Nuotando in un cimitero

Forse bisogna soltanto attendere che cali il vento. Questione di giorni, di ore. E poi ricomincerà, come ogni anno, il calvario, punteggiato di stragi note o ignote, sepolte nel Mediterraneo. Assistiamo così, generalmente senza far nulla di politicamente e socialmente concreto, a un rito di sangue che si ripete ciclicamente.

È quello dei profughi che giungono sulle nostre coste, stremati talora da mesi di cammino, poi la traversata fra mille rischi dettati da altri esseri umani e dalle condizioni ambientali, e poi ancora il cammino, oppure lo stazionamento in quelle strutture “temporanee” che sono come e peggio di carceri (lo dice l’Unione Europea, le rare volte che un suo rappresentante riesce ad accedervi), e poi magari il “rimpatrio” (anche questo effettuato in barba a qualsiasi legislazione internazionale).

Le acque dove sguazziamo fra una tintarella e l’altra sono un unico, immenso cimitero: almeno questo dovremmo saperlo e ricordarlo. Così come Francesco Biamonti ci rammentava che pure le nostre montagne sono terre costellate di cadaveri. Altri tempi, altri passi e passaggi, altri nomi (non ‘scafisti’ ma ‘guide’); tragedie simili se non identiche. Le rammentava spesso, Biamonti, ad esempio in queste righe tratte dall’Angelo di Avrigue, il suo romanzo più memorabile:

 

La donna ricomparve sul sentiero.

Si fermò a guardare un ovile vuoto. Il pastore in quell’inverno mite, quasi lunga estate di San Martino, doveva essersi fermato sui colli più interni. Poi la donna entrò nel bar ed egli le chiese com’era andata la passeggiata.

- Je ne peux pas oublier, monsieur! je ne peux pas oublier!

Che cosa non poteva dimenticare?

Il passo roccioso dove anni prima era morto suo marito, lei disse. Un passo, lì nei paraggi, sbarrato da un cancello con aculei anche laterali. Una guida li aveva abbandonati una notte su un cornicione. Bisognava appendersi agli aculei per passare, e suo marito era stato trascinato giù dalla valigia.

- Una guida ben disonesta, signora! Ha scelto il passo più difficile, il più breve ma il più difficile. Non per niente qui lo chiamano il passo della morte. Mi spiace dirglielo.

- Chi ci ha guidato allora è stato un assassino.

- Come chi ha messo il cancello.

- Chi è stato?

- È lì dagli anni trenta, e forse da prima… I Savoia… possono anche essere stati loro.

- Vorrei andare a rivedere quel passo, vorrei trovare qualcuno che ne conosce la strada.

- Ma quando è successo?

- Vent’anni fa. Appena sposati. Eravamo in fuga dalla Polonia, avevamo già passato clandestinamente tre frontiere.

 

(Francesco Biamonti, L’angelo di Avrigue, Einaudi, Torino 1983, p. 34)

 

Quel che merita maggiore indignazione non è l’origine della miseria da cui migliaia di esseri umani fuggono - spesso, se non sempre, causata da dinamiche economiche che nascono e crescono e sono finalizzate nelle “nostre” terre -, piuttosto dal fatto che al danno si aggiunge la beffa.

Per dirla con le parole di Erminio Ferrari (un altro che ha guardato ai valichi alpini con gli occhi di chi non li attraversa con le scarpe da trekking): “Penso che a muoverli, a cacciarli, erano le stesse cose lasciate nella terra sconosciuta da cui erano partiti, maledetta e rimpianta. ‘Miseria, che è poi quello che trovano qui. Solo che qui la miseria è anche una colpa’” (Erminio Ferrari, Passavano di là, Casagrande, Bellinzona 2002, p. 107).

 

 

 

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