raccontarci le parole più espressive dei nostri dialetti

 

Libri in soffitta

Mi fa strada sulle scale, verso il solaio. Abbiamo già guardato insieme un armadio, uno di quelli antichi, grande, a due ante pesanti, con cinque ripiani pieni di libri d’arte, quelli che generalmente le banche spediscono a Natale ai loro clienti. Pittori locali, ma anche Man Ray e Van Gogh. Non mi interessano, ma al colpo d’occhio fanno una certa impressione tutti allineati e tenuti perfettamente.

 

Venga, dice, andiamo su. Mentre faccio per chiudere la porta, questo signore gentile, che si è presentato in negozio con due minuscoli libri di fine ottocento come campione, mi fa il gesto di lasciarla pure aperta, che tanto ormai nel palazzo ci abita solo lui. I proprietari ci metteranno dentro venti o venticinque abissini, di sicuro. Ma io spero di morire prima, dice. Davanti alla porta del solaio si gira a vedere la mia reazione alle sue parole. Sorrido, e mi vengono in mente solo frasi stupide, ridicole pezze da politicamente corretto. Taccio, perché so che i proprietari stiperanno in quello stabile, che una volta conteneva tre famiglie, almeno cinque famiglie di immigrati, stretti in camere anguste e con le finestre a un metro e mezzo dal muro di fronte.

 

Nel solaio dieci scatoloni sfondati vomitano libri su tutto il pavimento. Fa molto caldo e devo stare attento a come mi giro per non coprire l’unica fonte di luce, una minuscola lampadina piena di polvere penzolante da una parete. Allungo un po’ a caso una mano dentro una scatola per tirare fuori il primo gruppo e la bella faccia del Dr. Martin Luther King mi sorprende subito. Il secondo libro è Mein Kampf e il terzo ancora un libro di King. Poi un Kamasutra fotografico, Le posizioni dell’amore, e infine un almanacco illustrato della Reggiana Calcio, anno 1969. Erano tutti libri che leggevo, questi, quando facevo il ragioniere, sotto la scrivania dell’ufficio, dice, senza che gli altri mi vedessero.

 

Poi i romanzi che vediamo in tutte le case delle persone di quella generazione, che arrivavano a tirature impressionanti. Come Il male oscuro, di Giuseppe Berto, che in un solo anno arrivò a quindici edizioni, complice il premio Viareggio, o La storia di Elsa Morante. Fa impressione vedere quanta bella e grande letteratura si trova nelle case di persone apparentemente non così colte, ma forse non si deve concedere troppo all’ottimismo verso i bei tempi andati e, senza stupirsi troppo, considerare questi grandi successi editoriali di cinquant’anni fa non diversamente dai successi di oggi. Conosco le obiezioni a questo discorso e me le ripasso una ad una mentre esamino le altre scatole, ma purtroppo non riesco a pensare diversamente da: tutte quelle tirature di libri buoni, ottimi (come Il male oscuro) o grandi (come La storia) non sono servite a niente.

 

Non riesco a trovare nemmeno un volume da portare via. O perché sono molto rovinati, o perché ne possediamo già una o più copie, o perché non ne vale la pena. Cerco di essere il più gentile possibile e, come succede, mi scuso per avergli fatto perdere del tempo. Mentre scendiamo mi ringrazia della visita e dice che deve mettersi a cucinare perché non c’è nessuno che lo può fare per lui. Non vuole dei mobili antichi per caso?, mi chiede. Quei bastardi, e girandosi indica una pila di fogli che hanno l’aria di essere fatture o cose simili, mi hanno rubato tutto. Ma non come fanno i ladri veri, quelli che ti spaccano la porta e ti portano via i gioielli. No, questi qui mi hanno rubato la fiducia, e poi i soldi. Guardi questo mobile, ad esempio.

Ma io ho già fatto la prima rampa di scale, a scendere, e lo saluto augurandogli una buona cena.

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