Silvia Bottani: gli amori immaginari

27 Febbraio 2023

Tutto inizia in un abbaglio, in un raggio di sole che rimbalza su una finestra nel cortile dell’università e allaga lo sguardo di Mauro Massari e da quel lago di luce si stacca, come disegnata, la figurina chiara e senza ombre di Bianca. 

Bianca chiede a Mauro di aiutarla a recuperare qualcosa di Fabio, suo fratello e migliore amico di Mauro, scomparso improvvisamente ventisette anni prima, un dettaglio luminoso rimasto a riposare in qualche piega del tempo, un segno dissotterrato che la aiuti ad avvicinarsi a lui e darsi ragione del suo mancare.

Mauro, Bianca e Fabio sono i protagonisti di Un altro finale per la nostra storia (SEM, 2023) e la geometria delle relazioni, nel romanzo, coincide con un triangolo in cui in uno dei vertici c’è un vuoto. Fabio, nella sua assenza, è il buco nero che governa le forze gravitazionali delle vite di Mauro e di Bianca, segnate in modi differenti dalla perdita, ma entrambe mutile di una parte di sé e del proprio futuro.

Quando Mauro incontra Bianca è un uomo di mezza età, con un matrimonio finito, un’ex moglie che se ne è andata, una figlia rimasta a raccogliere le sue migliori attenzioni e una carriera come atleta mentale. È un “uomo di pianura”, come dice di sé stesso, che “vive di malinconie e di incertezze e nel suo computo personale ha più rinunce che conquiste”, avviato verso un progressivo ritrarsi dalla vita, riducendola ai minimi termini e rintanandosi nelle stanze della sua memoria, in una “solitudine abitata che ha un costo, ed erode la vita reale”.

Mauro affronta l’impresa proposta da Bianca, con scarsa fiducia, più attratto dalla possibilità di avvicinarla a sé che dalla prospettiva di venire a capo della sparizione, “di quel tempo cancellato che tentavamo – che tentavo – dice Mauro – di far riemergere dall’oblio con dei sortilegi, perché la verità è che procedevo a tentoni, cercando di recuperare lui per arrivare a te, o forse al contrario, innamorarmi di te era riprendere quella storia da dove si era interrotta”.

Mauro e Bianca si avvicinano, ma tra di loro resta il ricordo di Fabio, legato a entrambi da un rapporto di intimità che trascende le relazioni fraterne e amicali, tanto da lasciarli, dopo la sua scomparsa, scomposti e disuniti.

Quando Mauro rivede Bianca per la prima volta, dice di sentirsi separato da sé stesso e la stessa sensazione lo coglie mentre osserva Bianca, sempre più da vicino: “di fronte a me c’era una Bianca attuale, con la sua bellezza lunare, unita da un filo a un’altra Bianca, che era disancorata dal tempo e dallo spazio, la figura di una possessione”, “mi è sembrato allora – aggiunge Mauro – che fossi alla ricerca di Fabio non tanto per trovare lui ma per riunire quella Bianca a te, per ricomporre le due emanazioni e poter tornare a essere infine una persona sola”.

La decisione di Fabio di svanire pare aver innescato un processo di sparizione anche nelle vite di Mauro e di Bianca, lui che si defila progressivamente dalla sua vita, lei che sta nel mondo come in una foto mossa, senza fermarsi mai, e sfugge anche lei, a suo modo, dalla sua vita e sfugge anche a Mauro, che invece crede di trovare in lei un punto fermo a cui potersi ancorare.

Ma a queste incontrollate forme di reazione al trauma, fa da contraltare un aspetto positivo, che caratterizza tutti i personaggi di Bottani, sin dal suo romanzo d’esordio Il giorno mangia la notte (SEM, 2020), ovvero l’espressione di una volontà affermativa, il tentativo di agire sulla realtà senza lasciarsi annientare, e se nel primo libro dell’autrice ciò si declinava in un linguaggio dei corpi, nella fisicità dello stare con gli altri e nella vita, anche negli aspetti più violenti, qui la ricerca è tutta interiore, nel campo sterminato della memoria, della mente e dell’immaginazione.

Se Bianca è mossa dall’urgenza di trovare una ragione che la ricomponga, nel disorientamento e nell'impotenza in cui la perdita di Fabio l’ha gettata, di affermare la sua volontà di fronte all’atto di autodeterminazione del fratello, anche Mauro cerca un argine alla deriva che quell’evento ha provocato nella sua vita e se nella dedizione con cui ha studiato le tecniche per riordinare la realtà nelle stanze della memoria c’è un merito, dice lui stesso, “è l'aver cercato qualcosa a cui aggrapparmi”.

Le gare di memoria sono ormai l’unica attività che lo tiene impegnato e i dieci capitoli che compongono il romanzo coincidono con le dieci prove della gara che Mauro sta affrontando.

Il racconto si sviluppa su piani diversi e convergenti, a partire dalla ripresa in soggettiva di Mauro, che riporta in presa diretta le sue prove di mnemotecnica mentre ripercorre le tappe del suo rapporto con Bianca, rivolgendosi direttamente a lei, come in una lettera mai spedita, e in questo resoconto si conficcano, come schegge e attivatori, le memorie risvegliate dal passato.

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Il punto in cui il romanzo inizia è lo stesso in cui il romanzo finisce, perché l’intera storia si svolge in un solo luogo, il palazzo della memoria di Mauro Massari, e avanzando nella lettura si ha l’impressione di attraversare una materia instabile, di muoversi in uno spazio i cui confini tremano, come in un sogno, o in un ricordo. La precisione della scrittura di Bottani permette di procedere su quel filo senza sganciarsi dalla storia, coinvolti in un gioco prospettico che ricalca i limiti e le ambiguità della memoria e le sue fragilità.

Il romanzo è costruito sulla tecnica del palazzo della memoria, o tecnica dei loci, che affonda le sue radici nella cultura greco-latina, negli studi di retorica, e che prevede la costruzione di architetture mentali, anche molto complesse, in cui muoversi a proprio piacimento per recuperare tutto ciò che vi si è riposto.

Il romanzo è il palazzo della memoria di Mauro, edificato nel tempo ed esteso, su diversi piani, fino a diventare una geografia della memoria, i cui loci sono disseminati su uno spazio più ampio, che nel libro coincide con una Milano ben riconoscibile, ma anche estremamente intima e personale.

Se in Il giorno mangia la notte, alle vicende narrate faceva da sfondo una Milano spietata, di periferie buie e desideri spezzati, una metropoli i cui spazi, già ben definiti, sembravano riflettere le dinamiche sociali, la violenza, l’incomunicabilità, la frustrazione dei rapporti umani, in questo nuovo romanzo Milano è ricreata nella memoria del protagonista, una mappa di loci carichi di significati e memorie, che li riempiono ridefinendone i confini.

Sono luoghi della memoria per antonomasia il Museo di storia naturale e il Cimitero monumentale, depositi di storie e tappe della ricerca di Mauro e Bianca, ma sono luoghi della memoria anche lo stadio della pelota, la casa dello zio Ermanno, il bosco verticale, e tutti raccolgono indizi e sedimenti della storia di Mauro e appaiono nel romanzo in qualche modo distorti, come trasfigurati dal filtro della sua memoria, dalle emozioni, dall’immaginazione, dal desiderio.

Anche attraverso questo espediente narrativo, il romanzo ci dice che la memoria non è un luogo dai contorni nitidi e fermi, ciò che vi troviamo non è stabile, né tantomeno attendibile, e il disperato tentativo di recuperare dentro di sé, nella propria mente, ciò che è sfuggito, rischia di rivelarsi una trappola. È un’illusione aspirare a ricomporre ogni frattura con la materia mutevole della memoria, i cui frammenti, come si legge nelle citazioni in esergo, non sono altro che “retroguardia del presente, chiavi del desiderio che non riusciamo a decifrare” e “ogni ricordo sta sul confine tra il vero e il falso”.

Anche Mauro ammette la fallibilità della memoria, il cui scopo, infine, non è che “costruire ipotesi di realtà” e se le sue grandi abilità, perfezionate grazie a un tenace allenamento, gli consentono di riportare a sé immagini, lettere, serie interminabili di cifre e forme astratte, riordinandole senza errore, sono però incapaci di condurre alla verità, buone a ricordare solo ciò a cui si presta attenzione; le sue tecniche falliscono nel rintracciare i segni che Fabio ha seminato prima di sparire e che sono passati inosservati. Per questo sarebbero più utili le foto di Bianca, scattate senza inquadrare, per cogliere ciò che elude lo sguardo e l’attenzione: “a me interessa la vita che sfugge. Mi interessa quello che si perde, non quello che è stabile” dice Bianca del suo progetto di catalogazione casuale dei dettagli perduti. “Io avevo un culto della memoria, le risponde indirettamente Mauro, tenevo tutto quello che potevo nella mia testa per poterne disporre a piacimento, tu eri alla ricerca delle cose che si perdevano”. Ma anche quelle registrazioni accidentali si limitano a tracciare direttrici che non portano al senso di tutto.

“Ho pensato che fosse una presenza indelebile quella che stavi lasciando, una traccia che si sommava a tutte le tracce, nell’infinita serie di piste invisibili che si stratificavano nel tempo, una serie di piste che potrebbero condurre a scoprire il nesso tra le esistenze e gli accadimenti, ma ci vorrebbe l’olfatto dei lupi...” dice Mauro, ipotizzando la via di una memoria istintiva, del cuore, della pelle, dei sensi, capace di ricucire gli strappi delle loro esistenze frantumate. A Mauro sembra di riconoscere in Bianca la parte di sé perduta, perché in lei c’è anche Fabio, in un modo che confonde i piani della memoria e li sovrappone, ma forse anche quello è un abbaglio: “da quando ti ho conosciuta non sono più così sicuro che la memoria sia nella testa, mi sembra invece sia sparsa in tutto il corpo, ho una memoria dello stomaco, delle gambe, delle dita, delle ginocchia, dappertutto sedimentano cose che compongono questa enorme massa che mi porto dietro come una casa, come una vita parallela o un rumore che continua a crescere e crescere e forse un giorno mi schiaccerà”.

La storia che Mauro ripercorre lungo le pagine del libro è il disperato tentativo di raccogliere tutte le verità sprofondate nella propria memoria e consegnarle alla donna che ama, prima che il palazzo gli frani addosso. E tra le pagine, in qualche punto, la storia lascia affiorare le smagliature nel tessuto della memoria, che non è che una costruzione narrativa, dice Bianca, “cosa fai tu se non maneggiare i ricordi a tuo piacimento?”. Scorre, sotto l’impalcatura del libro, una sottile supposizione, l’ipotesi che il reame della memoria sia separato da quello dell’immaginazione da un confine permeabile, e che il secondo invada il primo, talvolta, alterandone i meccanismi, influenzando anche la nostra percezione della conoscenza, dei sentimenti, dell’amore.

Il libro è dedicato “A tutti gli amori, che sono sempre immaginari”, e aleggia nel romanzo, sotto il cielo impossibile di una Milano onirica e surreale, squarciato da aurore boreali e tramonti accesi, un senso come di fine del mondo, in cui riecheggia la possibilità, o l’imperativo, di dover continuare a tendere alla felicità. “Forse solo nel palazzo della memoria, dice Mauro, siamo stati veramente felici” e forse solo lì è possibile immaginare un altro finale per la nostra storia.

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