Lamezia Terme, 20 novembre 2011

 

Torno a Lamezia. Finalmente abbiamo le date ufficiali del debutto di Donne al Parlamento: 20 e 21 novembre, ore 21, al Teatro Comunale Politeama, gestito per il Comune da Piero e Pierpaolo Bonaccurso del Teatrop.

 

I corsari hanno lavorato benissimo. Ricordate che vi dicevo dei problemi creati dalla innaturale (per la non-scuola) pausa estiva? Bene, sono andati dappertutto, non solo sono ritornati nelle scuole, ma anche nelle strade, nelle piazze. Nei pub, dove gli adolescenti si danno raduno, e hanno trovato nuove adesioni ed entusiasmo. Come crediamo si faccia il lavoro con i giovani? Si fa così. Impiegando tempo e passione. Le locandine, certo, i manifesti, i dépliant, la conferenza stampa, ma prima di tutto il guardarsi in faccia. Il prenderli sul serio, uno a uno. E forse i giovani stessi possono farlo meglio di tutti, per questo è importante non essere “avari”, ma coinvolgere ragazzi attenti e svegli e appassionati nei progetti culturali, se vogliamo che siano una miccia capace di accendere i loro coetanei.

 

 

Le prove procedono. Io oggi seguo solo Praxagora e le altre con Emanuele e Tonino, mentre Gianni e Christian lavorano con i maschi. Sberleffi ad Aristotele, che descriveva la donna come un animale senza anima, ai greci antichi che la consideravano una creatura di serie b: la sottomessa.

 

Sarà un allestimento semplice semplice, come si usa nella non-scuola. Scene e luci ridotti all’essenziale, e non solo perché non ci sono soldi, ma perché si mira al cuore: il cuore sono i corpi e le voci, e l’antico ritrascritto su quei viventi, quei corpi-voce che diventano scenografia, quei corpi-voce che fanno luce, quando anche in modo sgraziato resuscitano parole antiche che sulle loro bocche nascono nell’istante in cui vengono pronunciate.

 

 

Poi andiamo tutti al campo rom di Scordovillo, sul pulmino dell’Associazione La Strada. I piccoli rom, i nuovi arrivati a Capusutta, hanno chiesto a Rosy se Emanuele e i corsari, che ancora non erano stati al campo, li venivano a trovare. E io ne approfitto per tornare insieme a loro, dopo la visita che avevo fatto ad aprile, e visto anche che domani dovrò rientrare a Ravenna e non potrò lavorare con i piccoli. È rarissimo che qualcuno che non sia rom venga al campo di sera, di solito le visite ufficiali si fanno di giorno. Buio pesto, solo qualche fuoco acceso ai crocicchi, e i tagli di luci colorate che escono dai container e rendono il tutto ancora più irreale. Lì il popolo dei bambini rom sembra un popolo di folletti ridenti, di spiritelli da Sogno di una notte di mezza estate che ci guidano nelle tenebre, tenendoci per mano. I loro sorrisi si vedono benissimo in quell’oscurità. I topi corrono a frotte in mezzo ai rifiuti che costeggiano il campo, i ragazzini li scacciano con grida e sassate. È serata di Champions. Si finisce che quando ripartiamo tanti bambini ci gridano “Juve! Juve! Juve!”, sfottendo i corsari e la loro fede nel Napoli. Io mi guardo malinconicamente attorno per cercare un tifoso interista, ne scopro solo uno, piccolo piccolo, che sì, mi conferma la sua adesione alla casacca nerazzurra, ma poi serio ci tiene a precisare che prima di tutto, se proprio deve scegliere, c’è la Vigor Lamezia Calcio.

 

 

Concetto di popolo. Sono appena stato a Milano, dove ho partecipato a un bel convegno sul Teatro del Popolo, il teatro inventato dalla Società Umanitaria per diffondere la cultura tra il popolo, inaugurato nel 1911 e distrutto dai bombardamenti nel 1943. Un teatro che ha come preceduto la nascita del Piccolo Teatro di Grassi e Strehler, portando davanti a migliaia di spettatori l’arte, tra gli altri, di artisti come Eleonora Duse e Igor Strawinski. Sono stato invitato da Renato Palazzi a parlare di “nuovo teatro, nuovi popoli”.

 

 

Da anni mi chiedo se la nozione di popolo abbia ancora senso, in una società di massa come la nostra, e penso che sì, se lo depuriamo da ogni retorica, quel concetto può avere un senso “attivo”, una dimensione felicemente anarchica. Perché se togli quella A anarchica e asinina dalla parola teatro, ecco che il teatro ti diventa subito “tetro”. Se invece quella A diventa portante, ecco che il teatro ricomincia a farsi luogo, a inventare piccole patrie, a dar voce collettiva alle nuove generazioni. A farsi grido di appartenenza, di ribellione, di felicità. A erompere come grido vitale, come grido dei piccoli, dei senza voce, degli ultimi nati e degli ultimi arrivati in una società che tramonta come quella occidentale (e in particolar modo funerea nella sua versione berlusconiana, che nasconde il terrore della morte dietro il lifting dei lustrini e l’esaltazione agghiacciante della giovinezza eterna e della falsa vita). E penso a come il teatro può ancora, apparentemente chiuso nel suo angolo rispetto al centro occupato dai grandi media, saper attivare nuovi popoli, nuove moltitudini.

 

 

Penso ai luoghi in cui abbiamo seminato negli ultimi dieci anni il concime della non-scuola, luoghi che non appaiono nelle mappe del mercato internazionale dell’arte, luoghi lontani dal clamore e dalle mode e dalle vetrine, periferie in cui siamo stati convocati da artisti e operatori che già lì a loro modo seminavano, ovvero: Napoli e Scampia, dove Maurizio Braucci e Roberta Carlotto e i Chi Rom… e chi no stanno portando avanti dopo di noi l’esperienza di Arrevuoto, con l’apporto fondamentale di Punta Corsara; Manfredonia dove opera con intelligenza la Bottega degli Apocrifi; Seneghe dove Mario Cubeddu si è inventato il Capodanno dei poeti; Milano e il bellissimo collettivo di Olinda all’Ex Paolo Pini; Roma e la scuola multiculturale di Asinitas; Mazara del Vallo con i tanti adolescenti tunisini e siciliani che studiano presso la Fondazione San Vito Onlus; Diol Kadd nel cuore del Senegal, sede di Takku Ligey diretto da Mandiaye N’Diaye, e poi Mons in Belgio e il suo teatro cittadino, ovvero il Manége diretto da Daniel Cordova; Conegliano dove andiamo da anni chiamati da Nicola de Cilia; Foligno dove operano attori bravi e indomiti come Michele Bandini e Emiliano Pergolari; i luoghi vicini a Ravenna che stanno nutrendo la non-scuola originaria, ovvero il Cisim dei rappers Il Lato Oscuro della Costa e della Libra a Lido Adriano e Castiglione di Ravenna che fa da “centro” per tanti bambini che vengono dalle campagne; Santarcangelo di Romagna dove la nuova direzione del Festival intende continuare l’esperienza non-scuola che ha portato a Eresia della felicità nell’estate 2011; le favelas di San Paolo in Brasile dove Patricia Furtado de Mendonca non si stanca di intervenire; Pistoia e la passione di Nicola Ruganti; e infine Venezia dove abbiamo appena iniziato a lavorare portandoci dietro le liriche di Vladimir Majakovskij, chiamati dalla Fondazione di Venezia per un progetto lungo di sei mesi, e che sarà il luogo del mio prossimo diario su doppiozero. Una volta debuttato con Capusutta in Calabria, ci sposteremo a raccontare la non-scuola nel nord est.

 

Come scriveva un grande calabrese, Tommaso Campanella: “Può nuova progenie/canto novello fare.”

 

Ci risentiamo dopo il debutto di Aristofane a Lamezia.

 

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