Categorie

Elenco articoli con tag:

Giovanna Silva

(36 risultati)

La fusione del soggetto / Il sultanato del nulla. Ontani a Bali, fuoco e fiamme

Per Goffredo Parise, che nel 1983 – in una delle mirabili scorciatoie e raccontini che l’anno dopo andranno a comporre Artisti – confessa nei suoi confronti un’attrazione venata d’invidia, quello di Luigi Ontani è il «sultanato del nulla». Sovrano indiscusso è l’artista, allora quarantenne (e ben lungi dall’essere canonizzato qual è oggi, dopo aver esposto in tutto il mondo), il cui regno è però immateriale, esercitandosi su «una forma d’arte o comunque un territorio geografico situato in una parte del mondo certamente esotica ma che nessuno ha mai visitato se non indirettamente attraverso i suoi manufatti».     Sin da allora, come si vede, l’espressione artistica di Ontani e il suo riferirsi all’altrove erano una cosa sola. Rappresenta qualcosa di perturbante, allora, il bellissimo Ontani a Bali (136 pp. a colori, € 29), che – come è ormai consuetudine nei magnifici libri di viaggio della Humboldt Books – vede incrociarsi, o riallinearsi, le parole della letteratura e le immagini della fotografia: stavolta le parole di Emanuele Trevi e le immagini della stessa Giovanna Silva, inventrice editoriale e tour manager, ma anche artista in prima persona. Il connubio era...

Tavoli | Marina Spada

Ci si sente un po’ colpevoli a osservare il tavolo di Marina Spada in sua assenza. Sembra quasi di tradire la trasparenza di uno spirito creativo cristallino, dotato di una rara schiettezza di sguardo e di voce. Proprio come quello di Piero Chiara, che dalla copertina di “Confini” veglia su questo spazio di lavoro. Eppure non si rinuncia facilmente al piacere visivo dei tocchi di inaspettata civetteria – le fantasie a pois di una trousse, gli alberelli o il rosa dei post-it – che emergono dall’essenziale tavolo ferrigno. E che di certo contrastano con le voci critiche approssimative di chi talvolta ha la pretesa di sintetizzare il cinema di Marina Spada, e la Milano che questa mette in scena, con l’aggettivo “grigio”. Un dépliant sui musei meneghini e un romanzo – Splendido splendente di Ivan Guerrerio, sullo sfavillante proscenio della Milano da bere – riflettono al contrario l’interesse per le mille note cromatiche di una città natale scelta anche come luogo di lavoro e di insegnamento.   La mappa concettuale della regista non si configura come una rete di link virtuali (non a caso,...

Tavoli | Emiliano Ponzi

Ci sono due tavoli. Il primo si vede subito: è fatto di angoli retti e composti. È un avere le idee chiare e pulite, un fare linee pulite. Un allineamento di pensieri e modi per generare uno spazio dentro al quale gli oggetti si muovono e danzano. Un'interazione fatta di proseguimenti e intersezioni. Una costruzione, precisa e dinamica. Una bella sensazione di rigore ma di fantasia, di movimento e di stabilità.   Dicevano gli antichi, lo dice Michelangelo, lo ripete Munari, che si arriva alla sintesi con un incessante lavoro di analisi, uno sciogliere di nodi, un metodo. C'è una quotidiana classicità nel vizio del fumo, nel metodo preciso per farsi una sigaretta e scegliere con che accendino iniziare la giornata.  Ci sono uno schermo, un portatile aperto, un iPad in un angolo e un telefono. Cerca, disegna, ascolta della musica, senti una voce. Il secondo tavolo invece non si vede subito.   È quello fatto di questi stessi oggetti, leggermente disallineati. Lo schermo che riflette la luce della finestra, una scatola ha il coperchio girato dal lato opposto alla sua gemella, un libro non ha il dorso allineato con...

Peninsula Hotel, o alla scoperta dell’Italia invisibile

Raccontare con i dati (data storytelling): una delle costanti della comunicazione di questi tempi, che si sta imponendo su ogni media. Infografiche, timeline e grafici ingombrano le pagine di quotidiani e blog, affollano siti d’informazione e programmi di divulgazione. Iniziano a far parte del nostro immaginario, diventando cifra distintiva del modo in cui ci aspettiamo che la realtà ci venga raccontata.     La rappresentazione dei dati garantisce oggettività, esaustività, chiarezza d’analisi (o almeno, è questo il portato retorico della resa per immagini della complessità di informazioni): per farlo, però, è facile che diventi fredda, distaccata, che si allontani dal racconto giornalistico. Oppure, com’è frequente, che la dataviz diventi una sorta di vestito alla moda per storie già confezionate. Se i dati, invece, si inseriscono all’interno di un progetto contribuendo alla sviluppo della storia, possono arricchirla di prospettive nuove.   Peninsula Hotel, per esempio, piattaforma editoriale e rivista online realizzata da Humboldt Books e da Accurat con il contributo di...

L'ultima volta che leggo, la prima volta che parto

Si parte, si chiude, si prende tempo, si smette di lavorare e si sta all’aria aperta. E soprattutto si legge. I libri appena usciti, quelli che abbiamo in casa, quello appena comprato o quelli consigliati e accumulati.     Probabilmente sono due o tre i libri che leggerò, ma non so ancora bene quali e così me ne sto valigie aperte a fissare la libreria, ogni tanto un occhio al pavimento e alle pile di libri sul tavolo. Fa caldo, domani parto, la finestra è aperta, per strada pochi rumori, ma già mi distraggono.   Quest’anno nessuna vacanza in Liguria, ma ripenso a La spiaggia di Cesare Pavese, forse il meno riuscito dei suoi romanzi, un libro piccolo, più che il racconto di una vacanza il ritratto di un’attesa, un’ansia fredda, un tempo lunghissimo tra collina e mare prima dell’amore e dell’amicizia che non arriveranno, se non a tratti; utili soltanto a rilanciare una nuova attesa, a rimandare per il tempo dell’estate ogni inevitabile scelta. Ma ora devo scegliere mentre cerco il libretto che avevo negli Oscar Mondadori con copertina (bellissima) di Ferenc Pinter. Lo cerco e trovo...

Tavoli | Italo Lupi

Non sapevo, non avevo mai notato, che Italo Lupi fosse mancino, come me. Gli "attrezzi del mestiere" di grafico sono lì, a sinistra del pc, pronti all'uso. Fogli bianchi, matite, penne colorate, pennarello punta grossa. Forse per fare il grafico basta questo. Non saprei, ma credo di poter dire di sì, se il tavolo sia stato "preparato" per lo scatto. Troppo nitido, come un biglietto da visita che serve a presentare l'anima progettuale di Lupi. A destra i compassi d'oro, una tavola di un illustratore a lui caro (forse un Rockwell, ma direi uno di scuola anglosassone, cui iscriverei di diritto Lupi), alcuni suoi lavori a ricordare un universo concettuale entro cui muoversi (appunti di lavoro, in una grafia perfetta), rivista Rolling Stone (non è un caso), un libro Corraini... L'asse del tavolo è spostato a sinistra; il calendario (con alcune idee grafiche stupende) a dettare il ritmo; una presenza, quella della scultura, credo a fare da monito di un'esperienza o di radici profonde. C'è posto per le sedie, almeno quattro oltre quella di Lupi: segno che il lavoro è fatto di idee proprie e di...

Perché amare l'Islanda?

L’ultimo volume edito da Humboldt Quodlibet è dedicato all’Islanda. Come nei libri precedenti, anche in questo caso si è trattato di recuperare una tradizione di fine Ottocento, aggiornandola al nostro vivere contemporaneo: uno scrittore e un fotografo viaggiano insieme per realizzare un reportage narrativo e iconografico. Gli autori di Tutta la solitudine che meritate sono Claudio Giunta (testo) e Giovanna Silva (fotografie). Il titolo, più che una minaccia o una conquista, è l’oggettiva condizione della nazione che ha una densità abitativa media tra le più basse della Terra. Giunta, autore del recente Una sterminata domenica. Saggi sul paese che amo (Il Mulino, 2013) è un habitué dell’isola e questo ha giovato molto alla compattezza e alla varietà del libro, che infatti è una via di mezzo tra un’intelligente guida turistica colta e il reportage. Cosa sappiamo dell’Islanda? Poco.     A seconda dello stato d’animo, ripetiamo che è la nazione dove è nata Bjork; che è molto a nord, e ogni tanto è sorteggiata nel medesimo girone...

Tavoli | Stefano Boeri

La scrivania è un tavolo profondo, quasi quadrato, al centro della stanza, e dalla quantità di sedie dà l’idea di un tavolo di lavoro collettivo. Nella configurazione qui immortalata si fanno notare la duplice copia de La regola e il modello di Francoise Choay, in italiano e in francese, il catalogo di Mutations (uno dei libri piú importanti nella formazione degli architetti cresciuti negli anni zero), un catalogo di Sao Paulo Calling, un po’ di oggetti tecnologici, una clessidra, quotidiani, fotografie.   Come baricentro del tavolo, una reliquia proveniente dagli anni 80: un busto di Diego Armando Maradona. Al centro di fotografie, riviste, giornali, cataloghi di mostre, a tenere in equilibrio questo microcosmo, troviamo Diego, nella forma più volte utilizzata per fermare nel tempo personaggi del suo calibro, dalle maschere funerarie egizie, ai reliquiari medievali, ai busti di Bernini.   Come si tengono insieme tante attività, interessi, impegni? Serve un colpo di genio, o una sua rappresentazione.  

Tavoli | Antonio Alberto Semi

Millepiani di carte, stratificarsi di cartellette, fogli sparsi, appunti e alcuni libri nel tentativo di dominarli: scivolano, sfuggono all'ordine geometrico cercando il loro equilibrio a margine, sull'angolo di un lungo tavolo di legno biondo che espone i propri nodi e venature, come una tela distesa. Se non fosse per il peso specifico delle parole, il vento che da un momento all'altro potrebbe entrare dalla finestra, sottrarrebbe il senso a un familiare disordine. Da questo centro, nello studio si irradia la luce di una composta palette di colori: bianco su bianco, ocra ramato, sfumature miele o senape, il tessuto granata del tappeto che risponde a un tondo sgabello blu klein. Due volumi suggeriscono una vita, una geografia dell'anima. Esiste qualcosa più autobiografico di una bibliografia? Le storie della Venezia di Antonio Alberto Semi, si accompagnano al suo lavoro, quello dell'ascolto e dell'analisi. Al vertice opposto, una lampada e due computer dominano lo spazio, si direbbe, lo ingombrano. Solo un calcolatore è acceso, nell'attesa il pulsare del salvaschermo crea figure spirografiche. Come a percorrere l'asse mediana di...

Tavoli | Uliano Lucas

Il tavolo di Uliano Lucas non si trova nello spazio chiuso di uno studio. Non vi sono oggetti familiari a cui aggrapparsi: libri, fogli, matite. Non c’è nemmeno una macchina fotografica. Si vedono solo un ripiano bianco e una sedia, in attesa di qualcuno che potrebbe arrivare da un momento all’altro. Eppure, nella sua estrema semplicità il suo tavolo è come un magnete che attira lo sguardo, uno spirito incastrato in una forma che non riesce a contenerlo, direbbe Charles Bukowski. Si nota immediatamente l’elemento essenziale per un fotografo: la luce, che duplica il tavolo sulla parete lignea. Una luce così intensa da confondersi con la materia della superficie marmorea. Poiché è questo il luogo in cui Lucas nasce, dove il fotografo viene alla luce: un tavolino del leggendario bar Jamaica a Milano.   Negli anni Cinquanta e Sessanta da qui sono passati artisti, fotografi, scrittori, giornalisti. Al bancone del Jamaica si potevano incontrare Piero Manzoni, Ugo Mulas, Mario Dondero e il clima era quello del fermento di idee, delle infinite possibilità, del futuro che si poteva toccare con una mano, tanto che lo...

Tavoli | Claudia Tarolo

Non è la stessa scrivania di Claudia a cui mi avvicinai dodici anni fa, con le gambe tremanti,a correggere il primo racconto che la Marcos y Marcos mi pubblicò. Posso però riconoscere lo stesso ordine e la stessa precisione.   Tutto quell'ordine all'epoca mi parve davvero una cosa inconcepibile: ogni singola cosa al suo posto, come una sala operatoria. Mai visto niente del genere.   Poi ho capito che quello che fa Claudia con le bozze dei nostri libri in effetti è una specie di alta chirurgia; aggiusta quello che non funziona.   Adesso so che quel genere di ordine è tipico delle persone che lavorano tanto, e tanto amano quello che fanno.   Non che i disordinati non lavorino tanto e non amino il proprio lavoro, ma diciamo che possiamo permetterci il lusso di cercare una certa matita o un tale foglio anche per dieci minuti.   Vedendo la foto della sua scrivania, mi è subito balzato agli occhi il motivo per cui Claudia e io ci troviamo ancora così bene a lavorare insieme, dopo dodici anni e sei romanzi.   Le persone per andare d'accordo devono incastrarsi, come le sagome dei puzzle...

Tavoli | Luigi Zoja

Piccolo, il tavolo, ma doppio; almeno nel momento in cui viene scattata questa fotografia. Infatti, sulla pila di carte a destra è appoggiato e ripiegato il foglio di un quotidiano tedesco; e con la pagina si piega anche la vignetta, a commento di un articolo sul tema del genocidio. Potrebbe essere la recensione di un libro curato da Sybille Steinbacher, Holocaust und Völkermorde (2012). Nella vignetta uno scheletro sta scavando una fossa – sotto un tavolo appunto –, forse quello di inutili trattative. Naturalmente è una coincidenza, ciò che conta è l’argomento della recensione; ma la tentazione è di pensare il contrario, tanto è attraente in motivo del doppio proprio lì dove lavora uno psicoanalista. Sta di fatto che il tavolo disegnato è come en abyme rispetto alla foto che ritrae il tavolo reale e le sue adiacenze.   Lo spazio della scrivania è piccolo, si diceva, tanto che la stampante, collocata su un altro tavolinetto di legno, se ne prende una parte e lascia poco spazio a un portatile bianco e a tre pile di carte da un lato e dall’altro.   A sinistra c’è un...

Tavoli | Olimpia Zagnoli

Il tavolo di Olimpia Zagnoli è affollato di cose invisibili.   Tutte quelle che ci si aspetterebbe di trovare sul tavolo di un illustratore e che invece qui risaltano per la loro assenza. Ovviamente sono presenti alcuni strumenti di lavoro, ordinatamente riposti in un mug, e sono praticamente quegli stessi che si trovano raffigurati sull'astuccio in alto a sinistra. Poi, sul vassoio di metallo accanto al calorifero, ci sono alcuni oggetti fra cui una calcolatrice a cuore, una candela, una grande confezione di fazzoletti di carta, forse del collirio, un tubetto di crema per le mani, un rotolo di scotch, e una sfera fatta di elastici.   Fra le cose invisibili ci sono anche quelle virtuali che stanno nel computer e nella tavoletta grafica. A queste non si ha accesso, se non a quella sola che, nel momento in cui la foto è stata presa, si manifestava sullo schermo: l'immagine di un uomo minuscolo di fronte ai grandi tasti di un pianoforte. In basso a sinistra, ci sono poi due quaderni, immagino sketchbook, e al centro un foglio A4 con uno studio per una illustrazione. Accanto, a sinistra, un foglio di carta quadrettata con due parole scritte a mano....

Tavoli | Giulia Niccolai

Conosco Giulia Niccolai da quando ero ragazzo e mentivo sulla mia età perché volevo essere un poeta beat. Vidi (o meglio ascoltai) nascere a Venezia la sua Harry’s Bar Ballad, e sarà per questo che pensando a Giulia visualizzo solo tavoli luminosi e “da gioco”, spesso en plein air, volatili come il suo giocare a palla con le parole, l’anarchia della conversazione che avrebbe deliziato Denis Diderot. Come potevano nascere d’altronde i “frisbees” di Giulia se non all’aperto? Oppure la visualizzo seduta a un grande tavolo da cucina dove si fa tutto, dove tutto cioè si fa cucina – visioni, parole, associazioni di idee e tutte le possibili uscite ed entrate dal e nel material world (direbbe Georges Harrison), eroiche comiche illusioni e sogni di risveglio, cioè poesie – come nella cucina/atelier della casa di Corrado Costa a Mulino di Bazzano dove Giulia Niccolai abitò con Adriano Spatola.   Sono tutte visioni viziate dal ricordo, negatrici della solitudine intesa come assenza di testimoni. Sono cioè tavoli extratestuali, come se le poesie nascessero sempre altrove, fuori...

Tavoli | Gianikian e Ricci Lucchi

Blow up, zoom, o florilegio di dettagli. Sul tavolo ci sono rullini fotografici, lenti d'ingrandimento di varie dimensioni e forma geometrica (romboidale, tonda, quadrata), montagne di taccuini, fotogrammi, macchine fotografiche usa e getta e non, brochures (un invito ad una proiezione presso il MoMa, un foglio di presentazione di Pays Barbare del BFI di Londra), biglietti aerei, un depliant della “Secure Bag” (chi frequenta gli aeroporti sa di cosa si tratti), un pacco che lascia in bella mostra ideogrammi giapponesi, un rotolo di carta (per gli acquerelli di Angela), appunti sparsi e liste su fogli A4, almeno due paia di occhiali da vista, il DVD di Oh! Uomo, pezzi meccanici dentro una busta trasparente, una lampada che sovrasta il tavolo, vari materiali dell'Haus der Kulturen der Welt di Berlino (HKW – dove Y e A hanno da poco presentato Pays Barbare e installato altri materiali), gocce (collirio?), un quaderno arancione a spirale, un astuccio, matite scotch gomme per cancellare, varie penne dentro a un contenitore di vimini, forbici, un telefono e un cellulare, un cavo usb, stampante/fax, un computer aperto sulla posta pronto a inviare il fotogramma...

Tavoli | Fabrizio Gifuni

Lunga e stretta. Una scrivania, due sedie, due posti di lavoro (postazioni per lavori diversi?). Una parte dove navigare e scrivere (su un Mac), dove prendere appunti (a mano, anche con essenziali schizzi). Là si telefona con un vecchio apparecchio con i fili. Là cresce una lampada a stelo, una memoria: la luce sembra rivolgerla fuori del piano di lavoro. Là si appoggia solida una scatoletta sovietica e un animale stilizzato fa la guardia. Su un cumulo di carte è pronto un paio d’occhiali per vedere meglio. In cima, si intravede un biglietto d’aereo: la scrivania è una pausa nella vita di continuo movimento dell’attore.   Un ramoscello d’ulivo spunta da penne e pennarelli. Una scena di film in una fotografia, un uomo e una ragazza (ma chi saranno, diavolo: sembrano quasi… ma no). La musica c’è, in questa stanza, ma nel momento della foto è staccata: non è un sottofondo, un’ossessione, ma una scelta.   Dall’altra parte del tavolo si definisce, con ordine negletto o con studiato disordine, la natura di attore-autore del proprietario: un film, Il rito, di Bergman, e...

Tavoli | Massimo Recalcati

Il luogo di lavoro di Massimo Recalcati non è il tavolo, ma lo studio dell’analista. L'analista non procede con l'addizione e l’accumulo, ma con la sottrazione. Il suo lavoro è quello di operare dei tagli e delle interruzioni nel discorso dell'analizzante in modo che il flusso di pensieri acquisisca una punteggiatura inedita.   Il tavolo dell'analista non è dunque il tavolo di chi prova a produrre l'evento del pensiero con l'accumulo del sapere è invece il tavolo di chi opera coi detriti dell'atto analitico: quel sapere che viene fatto in frantumi durante l'analisi. Se infatti l'analisi produce un pensiero non è dell'ordine del sapere, ma di quello della verità. E su questo tavolo vediamo tanti libri che hanno attraversato in modo singolare quella particolare esperienza del pensiero che è la psicoanalisi: Victor Tausk il cui suicidio a quarant'anni fu una pietra dello scandalo del primo movimento psicoanalitico; un lacaniano "militante" e di sinistra come Jorge Aleman; una žižekiana à la page come Alenka Zupančič, ma anche un filosofo molto vicino alla...

Tavoli | Corrado Stajano

Bisognerebbe ricorrere al paradigma indiziario del suo amico Carlo Ginzburg per trovare un filo tra le infinite suggestioni che offre il tavolo di lavoro di Corrado Stajano. Respinto sdegnosamente al mittente il sospetto di mise en scène, partiamo dalla cosa più ovvia, i libri: Guicciardini, Calamandrei, Antonio Cederna, moralisti della più bella tempra a cui si può associare lo scrittore cremonese (l’origine è denunciata da una bella scatola verde, in legno, del torrone Flamigni, in alto a sinistra).   Ma qualche indizio che la serietà è temperata da un istinto giocoso-burlesco – Giufà, la metà sicula – proviene dalla cancelleria, francamente in sovrannumero, con matite Staedler, quelle rosse e blu per le bozze, penne e pennarelli, quaderni e quadernini, alcuni, a dire il vero, un po’ vezzosi, un cancellino scolastico, una bussola, un tagliacarte dei Vietcong, regalo dell’amico Tiziano Terzani. Altro tema, le amicizie.   Una cartolina da Asiago, “saluti a grande velocità” di Ermanno Olmi, antico compagno di lavoro, una guida dell’Acropoli...

Tavoli | Rosellina Archinto

Sulla scrivania di chi ha inventato la nuova letteratura per l'infanzia in Italia (e non solo), mi sarei aspettato – che so – un giocattolo, o forse un piccolo peluche, o almeno un pennarello con le orecchie di coniglio, o un temperamatite a forma di Puffo o un pennarello-Pimpa.   Sulla scrivania di chi ha pubblicato alcuni tra gli epistolari più interessanti e preziosi del Novecento, mi sarei aspettato buste e francobolli, di quelli esotici con grandi farfalle colorate e Caudillos dimenticati (c'è solo una lettera in bella vista, prestigiosa corrispondenza editoriale).   Sulla scrivania di chi ha confessato il suo grande amore per i divi del cinema, mi sarei aspettato qualche fotogramma ritagliato da una pellicola 35mm, o magari un fermacarte a forma di Oscar (no, ci sono un Buddha e qualche ciottolo vagamente zen).   Ma l'eleganza di Rosellina Archinto, esistenziale e editoriale, è allergica al kitsch, in tutte le sue forme. Rifugge dalla nostalgia con le sue trappole sentimentali (niente foto di figli o nipoti...). Inutile allora soffermarsi sui due computer, sapientemente aperti sulla stessa schermata,...

Tavoli | Giovanni Anceschi

L'occhio aereo di Giovanna Silva, per sua natura, non può glissare su nulla, e anche gli oggetti più desueti – dalla mezzaluna asciugacarte, orfana di stilografica, alla pallina rossa da tormentare per sgranchirsi le dita – sono costretti a impressionare l'obiettivo e a chiamare l'attenzione quando forse scomparirebbero per primi (specie con le strettoie di un pur generoso conteggio-parole da blog) nella selezione che è connaturata a qualsiasi descrizione.   Tuttavia, sempre per sua natura, allo stesso occhio non è concesso di attraversare la superficie del tavolino bianco che Giovanni Anceschi ha disegnato per sé alla leggendaria scuola di Ulm e che i colleghi di una classe della Metallwerkstatt hanno realizzato per lui, né può interrogarlo sui viaggi che, nel corso di quasi mezzo secolo, lo hanno portato come un rigido tappeto volante estetico-funzionale dal continente alla penisola fino in Algeria e di lì ancora a Roma e a Milano. Se potesse, vedrebbe – oltre a una collezione di chincaglierie emerse come conchiglie da una lunga risacca novecentesca e stipate di anno in anno in...

Tavoli | Piergiorgio Paterlini

Il cotto a terra è bellissimo. Antico, spazzolato dai passi. La scrivania è un cervello all’opera.   L’emisfero destro è razionale, tecnologico – modem, stampante, hard disk, mouse. Fili. Fili. Led. L’emisfero sinistro è emotivo. Una Olivetti Lexikon 80 da collezione, sdegnosa, di spalle, risponde allo schermo muto del computer spento. Pile di fogli, post-it, agende, cartelline, scatole, fermacarte, una giostrina: l’ordine, chiaramente, è apparente. Per questo nel descrivere non può valere che la congerie. A poco servono gli ausilii meccanici disseminati qua e là: lente, forbici, scotch, righello, pinzatrice, inerti in un’onda di carte. La falange della cancelleria, schierata stretta al centro, dice di una resa. Non c’è penna o matita, gomma, pennarello, non c’è graffetta, temperino, elastico che tenga. La falange della cancelleria è un feroce esercito di soldatini di stagno, un ponte interrotto verso la disciplina, il cassetto dei giocattoli.   I libri sono altrove, perché qui non si legge: si scrive. Si può scrivere con un...

Tavoli | Giulio Paolini

Non poteva esserci immagine più eloquente di questa fotografia per descrivere il tavolo di Giulio Paolini: una visione perfettamente prospettica, con il punto di fuga centrale, sottolineato dalle linee della lampada e dei termosifoni, che trascina vertiginosamente il nostro sguardo al centro del tavolo. Come in Disegno geometrico, la sua prima opera da cui derivano tutte le successive, la squadratura geometrica rappresenta, o meglio “presenta”, il quadro che contiene tutti i possibili quadri. A ben guardare la foto, la squadratura e la visione prospettica sono presenti anche nei disegni appoggiati in ordine sparso sul piano di lavoro, come a voler suggerire un rispecchiamento, una doublure tautologica del nostro guardare che raddoppia lo spazio reale nello spazio rappresentato. Lo scrittore, dice Italo Calvino nella sua introduzione al primo libro di Paolini, Idem, ammira molto il pittore nel suo sforzo per arrivare a un’impersonalità assoluta, ma lo fa comunque sempre attraverso un accenno all’autobiografia, all’autoritratto. Anche qui la presenza del pittore si percepisce dalla seggiola lasciata vuota, in bilico tra l’...

Tavoli | Cini Boeri

A un primo sguardo, il punctum della fotografia sembrerebbe consistere nel foglietto ripiegato che sporge dal borsellino rosso, all'angolo sinistro in basso dell'immagine. Lista della spesa? Ricetta medica? Appunto volante? Schizzo di progetto? Non è dato saperlo. Di certo la sua presenza sul tavolo da lavoro di Cini Boeri non è casuale, come non è evidentemente casuale nessuno degli oggetti che si trovano su di esso. Unicamente, a differenza degli altri, questo non lascia trapelare la ragione del suo essere lì. Più agevole è spiegare il perché della presenza del numero 93 della rivista «Area», dove sono pubblicate tre case realizzate dall'architetto all'Isola della Maddalena; così come il perché del catalogo della mostra della Triennale di Milano curata da Alba Cappellieri e Marco Romanelli, Il design italiano incontra il gioiello, tra le cui pagine è presente un bel bracciale da lei disegnato. In quanto al numero della misconosciuta «Progetti AN», vale sapere che in occasione della manifestazione "Demanio marittimo km 278" del 2011 a Senigallia,...

Tavoli | Massimo Cacciari

Al primo colpo d’occhio l’impressione che ci restituisce questa visione dall’alto è quella della densità. Lo sguardo non sa esattamente dove posarsi, vaga incerto da un punto all’altro finché un certo disorientamento, un senso di abdicazione, si accompagna a un incanto d’insieme. Più che un’impossibilità a tenere in forma unitaria la propria visione, sopraggiunge il piacere di un abbandonarsi a quell’insieme avvolgente, perché qualcosa di indiscutibilmente intenso aleggia nello spazio visivo di questo tavolo da lavoro. Proviamo allora a procedere per alcuni dettagli d’insieme. Il primo è quello evidente dei libri. Troppi per un utilizzo ordinato e finalizzato a un unico progetto, dicono così il tempo dello studio come il tempo di una vita. È un accumulo fatto di necessità e di abbandoni, come se ognuno di quei libri aspettasse il momento opportuno per ritornare in primo piano, magari per essere ancora una volta la fonte effettiva di una nuova ispirazione. La presenza poi evidente dei fogli, certo sparsi, ma senza per questo non cogliere una certa simmetria...