Scuola bene comune

La scuola è un gigantesco animale che respira seguendo ritmi propri e stagionali. A volte sembrano le danze incomprensibili di quegli stormi di uccelli migratori in volo che, visti da lontano, sembrano altro. Se poi non se ne parla, l’effetto di alternanza tra emergenza e insabbiamento si fa ancora più straniante.

 

Prima delle vacanze natalizie, l’attivismo dichiarativo del ministro e quello ‘riformatore’ dell’apparato avevano involontariamente risvegliato un grande movimento di attenzione dentro e attorno alla scuola, portando alla riconsiderazione del ruolo della scuola nella società. Di fatto, con l’eccezione delle pochissime realtà che se ne occupano costantemente (per lo più Radio 3, qualche rivista cartacea o in rete), la scuola è ora sparita dal discorso, un discorso ormai completamente dentro le logiche e le strategie della campagna elettorale per le più anomale e deliranti elezioni degli ultimi anni, almeno per i tempi e le modalità, in un paese che già non brillava per razionalità politica.

 

Certo, la scuola è importante per tutti i rappresentanti del ceto politico, come la famiglia, l’industria, il lavoro, l’infanzia, i diritti, lo sviluppo e altre decine di cose che sta bene dire. Nelle pratiche dell’amministrazione tutto procede come prima: a livello politico pochi conoscono i reali problemi della scuola; quelli che li conoscono sanno che non ci saranno mai i soldi per risolverli e/o avallano cinicamente manovre economiche socialmente deprimenti, a causa delle politiche economiche già di fatto decise altrove.

 

Ma vorrei evitare di portare ulteriori elementi al mugugno dell’indignazione in questo momento e penso che ognuno dei (e)lettori sia in grado di capire quali forze politiche abbiano un programma condivisibile sulla scuola e quali no. E ognuno sta già facendo a pugni con la propria intelligenza per capire come posizionarsi in queste elezioni.

 

In estrema sintesi: la scuola è un presidio di democrazia reale, inclusiva e partecipativa, e prima ancora di parlare di “capitalismo cognitivo” e di “noocrazia”, vorrei citare ancora una volta un recente Tullio De Mauro: “In Italia il 33 per cento delle persone non capisce o non sa scrivere una frase breve”.

 

Più diffusamente: recentemente la crisi attuale, che è frutto del neoliberalismo consapevolmente adottato ed è aggravata dal degrado etico della classe dirigente, ha portato moltissimi soggetti pensanti a ridiscutere il tema del bene comune, poiché molti dei problemi che ci attanagliano sono derivati dal fatto che “negli ultimi trent’anni i mercati e i valori di mercato hanno governato le nostre vite come mai era successo prima” (questo lo dice M. J. Sandel, filosofo di Harvard, autore di Giustizia, Feltrinelli, un best-seller mondiale). Libri come Beni comuni di Ugo Mattei o Azione popolare di Salvatore Settis affermano con forza il primato dell’interesse collettivo su quello privato e riflettono un desiderio di rigenerazione del tessuto democratico che vive nell’associazionismo e si è visto, ad esempio, in campagne come quella per l’acqua pubblica. Se questo riguarda i massimi sistemi, da un punto di vista pratico un attivo gruppo di docenti torinesi ha redatto un Manifesto per la scuola pubblica come bene comune, che raccoglie mesi di riflessione ed elaborazione, democratica e dal basso. Un invito a sottoscriverlo (http://www.insegnantiarrabbiati.it) e qualche idea per una efficace politica scolastica.

 

Per la gran parte degli insegnanti l’attivismo pedagogico e la rivendicazione di orgoglio democratico per il senso del proprio lavoro continuano, magari in silenzio, nelle pratiche quotidiane. Dentro la fatica di chiudere il quadrimestre, con i soliti anche trenta allievi per classe, nel frullatore delle influenze (che vuol dire assenze e sostituzioni), dei bilanci dei risultati scolastici, della cabala della valutazione, dei problemi economici propri e degli allievi, del disincanto comune per un futuro che non esiste.

 

Non solo la scuola è in crisi, la crisi a scuola si sente, si vede e si riflette più che altrove, semplicemente perché la società reale (intendo dire, non la sua rappresentazione mediatica e le astrazioni statistiche) passa dalle scuole, abitate da piccoli e giovani cittadini e cittadine che chiedono ogni giorno ragione della frattura tra il mondo ideale che i docenti spiegano e quello che vivono.

 

Dal Manifesto per la scuola pubblica come bene comune

Noi vogliamo [...] una scuola pubblica che abbia come obiettivo l’emancipazione umana e che favorisca la mobilità sociale; che sappia essere autenticamente democratica, perché laica, libera e inclusiva, una scuola formatrice di cittadine e cittadini colti, critici e attivi.

Questa è la scuola che la Costituzione auspica. Questa è la scuola per la quale noi insegnanti della scuola pubblica italiana vogliamo lavorare.

Esigiamo che il ceto dirigente di questo paese smetta di considerare la scuola pubblica come un semplice strumento del mercato o, peggio ancora, come una spesa o un costo dello Stato, su cui praticare tagli selvaggi e indiscriminati. La scuola pubblica deve invece essere pensata come una dimensione educativa fondamentale su cui investire, perché è in essa che gli individui possono crescere e farsi portatori di un pensiero libero e creativo: l’unico capace di trovare vie nuove e alternative proprio nei momenti di crisi, quando cioè le soluzioni scontate o tradizionali non sono più efficaci.

Noi riteniamo che la scuola pubblica sia un BENE COMUNE, un bene inalienabile e irrinunciabile, come l’acqua, l’ambiente, la salute e il diritto al lavoro (Costituzione, art.1). 

 

Per questo noi chiediamo a Governo e Parlamento di: 

 

A. Investire un punto e mezzo in più del PIL nella scuola pubblica – adeguando così l’Italia alla media dei Paesi OCSE – al fine di:

 

migliorare e mettere a norma l’edilizia scolastica: per una scuola più sicura;

 

ridurre il numero massimo di alunni per classe: per garantire una didattica più efficace e pratiche educative attente alle persone – con particolare riguardo per quelle disabili – e per migliorare le condizioni di sicurezza di alunne e alunni;

 

adeguare i salari dei dipendenti ai salari europei, data la parità media di orario di lavoro: per restituire dignità e motivazione ad una categoria di lavoratrici e lavoratori che, nonostante assolva un compito di rilevante responsabilità e valore sociale, negli ultimi anni è stata oggetto di continui attacchi denigratori, proprio da parte di rappresentanti delle istituzioni;

 

garantire risorse per percorsi permanenti di reale formazione e aggiornamento degli insegnanti: per assicurare una formazione, e una didattica, di qualità, attenta (per quanto non supina) alle esigenze del mondo attuale.

 

B. Assumere i lavoratori precari della scuola, ottemperando così alla norma europea (97/70 c.e.) che prevede la stabilizzazione del personale che ha prestato servizio per almeno tre anni presso la stessa istituzione (e il conseguente riconoscimento dell’esperienza maturata con finalità abilitante [36/2005]), al fine di: 

 

garantire continuità didattica e percorsi di insegnamento più uniformi e stabili, progetti formativi di più ampio respiro e lunga durata, migliorando la qualità dell'istruzione; 

 

inserire nel tessuto delle scuole esperienze nuove e aggiornate, contribuendo al miglioramento e all’arricchimento della qualità del servizio scolastico;

 

tutelare i titoli di studio e le abilitazioni conseguite a norma di legge (diplomi di Istituto e Scuola Magistrale, Scienze della Formazione Primaria, SISS).

 

C. Ritirare ogni progetto o provvedimento che comporti il frazionamento su base regionale del sistema scolastico nazionale o la privatizzazione della scuola (come previsto, per esempio dal DDL 953 ex Aprea). Riteniamo infatti essenziale:

 

mantenere l’autonomia e l’indipendenza dei Consigli di Istituto, liberi dalle ingerenze di soggetti privati;

 

tutelare la libertà di insegnamento (sancita anch'essa dalla Costituzione, art. 33) e la pluralità degli apprendimenti;

 

scongiurare la gerarchizzazione tra scuole di serie A e scuole di serie B, a seconda del territorio di appartenenza, con la conseguente perpetuazione di quelle disparità sociali che la Repubblica italiana si propone di ridurre (Costituzione, art. 3).

 

D. Ripristinare nella scuola primaria il progetto didattico del tempo pieno con le relative compresenze.

 

E. Mantenere l’attuale scansione quinquennale del percorso di istruzione della scuola secondaria di secondo grado, contro ogni ipotesi di sua riduzione a quattro anni. Riteniamo infatti essenziale:

 

evitare la drastica riduzione dei programmi in termini di qualità e quantità;

 

contrastare il dannoso abbassamento del livello di preparazione dei giovani che si affacciano alla formazione universitaria o al lavoro, ma soprattutto alla vita adulta e al ruolo di cittadine e cittadini attivi.

 

Noi riteniamo che la nostra idea di scuola non rispecchi esclusivamente interessi di parte o di categoria, ma risponda alle esigenze di ogni cittadina e cittadino che spera in un futuro di rilancio, riscatto e rinnovamento civile e politico, economico e culturale per l’Italia.

 

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13 Febbraio 2013