«Fai una foto dell’esame istologico e me la mandi su uatsapp». È Gaetano, che parla al telefono con la sua amante Valentina. Chi è Gaetano? E si vede, però, che non leggete le mie poesie. «Alloggi della ferrovia, coi muri sottili… Mirko di Tecnocasa…», vi ricordate? Buio. Allora ricominciamo: beati voi che avete le case al Gianicolo o le villette a Formello e che i muri isolanti con tre rampe di scale proteggono dalla vita degli altri condomini. Io, da oltre dieci anni, da quando cioè abito nella mia casa di un quartiere di Roma impiegatizio e terrone, condivido i pomeriggi di studio e di lavoro con due punti virgolette Gaetano. Di lui so che fa il dentista, e dato che il suo studio allocandosi nella palazzina contigua alla mia risulta annesso alla camera in cui praticamente vivo, so anche al dettaglio il resto della storia, che passo a raccontarvi. Gaetano ha un figlio, dunque presumo una moglie, ma di lei no, non parla. Perché, come potete immaginare (oppure no, per via delle case al Gianicolo, le rampe di scale etc.) di Gaetano io posso riferirvi solo le cose che racconta, con deduzioni varie e conseguenti. So, ad esempio, come si avviano i suoi macchinari e come reagiscono i pazienti alle sue cure, ma, soprattutto, so quello che dice in videochat all’amante. Sì, perché nel pacchetto-Gaetano, oltre a un figlio in tripudio ormonale che gli invade lo studio ogni sabato sera per i convegni amorosi o le partite (eh, come lo so, secondo voi) e a una presumibile moglie, va inclusa la proverbiale amante. «Valentina, mi senti Valentina», prima di diventare un mio verso, che come quegli altri di prima non avete letto, è il presentatarm di Gaetano ogni pomeriggio da oltre dieci anni: baldanzoso, carico di un pathos terminale (ma tu mi vuoi bene ammè, Valentì?), mentre lei, per lo più seccata, si limita a rapportargli in cifre ed elenchi di pedantesca puntualità le condizioni fisiche e le nuove necessità della signora Lucia, sua madre. Di Gaetano, sissignore, perché Valentina, non ve lo sto nemmeno a specificare, è la rumena che ne assiste l’inferma madre, prima che la destinataria delle sue quotidiane profferte via Skype (ma quanto sei bella, Valentì, e quando ci vediamo, Valentì?). Le risposte dell’interlocutrice sono invariabilmente sonnolente ed evasive, e quella tepidezza all’incrollabile affezione del nostro deve suonare come un supplizio peggiore del suo napoletano alle orecchie di tutti coloro, oltre a me, cui quotidianamente lo infligge («alloggi della ferrovia coi muri sottili»). E però Gaetano non è solo l’amante infelice di una badante rumena, attenzione. Gaetano conduce dal suo studio medico dentistico misteriose ed equivoche transazioni che difficilmente giungono a buon fine, tant’è che poi c’è sempre qualcuno dall’altro capo al cui indirizzo gli tocca lanciare (quasi suo malgrado, immaginiamo, che tanto di più preferirebbe sdilinquirsi al telefono con Valentì) quel limitato e giambico repertorio di proteste o garanzie: «Ma che cazz…i trecent…i trecento eur…i trecent… te li ho dat… sei tu che non hai capit…lasciami parl…lasciam…te li do dom…te li porto dom…» e gli buttano giù. Nessuno che gli conceda mai di terminare una frase, a Gaetano, lo lasciano sempre lì meditabondo e senza la soddisfazione di essersi perlomeno sfogato a perdifiato. Immaginate la frustrazione, per uno che di mestiere mette le mani in bocca agli altri, di non poter dare interamente fiato alla sua. Comunque quello che m’intristisce fino alla compassione è constatare ogni volta come Gaetano, dopo tutte queste telefonate a dir poco animate, non riesca a sfogarsi pienamente nemmeno per conto suo, cosa che farebbe chiunque, io per prima, dopo una tensione protratta e perdurante: sbatterei in terra qualche oggetto, lancerei in aria il telefono, bestemmierei il cielo. Lui no: felpato, composto, pronto per una nuova avventura telefonica. Spesso con Valentina, ma anche con gli altri misteriosi interlocutori cui ha sempre da imporre qualche interdetto (allora siamo d’accor…non lo dire a nessun… a ness…). Per la maggior parte delle sue giornate, dopo aver avviato gli strumenti, azionato la poltrona girevole, disinfettato gli attrezzi, Gaetano, non ci crederete, tace. Zitto, inerte, scomparso. Cosa fa, dove si riposa la testa da quell’eterno cianciare a singulti, con chi esce, va a pranzo dalla presumibile moglie, col tripudiante figlio, ma soprattutto, perché non lavora mai? In dieci anni lo avrò sentito interagire con una dozzina di pazienti, a dir tanto. Gaetano, ma ti conviene? Star lì ogni giorno ad aspettare il paziente che non arriva, a telefonare a gente che non ti lascia finire le frasi? La tua unica consolazione, mi rendo conto, è Valentina, ma pure lei ogni tanto ti fa scappare la pazienza ed è la volta che magari riattacchi. Ma nossignore, resti lì comunque, a subire tu l’onta del telefono in faccia dai ricattatori misteriosi o dalla donna per la quale l’unica tua attrattiva è la diaria che le passi, e, magari, qualche occasionale voluttà. Solidarietà a Gaetano, Gaetano è oltre la parete sottile che non sospettate, voi protetti nel vostro quotidiano dai silenzi delle vite che non sono la mia.

Jeff Wall, Insomnia, 1994

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17 Novembre 2015