Crisantemi

Parigi di fine Ottocento. Siamo in casa di Odette de Crécy. La voce narrante della Recherche ci introduce nel suo salotto preceduto da uno stretto vestibolo, alla cui parete, rivestita di un graticcio da giardino, ma dorato, era addossata per tutta la sua lunghezza una cassa rettangolare nella quale, come in una serra, fioriva un filare di quei grossi crisantemi ancora rari in quegli anni, sebbene non paragonabili alle qualità che gli orticoltori riuscirono ad ottenere in seguito. Swann era infastidito dalla moda di cui erano oggetto dall’anno precedente, ma questa volta lo aveva colpito piacevolmente vedere la penombra della stanza screziarsi di rosa, arancione e bianco grazie ai raggi odorosi di quegli effimeri astri che s’accendono nelle giornate grigie. Odette l’aveva ricevuto in vestaglia di seta rosa, con il collo e le braccia nudi. (vol. I, Du côté de chez Swann, trad. di G. Raboni, «I Meridiani» Mondadori)

 

 

Brescia. Fine anni Settanta del Novecento, un giorno prossimo al 2 novembre. La ragazzetta che ero, invasata dalla lettura estiva della Recherche di Proust, non si capacitava che a un fiore dal nome così splendente (fiore d’oro recita l’etimo greco) spettasse una sorte così funerea, e regalò all’amica di allora, che languiva in un letto d’ospedale in attesa di un delicato intervento chirurgico, crisantemi grandi come quelli che Odette amava tenere in casa. Voleva, come suo solito, andare in controtendenza, offrirli come fiori belli, degni di essere portati in dono, voleva sfidare lo sciocco e tutto italico pregiudizio di fiore che nessuno si azzarda a regalare, voleva negarne la fama ingrata che si porta addosso per il solo fatto di sbocciare giusto in tempo per finire sulle tombe. Certo, si dirà, tra ospedale e cimitero il passo è breve; forse non ci pensò, o voleva che quelli fossero viatico per una lunga  vita di qua e non per quella di là.

Come in Cina e in Corea, anche in Giappone, dove è emblema nazionale, il crisantemo è festeggiato come fiore della vita e non della morte, curato nei giardini, accolto nelle case come raffinato elemento d’arredo. Tant’è che il fiore dei morti nel Regno del Crisantemo è l’Hinganbana (Manjushage in sanscrito, così nel Sutra del Loto): un’amarillidacea dalla livrea di fuoco (Lycoris radiata) e dai lunghi stami sporgenti che le hanno guadagnato il nome popolare di giglio del ragno rosso. 

 

I fiori dei morti variano da paese a paese, sono stagionali e coloratissimi: l’ultimo sprazzo di vita che la terra dà alle soglie dell’autunno. In Messico, nel Día de Los Muertos si offrono i tageti (Tagetes erecta), chiamati anche Cempasúchil in lingua Náhuatl. Gialli, arancio, amaranto dipingono le tombe, addobbano i festoni e gli scheletri fatti sfilare per quel grande rito carnevalesco e apotropaico che anima tutte le contrade. Anche i tageti, come i crisantemi, fanno parte della gloriosa famiglia delle Composite, e come quelli sprigionano un’amaritudine selvatica che, come dicono in quelle regioni mesoamericane, serve a far sì che le anime, sentendolo, non si perdano.

 

 

Ma il crisantemo come essenza ornamentale è apprezzato pure in Inghilterra e negli Stati Uniti, dov’è coltivato nelle sue numerose varietà. Qui, tra ottobre e novembre, viene felicemente sposato alle zucche nella coreografia autunnale del verde urbano. 

Il genere conta circa 200 specie, innumeri gli ibridi con un’estesa gamma cromatica (ora persino nei blu) e forme diversissime a seconda del tipo di corolla e della dimensione del fiore, dai piccoli capolini del Chrysanthemum coreanum ai palloni del Chrysanthemum x hortorum sphaericum. In quest’ultima specie è la disposizione delle ligule – possono essere anche tubolari fin quasi a spillo – a determinarne classificazione e aspetto: orizzontali o pendule, rivolte all’interno a formare un globo o all’esterno, o entrambe le cose combinate per un effetto più scompigliato. 

 

 

Il Chrysanthemum alpinum è una delle specie, circa una dozzina, spontanee in Italia; fortuna poi vuole che da noi non si sappia, o si finga di non sapere, come anche le margherite dei prati siano crisantemi (Chrysantemum leucanthemum): possono così sfuggire al pregiudizio, ed avere la buona reputazione che si accorda volentieri ai più semplici fiori. Rustici e facili da coltivare, i crisantemi vogliono un’esposizione meridiana e riparo dal gelo, annaffiature abbondanti e buon concime. Le uniche operazioni di rilievo sono la potatura (a fine maggio) e la cimatura (almeno una in agosto) per favorire una crescita vigorosa e una fioritura più abbondante. 

 

 

Il genio poetico ispirò nel 1896 a Giovanni Pascoli un testo dove i fiori in questione compaiono solo nel titolo (Crisantemi, per l’appunto), cosicché non ne abbiamo un ritratto come per le altre essenze botaniche del suo giardino di carta. Abbiamo però una strofe saffica che Cesare Garboli lesse come chiave decisiva e rivelatrice, pur nella sua trama quanto mai cifrata, del più segreto dei segreti pascoliani. Simboli della morte mistica di un amore impossibile per la sorella Ida, e della sua trasfigurazione, questi crisantemi di Pascoli mettono la croce sopra i suoi desideri frustrati.

 

 

Chissà se quei miei adolescenziali crisantemi furono capiti, o se furono invece avvertiti come il segno di qualcosa che fra noi doveva finire. Ma se di lì a qualche anno quell’amicizia ebbe la sua inevitabile sepoltura, non fu certo per colpa loro. E continuo, pervicace, a rifiutare il pregiudizio nazionale che li affligge: senza soccombere come Odette alla moda delle cineserie, possiedo una sottana con grandi e solari crisantemi, riservo loro un posto nel mio giardino, mi piace averli nei vasi di casa, e mi impegno nel promuoverli al pari degli altri fiori. Vi esorto dunque a guardarli sotto un’altra luce, affinché anche a voi appaiano quali «effimeri astri che s’accendono nelle giornate grigie».

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