L'ontano. L’albero degli zoccoli

Ho capito che era il compagno della vita quando liberò il giovane ontano nero dalla morsa d’edere e rovi. Giù, nella ripa incolta del fiume, il fusto e i primi rami già erano inghiottiti dai competitori, solo l’aerea cima ne rivelava la presenza. 

Mi è caro l’ontano, o alno che dir si voglia (Alnus glutinosa), per la sua slanciata silhouette che si staglia lungo fossi e lame d’acqua. E perché è l’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, un film testimonianza di una cultura e di un mondo contadino scomparsi, da cui vengo anch’io. Mia madre indulgeva spesso nel ricordare nel nostro poco affabile dialetto quanto a lungo, da ragazzina, rompesse l’anima a suo padre prima di ottenere un paio nuovo di zoccoli (“supei”, con la sibilante aspirata). 

Esposto all’aria il suo legno aranciato deperisce in fretta, ma in acqua si fa duro e roggio: pressoché immarcescibile. A Venezia ne sanno qualcosa. 

 

 

Oltre, appunto, a zoccoli e secchi, la sua fibra atossica è buona anche per costruire giocattoli e altri oggetti d’uso quotidiano. La corteccia –  dapprima liscia e solcata da bianche lenticelle, poi fessurata da placche rugose – fornisce tannino per la concia delle pelli, il rosso e il bruno per tingere lane, feltri e inchiostri. Gemme e foglie entrano in preparazioni farmacologiche febbrifughe, antiinfiammatorie, diuretiche: insomma, un albero prezioso specie ai tempi della grama vita contadina, quando nulla si sprecava e si faceva tesoro d’ogni dono di natura.

 

 

L’ontano nero è una betulacea comune su tutto il territorio nazionale, predilige terreni acidi e umidi, quando non paludosi, che colonizza insieme a salici e pioppi. Porta una chioma conica, che s’espande negli anni, di alterne lamine ben picciolate, obovate e ottuse in apice, margine a doppia dentatura, vischiose  da giovanette, d’un verde fresco via via più scuro e persistente anche d’autunno. Fiorisce presto, prima di metter foglia, con gruppi di penduli amenti maschili rosso-violacei che s’allungano nei mesi freddi e s’aprono in primaverili cascatelle di minimi fiorelli privi di petali ma gialli di antere. Assai più brevi quelli femminili che sortiscono in frutti dai botanici detti pseudo strobili: miniature di pigne brillanti nel verde estivo, tenaci sui rami d’inverno, pur secche e prive di acheni.

Oggi, per l’elogio degli ontani, calo due carichi da undici, due poeti laureati con le fronde del trofeo più illustre che, almeno in questi casi, lustro riceve da entrambi i premiati.

Il primo è Seamus Heaney, che guarda alle presenze vegetali del suo paesaggio d’origine, quell’Irlanda di piogge e torbiere, con ammirata e ammirevole considerazione. Eccovi il suo invito:

 

 

Trapiantando l’ontano

 
Per la corteccia, argento opaco, che l’avvolge tutto,
un collare di colomba.
 
Per le stillanti, scorrenti
foglie tremolanti di pioggia.
 
Per il camuso grumo dei primi coni verdi,
smeraldo fuso, clorofilla.
 
Per il ruzzolare dei coni in inverno,
come in una guaina di sonagli, una fragilità di fossile.
 
Per il legno d’ontano, rosso fiamma quando strappato
ramo da ramo.
 
Ma soprattutto per i riccioli ondeggianti
degli amenti gialli,
 
piantatelo, piantatelo,
testa arruffata nella pioggia.

 

 

Il secondo carico me lo consegna Wisława Szymborska: una sollecitazione, dal sapore un poco zen (corretto dallo stigma della sua ironia), a godere dei molti piccoli miracoli quotidiani e, prima ancora, a vedere ciò che abbiamo sotto gli occhi ma che guardiamo senza vedere, a godere del qui e ora.

 

La fiera dei miracoli 

 

Un miracolo comune:

l’accadere di molti miracoli comuni.

 

Un miracolo normale:

l’abbaiare di cani invisibili

nel silenzio della notte.

 

Un miracolo fra tanti:

una piccola nuvola svolazzante,

e riesce a nascondere una grande pesante luna.

 

Più miracoli in uno:

un ontano riflesso sull’acqua

e che sia girato da destra a sinistra,

e che cresca con la chioma in giù,

e non raggiunga affatto il fondo

benché l’acqua sia poco profonda.

 

Un miracolo all’ordine del giorno:

venti abbastanza deboli e moderati,

impetuosi durante le tempeste.

 

Un miracolo alla buona:

le mucche sono mucche.

 

Un altro non peggiore:

proprio questo frutteto

proprio da questo nocciolo.

 

Un miracolo senza frac nero e cilindro:

bianchi colombi che si levano in volo.

 

Un miracolo – e come chiamarlo altrimenti:

oggi il sole è sorto alle 3.14

e tramonterà alle 20.01.

 

Un miracolo che non stupisce quanto dovrebbe:

la mano ha in verità meno di sei dita,

però più di quattro.

 

Un miracolo, basta guardarsi intorno:

il mondo onnipresente.

 

Un miracolo supplementare, come ogni cosa:

l’inimmaginabile

è immaginabile.

 

Null’altro, sugli ontani (e su come stare al mondo) vi sarebbe da aggiungere. Giusto per strafare, un ultimo dettaglio sulla loro voce: «Lo stagno erboso e il suono rauco dell’ontano» dice S. A. Esenin in Confessioni di un teppista

E lascio a voi chi da giovane cantava «Jo i soj na viola e un aunàr / il scur e il pàlit ta la ciar» («io sono una viola e un ontano, lo scuro e il pallido della carne», P.P. Pasolini, Dansa di Narcìs II).

 

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