia schivare la gente, se non proprio tenersene alla larga". Ha il viso triste che assomiglia a quello di Buster Keaton. Parla raramente e ci sente poco.

 

Ma questa condizione di rarefatta separatezza è come bilanciata (o provocata?) dall'attenzione che Bugatti riserva agli animali. "Solo a contatto con quella comunità senza parole" si sente a suo agio e trova consolazione. Trascorre gran parte delle sue giornate nello zoo di Parigi, il Jardin des plantes, o in quello di Anversa, la città dove, ancora molto giovane, è andato ad abitare attirato dalla presenza di un rinoceronte indiano. Gli animali sono i soggetti della sua arte, ma anche qualcosa di più. Gli piace osservarli, guardarne i movimenti, scoprirne le abitudini. Rispetto al suo tempo però è un eretico. Se va negli zoo è perché lì ci sono gli animali, ma l'idea di schiavizzarli lo ripugna. In casa con sé non ne ha mai avuti, fatta eccezioni per due antilopi del Senegal inviategli da Michel L'Hoest, direttore dello zoo di Anversa. Significativamente in quei mesi di convivenza si è astenuto dal dar loro un nome, perché "la considera una di quelle cose che, nel rapporto tra uomo e animale, ha l'inutile scopo di umanizzare le bestie". Rembrandt forse (tutto nella sua vita in punta di piedi sembra introdotto da un forse) "non sopporta più umani e animali che mischiano la loro vita". Nessuno ha il diritto di imporre agli animali una regola, uno stile di vita, un comportamento. Gli esperimenti del professor Hachet–Souplet, che si esibisce insieme ai suoi animali ammaestrati, gli risultano intollerabili. Allo stesso modo detesta la moda degli "animali sapienti", i cavalli che fanno i calcoli per esempio. Diffida di chi pensa che "i prodigi dell'intelligenza animale non sono altro che il risultato progressivo di un lungo esercizio".

 

Negli zoo è mosso dal desiderio "imperioso, quasi bruciante di appagare il proprio sguardo con la visione della vita animale". Cerca, addirittura, di comprendere "la natura dei pensieri" degli animali, mettendosi nella loro pelle". Durante quelle ore di osservazione Bugatti si trasfigura, il suo viso si deforma, "tanta è l'intensità che richiede quel suo sforzo di concentrazione". Suda copiosamente, la sensazione è che stia per superare qualche "invisibile confine". In effetti cerca di scendere nella loro vita, vita che riproduce nelle sculture che realizza con grande rapidità. Per realizzarle disdegna qualsiasi studio preliminare, niente libri di zoologia o di anatomia. Solo lo sguardo. E l'umiltà di accettarsi parte di un universo in cui, come gli sembra di intuire dalle immagini riprodotte nel Tempio Egizio dello zoo di Anversa, non esiste una gerarchia definitiva. Rembrandt Bugatti però non vuole essere come gli animali. Bugatti si sente uomo, nessuno come lui reca impressi su di sé i raffinatissimi segni della civilisation. Ma sa che l'uomo è un animale tra gli altri, anche se "di specie superiore". Quanto cerca di fare è allora (forse) afferrare gli animali prescindendo dall'uomo, o guardarli scendendo dal piedistallo dell'uomo. Rinunciando all'arroganza di chi, come Emmanuel Frémiet, anche lui scultore animalista, pensa "che la natura gli stia svelando i suoi segreti". E, probabilmente, rinunciando a quell'atteggiamento di superiorità che spinge, ogni anno, ad organizzare a Parigi delle esposizioni di esemplari umani provenienti da paesi extraeuropei, tenuti rigorosamente in gabbia. Non a caso il suo autoritratto più riuscito è quello in cui ha usato come modello un babbuino amadriade, anche se lui ha scritto di sentirsi simile a un marabù, per via delle "gambe lunghe e sottili" e del "collo proteso in avanti e l'andatura circospetta". Assomiglianza non vuol dire metamorfosi però. Non si può rinunciare alla propria natura, nessun vivente può farlo e pretenderlo da altri.

 

A un certo punto Bugatti smette di dedicarsi agli animali. Soffre di una malattia ai polmoni. Frequenta la Chiesa. Ascolta padre Galtier che cerca di convincerlo della superiorità dell'uomo. Lavora a un Cristo crocifisso negli angusti locali di rue Bara. Manca poco al suicidio. Cosa è successo? Bugatti era ad Anversa al momento dell'arrivo dell'esercito tedesco. Aveva assistito i feriti che venivano ospitati nei locali dell'ex-zoo. Poco prima tutti gli animali erano stati abbattuti per evitare che potessero creare problemi al momento dei bombardamenti della città. Aveva anche provato a tornare a Milano, per qualche mese, ma non aveva resistito e così aveva fatto ritorno in Francia. Gli ultimi suoi giorni sembrano vuoti, desertificati, privati di ogni traccia di vitalità. La sua decisione di sparire ha il tetro aspetto della necessità.

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