La Rificolona. Transizioni metafisiche

Scambiare quattro chiacchiere su quale è la più bella città del mondo è un modo vano per sprecare il proprio tempo libero: ma io tanto per introdurre il mio articoletto, tratteggerò le tre città che mi piacciono di più e mi soffermerò su Firenze che, lo dico subito, è la mia preferita. Dunque: Roma, Venezia e Firenze.

Roma è troppo vasta e, per essere conosciuta, richiede una vita intera. Inoltre, per mascherare la sua caratteristica di Città Eterna, da millenni si copre di sporcizia e disordine. 

Venezia è la maestosa Capitale a mezz’acqua di un Pianeta Oceanico extragalattico. 

Città magica è invece Firenze. Avevo stretto amicizia con un solitario studente sperduto, taciturno, e giapponese, che anche lui visitava la città toscana per la prima volta. Alla fine, quando ci salutammo alla stazione ferroviaria di Santa Maria Novella, dopo due giornate di meraviglie gli domandai, imbaldanzito: “In conclusione allora?”, e lui dal finestrino: “È davvero fantastica, però perché l’avete fatta solo di fortilizi da guerra?”.

“‘Sto giapponese – pensai lì per lì e poi anche per parecchio tempo – ‘sto giapponese è troppo assuefatto alle loro casucce di carta”.

 

Ma mi sbagliavo. Firenze non è bella quando la si visita, ma quando la si ricorda, e inoltre aveva operato nel ragazzino del Sol Levante una delle sue abituali transizioni metafisiche: secoli di lotte fra Comuni e tra famiglie, di Congiure dei Pazzi, di Savonarola, di Guelfi bianchi, neri e a pois, di lotte feroci fra Repubblicani e Signorie più o meno arbitrarie, di occupazioni Imperiali e ghibelline, tradimenti di tutti contro tutti, hanno reso ogni casa imprendibile. Una storia convulsa che serve a rappresentare nelle menti tutte assieme la potenza di pietra della Madre del Rinascimento.

Un giorno mi fecero ammirare un’antica dimora, veramente chic, che in via de’ Servi, pochi metri dopo l’ingresso del portone, mostrava una botola sul soffitto fatta apposta per rovesciare all’impazzata olio bollente sugli ospiti indesiderati… Al posto dell’ascensore.

 

Quando la mamma sentì che me ne andavo a Firenze per un periodo di studio, esclamò: “Allora il 7 settembre non mancare la festa della Rificolona; io ci sono stata da bambina, e ancora me la sogno”. Non ne sapevo nulla ma finsi: “Senz’altro mammina. Non vedo l’ora!”. 

Mi ritrovai, mentre già abbuiava, con tra le mani una lunga pertica di bambù, alla quale stava appesa su in alto ciondolante la Rificolona, una lanterna di carta colorata illuminata da dentro da una tremolante candelina; attorno a me migliaia di fiorentini scorrevano quasi a passo di danza sul Lungarno, tutti con le lampade luminose colorate, e ripetevano all’infinito una sola canzone, o, meglio, una cantilena: 

Ona, ona, ona, oh che bella rificolona… ona, ona, ona, oh che bella rificolona” 

Da secoli le ragazze del contado venivano con i cestoni in città per vendere le loro mercanzie alla fiera per la festa della Natività della Vergine. Erano sbeffeggiate e ammirate dai bellimbusti di città. Per le loro forme strabordanti le chiamavano “culone”.

 

Ona, ona, ona oh che bella rificolona… 

ell’è più bella la mia di quella della zia…”.

Firenze ha trasformato le antiche “culone” nella sfilata delle lanterne metafisiche di carta che si chiamano “Rificolone” senza più alcuna allusione magical-pornografica. Ma intanto i giovanotti di adesso, acquattati nell’ombra, aspettano alla fine del Lungarno armati di cerbottane per sparare pallottole di carta di giornale masticate.

Ona, ona, ona, oh che bella rificolona…” rapito, estasiato, cantavo nel coro ripetitivo ma inebriante della tiritera. 

 

 

Persi il filo quando papà mi sussurrò all’orecchio con la sua amabile voce calda, gentile e affettuosa: “Ma Aldo mio, come fai, tu, preparato come sei, liceale classico, a mescolarti così col popolino di Firenze? Però fai pure, se t’accontenta…”. Per il papà il mio liceo classico era come dire Princeton.

Ma il papà non c’era. E come avrebbe potuto, poverino? Lui era morto, tre anni prima, a cinquant’anni appena compiuti.

Ona, ona, ona, oh che bella rificolona…

 

Non cantavo quasi più, ero commosso più che scosso dalla voce che speravo di sentire di nuovo. Aspetto ancora adesso, dopo così tanti anni, ma più niente voci, né di lui né di nessuno; solo il rimbombo delle mie parole nelle protesi auditive… Ma da anni mi chiedo se sussurri dell’aldilà non siano arrivati quella sera ad altri festaioli.

Alla fine le cerbottane dei ragazzacci sparavano le pallottole masticate e incendiavano le Rificolone che restavano lì per terra tra gli applausi dei fiorentini e degli allibiti turisti e tutti se ne tornavano contenti agli affari loro. Se fosse venuto anche il mio amico nipponico avrebbe ritrovato la sua Kioto. Nella carta delle lampade e nella tiritera fiorentin-scintoista.

Per quanti sforzi faccia, non riesco a liberarmi dalle mie storielle personali. Eppure forse qui qualcosina si potrà cavarne fuori.

Lasciatemi ancora dire che la mamma era di Firenze e il papà di Pisa: non vedeva per niente bene le feste popolari, soprattutto quelle di Firenze. Il fatto che fosse proprio lui a sussurrarmi in quel clangore, non dimostra niente sulle mie condizioni mentali (né in bene né in male).

Qui ci siamo venuti però a trovare in un garbuglio di faccende psichiche delle quali non so quasi nulla, e perciò da qui in poi vi godrete nient’altro che una serie di domande e affermazioni piuttosto improvvisate. 

 

Da quel poco che ne so con la mia cultura d’accatto, la psichiatria, la neurologia hanno registrato progressi impressionanti nel XXI secolo. Vere e proprie rivoluzioni delle quali si devono ancora forse tirare le fila, ammesso che ci si riesca mai.

Al puro scopo di épater le bourgeois, che si deve pur nascondere fra i miei lettori, mi camufferò da “virologo” insigne (oggi di moda per la pandemia!), spaparazzando, un minuto dopo l’altro, apocalissi e albe dorate.

Tanto, nulla di quanto segue sarà mai opportunamente controllato, spero.

I nostri disturbi mentali sembra siano ereditari al pari, pare impossibile, di quelli che affliggono giraffe, ippopotami e quant’altri. Si manifestano in ogni individuo con gravità differenziate per motivi casuali, troppo numerosi per esaminarli qui. Se avete dubbi sui disturbi mentali che abbiamo in comune con gli altri animali, scorrete le cronache che non mancano mai di narrare dell’elefante buonissimo imbizzarrito che travolge spettatori indiani a una festa. 

 

E qualcuno si è chiesto, ma non so più chi fosse, come mai l’evoluzione tanto provvidenziale non abbia corretto i nostri disturbi mentali e le emozioni esagerate. 

Eppure ci sono stati sussurri auricolari che hanno trasformato le più diverse confessioni religiose e anche la storia. I Profeti della Bibbia, Giovanna d’Arco, Santa Rita da Cascia, Bernadette Subirou... In antico si chiamava “morbo sacro” l’epilessia e si stentano a contare Sibille, Divinatori, Astrologhi… Possibile che il mondo dell’aldilà si manifesti quasi esclusivamente con disturbi mentali?

Anni fa, Richard Dawkins scrisse un libro intitolato: “Il gene egoista”. Sarebbero i geni del DNA i veri padroni del vapore e ci fanno fare solo quel che serve a loro: vogliono prolificare.

Se siamo, nonostante i progressi, ancora ben indietro sulla conoscenza dei disordini mentali individuali, figuriamoci poi di quelli collettivi… Conosco solo un misero rimedio dal panico: la maniglia antipanico…

Ebbene, gli scienziati per studiare i disturbi mentali collettivi, potrebbero cominciare dalla festa della Rificolona: il vero e unico allucinogeno che non lascia strascichi da drogati.

 

Roma, 9 giugno 2020.

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