Prendere le distanze

“ — Vuoi che te lo dica? — replicò Pinocchio [...]. — Fra i mestieri del mondo non ce n’è che uno solo che veramente mi vada a genio. — E questo mestiere sarebbe? — Quello di mangiare, bere, dormire, divertirmi e fare dalla mattina alla sera la vita del vagabondo — Per tua regola — disse il Grillo-parlante con la sua solita calma — tutti quelli che fanno codesto mestiere, finiscono quasi sempre allo spedale o in prigione”. Nelle parole assegnate al Grillo-parlante dalla penna di Collodi, il “mestiere” che Pinocchio dichiara di preferire passa da “questo” a “codesto”, da una battuta all’altra del dialogo. Perché?

 

La risposta è intuitiva. La saggia bestiolina apprende nel dettaglio cosa pensa il burattino scriteriato e aspirante gaudente e cambia atteggiamento. Da un’attitudine neutra e interrogativa passa a una presa di distanze. Lo scarto è netto ed è espresso in maniera molto sottile e naturale: da un dimostrativo all’altro, da “questo mestiere”, non marcato, a “codesto mestiere”, marcato. I “codesto” e simili nelle Avventure di Pinocchio sono solo un decina e soltanto la ricorrenza menzionata ha un tale rilievo contrastivo. La maestria di uno scrittore consiste appunto nella capacità di mettere in luce e, congiuntamente, di mettere a frutto tali naturali sottigliezze. Queste testimoniano correlativamente di cosa sia fatta la qualità di ciò che capita sia (stato) scritto, caso mai di prove del genere ci fosse ancora bisogno, quanto a Collodi e alla sua opera.

 

I cosiddetti dimostrativi, dicono quasi tutte le grammatiche e molti studi linguistici, servono a indicare, nel discorso, cose variamente poste nel contesto e essi stessi variano di forma sulla base di una considerazione dello spazio. Chi, per diletto o al di là del diletto, è curioso dei fatti di lingua sa inoltre che questa considerazione è intuitivamente costruita dai parlanti sopra un sistema integralmente linguistico e che asse di tale sistema è la persona grammaticale. Con valorizzazioni variabili idioma per idioma, in funzione anche di risorse formali diverse, la prossimità della cosa indicata a chi parla (un siciliano direbbe “cà”), a chi ascolta (“ddocu”, con pronuncia retroflessa), né all’uno né all’altro (“ddà”, con la stessa pronuncia) sono (o sarebbero) le circostanze determinanti di tale considerazione. Le grandezze del calcolo sono difficilmente definibili né sono esprimibili con la consueta metrica spaziale. Sotto tale rispetto, la lingua non può che parere ed essere approssimativa, ma la sua geometrica esattezza consiste in altro. Lo si è già detto: i dimostrativi si allineano infatti a valori radicati nell’enunciazione. E l’enunciazione è un sistema del massimo rigore, articolato indefettibilmente sopra tre funzioni (io, tu, né tu né io) e pronto a secernerne nel discorso una quarta (noi).

 

L’artefatto letterario esibito in esordio non contrasta con questo quadro e fa cruciale riferimento alla persona, come categoria dirimente. Dice però apertamente una cosa più specifica e forse di qualche interesse: come elementi correlati all’enunciazione, se i dimostrativi hanno un rapporto che li definisce, l’hanno anzitutto con chi li proferisce e nel discorso del quale essi ricorrono. Con essi, chi parla non dà (soltanto) una posizione, per quanto in modo momentaneo e soggettivo, alle cose del mondo circostante. Per via di correlazione, prende lui medesimo posizione rispetto a esse. Nel discorso, dice lui cosa pertiene o no a se stesso; cosa pertiene o no al destinatario della sua parola, che riceve così anche lui una posizione; cosa sta fuori dei due domini di pertinenza.

 

Così, basta un “codesto”, opportunamente rivolto a un tu, nel pieno rispetto della regola, per manifestare rigetto e disapprovazione per ciò che quel tu ha appena finito di dire. E un io esprime d’altra parte la propria stizza sprezzante nei confronti di qualcuno con un enfatico e definito “quel”, che vale come tentativo di allontanamento. È quanto si coglie, sempre prestando attenzione ai dimostrativi e ai loro valori, in questo passo di Il fu Mattia Pascal: “— Mi dica adesso dov’è andato a scovare quel bel tomo. — Scusi tanto, signor Adriano! — premise quell’imbroglione, a cui non posso fare a meno di riconoscere una grande genialità. — Mi accorgo di non essere stato felice… — Ma lei è felicissimo, sempre! — esclamai io. — No, intendo: di non averle fatto piacere. Ma creda pure che è stata una combinazione.

 

Ecco qua: son dovuto andare questa mattina all’Agenzia delle imposte, per conto del marchese, mio principale. Mentr’ero là, ho sentito chiamar forte: — Signor Meis! signor Meis! — Mi volto subito, credendo che vi sia anche lei, per qualche affare, chi sa avesse, dico, bisogno di me, sempre pronto a servirla. Ma che! chiamavano a questo bel tomo, come lei ha detto giustamente; e allora, così... per curiosità, mi avvicinai e gli domandai se si chiamasse proprio Meis e di che paese fosse, poiché io avevo l’onore e il piacere d’ospitare in casa un signor Meis... Ecco com’è andata! Lui mi ha assicurato che lei doveva essere suo parente, ed è voluto venire a conoscerla...”. Il tentativo di allontanamento fallisce, come si vede. Nella schermaglia discorsiva, all’“imbroglione” Papiano, non per nulla di “grande genialità”, basta un “questo” per rimettere nuovamente il “bel tomo” al centro del discorso con Mattia Pascal/Adriano Meis, per giunta sotto l’irridente e sottolineato sembiante di adottarne le parole, ma sottilmente contrastandone, con il dimostrativo, la presa di posizione e prolungandone così il fastidio e l’irritazione.

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