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Cinema

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L'avventura di C'era una volta in America / Sergio Leone: che hai fatto in tutti questi anni?

Se mi chiedessero di citare i miei film della vita, non dico quelli che reputo i più belli, visto che l’aggettivo bello è davvero troppo elusivo, bensì i titoli che rappresentano dei pilastri imprescindibili nella formazione della mia coscienza artistica, tra i primi che mi verrebbero in mente c’è senza dubbio C’era una volta in America di Sergio Leone. La ragione travalica le questioni cinematografiche di più stretta osservanza – il genere, lo stile della regia, la presenza di questo o di quell’attore –, piuttosto ha qualcosa a che fare con il respiro arcano che si sprigiona dalla sua visione, un soffio che arriva a toccarmi nel profondo, senza che in tanti anni sia mai riuscito a comprendere per quali vie misteriose. È allora con la segreta speranza di poter finalmente afferrare quel soffio, di dargli una forma, una consistenza, un grado di calore, che ho accolto la lettura di Che hai fatto in tutti questi anni – Sergio Leone e l’avventura di C’era una volta in America, di Piero Negri Scaglione, uscito per le Frontiere di Einaudi. Un libro che riproduce un viaggio dentro e intorno all’ultimo lavoro diretto da Sergio Leone, soprattutto il racconto di una gestazione durata la...

Bond esce di scena / No Time To Die: 007 muore due volte

Il fascino di Bond sta tutto nel suo mojo, parola intraducibile che, nella esilarante parodia di Austin Powers di qualche anno fa, era reso con il gioco di parole: “mai più moscio”; traduzione non lontana dall’essenza di Bond che è il distillato del maschile, non completamente civilizzato, non politicamente corretto, per niente addomesticato. Bond è l’Ercolino sempre in piedi; non ha superpoteri, ma ha il suo “tocco speciale”, il suo “mojo”, che è l’essenza non diluita del maschile. Tra pallottole, Martini e Aston Martin, Bond riproduce il mito di Achille. È pura maschera, un’armatura fatta di hybris senza essere umano al suo interno. Come il cavaliere invisibile di Italo Calvino, Bond è una macchina votata all’esecuzione perfetta completamente definita dal suo obiettivo. Bond è reattività pura, azione senza giustificazione. È questa natura che gli permette di uscire da una tuta da sub con uno smoking perfettamente stirato, che gli consente di saltare con la moto alla cieca sopra ponti, grattacieli e persino cortei funebri siciliani trovando sempre il fazzoletto di terreno su cui rialzarsi.  Bond è il gatto di strada, che con le sue nove vite cade sempre in piedi; non è una...

Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie / Eroi dell’amore. La lezione dell’eccesso

L’amore, in tutte le sue forme, turba ogni progetto di armonia. Il libro di Massimo Fusillo, Eroi dell’amore. Storie di coppie, seduzioni e follie (Il Mulino, 2021) lo mostra, esplorando l’amore in una gamma complessa e frastagliata di sfumature. Da Carmen e Don José a Tristano e Isotta, da Romeo e Giulietta a Heatcliff e Cathérine, da Fedra e Ippolito a Diabolik ed Eva Kant, Fusillo spazia nel teatro di parola, nel teatro musicale, nel fumetto, nel cinema, nella letteratura, cercandovi gli “eroi dell’amore”. Il suo libro percorre, con stile nitido e persuasivo, mai appesantito dall’erudizione, una intrigante enciclopedia di ritratti e di storie d’amore e si divide in tre parti: La coppia contro il mondo, La seduzione come sovversione, La follia autodistruttrice.   Gli “eroi dell’amore” non hanno nulla di “eroico” in senso etimologico: non danno prova di coraggio e di abnegazione in imprese militari; non si sacrificano per qualche ideale superiore; non sono, come nelle civiltà primitive, figure mitiche ed eccezionali a cui sono attribuite gesta leggendarie. Qui l’eroismo non ha nulla di vittorioso e di trionfante ma rappresenta l’oltranza terrena, appassionata, di un...

Il film-documentario di Paolo Santolini / Il Migliore. Marco Pantani

Comincia con la neve sulla spiaggia di Cesenatico, con gli stabilimenti balneari impacchettati dal cellophan e i capanni da pesca che spingono le loro antenne senza bandiere. Sullo sfondo il mare non si distingue dal grigio del cielo. Comincia col fermo immagine sul monumento al Pirata, la mezza pelata sopravvento coperta di neve. Comincia così Il migliore. Marco Pantani, il film-documentario di Paolo Santolini che sarà proiettato per tre giorni, lunedì 18, martedì 19 e mercoledì 20, nelle sale cinematografiche.  Da quando lo trovarono morto nella camera del Residence Le Rose, a Rimini, nella tarda sera del giorno di San Valentino del febbraio 2004, è il terzo film su Marco Pantani, dopo un film TV del 2007, Il Pirata, di Claudio Bonivento, e Il caso Pantani. L’omicidio di un campione, di Domenico Ciolfi, del 2020.   I libri su Pantani sono molti di più: dagli instant book, messi insieme a caldo, sull’onda dell’emozione e dell’opportunità, alle inchieste intorno all’atto finale della sua vita (Gli ultimi giorni di Marco Pantani, di Philippe Brunel, 2007, prima edizione italiana 2008), dai ritratti corali della sua parabola di uomo e di campione (Pantani era un dio, di...

Una nuova edizione arricchita / Storie e riprese di Il deserto dei Tartari

Deserto   Per Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari non era un romanzo. O meglio, non era soltanto la storia del tenente Giovanni Drogo, l’intrecciarsi di tanti destini, di silenzi, di parole, dell’inquieto sguardo sulla sospensione del tempo da vivere, che lo avrebbero portato a diventare famoso nel mondo. No, la sua opera era il libro di tutta una vita. Un gigantesco arazzo che avrebbe potuto montare e smontare all’infinito. Anche se il primo lettore lo aveva bocciato senza troppi ripensamenti.       Era andata così: Leo Longanesi, chiamato da Rizzoli a dirigere la nuova collana Il Sofà delle Muse, aveva chiesto al trentenne Dino Buzzati, giornalista del “Corriere della Sera”, di fargli leggere il manoscritto del Deserto. Poi, lo aveva passato a un suo critico di fiducia. Ma il responso era stato durissimo: quel libro non valeva nulla. Per fortuna, il fondatore di “L’Italiano”, “Omnibus” e “Il Borghese” era un bastian contrario per natura e per vocazione. Così, aveva deciso di pubblicare il romanzo. Cambiandogli soltanto il titolo: non più “La fortezza” o “Il messaggio dal nord”, ma “Il deserto dei Tartari”      Romanzo di una vita, diceva...

DIetro le quinte di quel sogno / Hollywood Hollywood

Quella Hollywood lussuriosa, stralunata, fatale, avida, pidocchiosa, stupenda   Quando alla vigilia delle rivoluzioni degli anni sessanta, il tycoon Howard Hughes si liberò della storica casa di produzione cinematografica RKO – quella dei musical di Fred Astaire e Ginger Rogers, di King Kong e Quarto potere – vendendola per venticinque milioni di dollari, cash, a un produttore di pneumatici, lo stesso Hughes, appena scaricato il giocattolo con cui non si divertiva più, disse a mo’ di necrologio: «Hollywood è finita». Il fiuto da outsider gli aveva fatto intuire che il vento stava per cambiare, che il business del futuro sarebbe passato nelle mani della neo nata televisione, quel piccolo, insignificante schermo in bianco e nero che trasmetteva immagini sfarfallanti, a 525 linee di scansione.  «I baluardi degli antichi feudi, gli studi, caddero a uno a uno in mano al nemico», scrive, a epitaffio di uno studio-system moribondo, lo scrittore e maestro del cinema visionario Kenneth Anger in chiusura del suo epico affresco Hollywood Babilonia, libro «leggendario come ciò di cui parla», disse Susan Sontag, che l’editore Adelphi ristampa a 42 anni dalla prima edizione italiana....

Una conversazione / Essere in due. Ginger e Fred di Deflorian e Tagliarini

Attrice e autrice l’una, danzatore e coreografo l’altro, nel 2008 Daria Deflorian e Antonio Tagliarini hanno dato vita a una compagnia che ha immediatamente conquistato la ribalta italiana e francese con spettacoli pluripremiati e allestiti sui principali palcoscenici internazionali, dall’Argentina di Roma all’Odeon di Parigi. Il loro teatro affresca il presente con drammaturgie originali che evocano gli sfondi più complessi dell’esistenza attraverso i primi piani di figure letterarie e cinematografiche. Archiviato il dittico dedicato a Deserto Rosso di Antonioni nel 2018, la coppia teatrale continua adesso il suo viaggio nel cinema italiano guardando a Ginger e Fred, opera cult di Federico Fellini, che racconta la vicenda di Pippo e Amelia, due artisti conosciuti per la loro imitazione della famosa coppia Ginger Rogers e Fred Astaire ma che non hanno mai sfiorato il successo, e che tornano dopo molti anni a esibirsi in pubblico in uno show televisivo natalizio anni ottanta traboccante di volgarità. Dopo il debutto assoluto in Svizzera, lo spettacolo, intitolato Avremo ancora l’occasione di ballare insieme, arriva al Teatro Argentina di Roma dal 12 al 24 ottobre, nell’ambito del...

Il romanzo di Albinati al cinema / La scuola cattolica: una censura superflua

La scuola cattolica è il film che Stefano Mordini ha ricavato dal romanzo di Edoardo Albinati, 1300 pagine di variazioni su unico tema: «nascere maschi è una malattia incurabile». La scuola cattolica è quella in cui i genitori della borghesia romana mandavano i figli nella speranza di metterli al riparo dalla violenza che – come recita una didascalia – nel 1975 è all’ordine del giorno. Ma, come spesso capita, fare di tutto per evitare un male è il modo migliore per finirci dentro fino al collo. In quegli anni alcuni istituti romani collezionavano criminali. Al Tiozzi, scuola privata di Monteverde, c’era la futura cellula dei NAR: i fratelli Fioravanti, Alibrandi, Anselmi, Bracci, Carminati. Il San Leone Magno, la scuola del film, era frequentato da due assassini, Izzo e Guido, e da Gianluigi Esposito, una vita a mezzo tra terrorismo nero e banda della Magliana.    All’inizio vediamo gli studenti in costume da bagno, sull’attenti attorno a una piscina dove il professore li passa in rassegna. Quando si mettono a fare flessioni, l’angolo di ripresa basso mostra un groviglio di gambe, schiene e nuche. Nell’ultima scena tre di quei ragazzi se ne stanno svestiti e abbandonati...

Una conversazione con Toni Servillo / Da Eduardo a Eduardo: Qui rido io

Camerino-palcoscenico-casa (case)-città: Napoli. Teatro: Eduardo Scarpetta, padre legittimo di Vincenzo, Maria (e Domenico), “zio” (padre naturale) di Titina, Eduardo, Peppino De Filippo (e di altri figli). Camerino del teatro. L’acclamato attore Scarpetta al trucco, mangiando la pizza: – Com’è la sala? – Piena. Sottofondo musicale, all’inizio e alla fine di Qui rido io di Mario Martone, con Toni Servillo e con una pirotecnica compagnia di meravigliosi attori, per lo più napoletani: “Famme chello che vuo’ / Indifferentemente / Tanto ‘o ssaccio che só’ / Pe’ te nun só’ cchiù niente / E damme stu veleno / Nun aspettá dimane / Ca, indifferentemente / Si tu mm’accide nun te dico niente”.   Il film presentato all’ultima Mostra del cinema di Venezia è un capolavoro: ritrae un momento del teatro partenopeo a cavallo tra ottocento e novecento, una città, un attore e la sua dinastia, raccontando come lo spettacolo popolare abbia generato quel genio della profondità e del divertimento che è stato Eduardo De Filippo. Un teatro popolare d’arte, verista, drammatico, “vero”, contrappongono gli intellettuali Bracco, Bovio, Di Giacomo, Murolo e altri al teatro comico di Scarpetta, fatto di...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (16) / Molti sogni per le strade

Accade talvolta che poche parole, e le immagini che quelle parole evocano, stringano in sintesi un’intera epoca. È il caso del titolo del film di Mario Camerini del 1948: “Molti sogni per le strade”. Dopo le fonde notti degli anni di guerra, e i neri incubi che le hanno inquietate, gli italiani ricominciano a sognare. Dino Buzzati rievoca l’euforia travolgente, l’onirico visibilio, dei giorni che seguono alla Liberazione: “Tutti sono diventati pazzi, ridono, si abbracciano. Ricominciamo a dire domani, a dimenticare la morte”.  Questo è lo stato del Paese, e il subbuglio dei suoi sentimenti. Larve di desideri attraversano le strade, prendendo d’assedio le mura dell’indigenza quotidianamente sofferta. Le incrinano. L’Italia è ancora inchiodata al cumulo delle sue rovine, i corpi si dibattono nelle città devastate. Italo Calvino che sa fiutare l’aroma dei tempi, avverte nell’aria di quegli anni del primo dopoguerra, fra il 1946 e il 1948, “un senso della vita che può ricominciare da zero, un rovello problematico generale, anche la capacità di vivere lo strazio e lo sbaraglio”.    Messi alle spalle lo “strazio” e lo “sbaraglio”, e l’inerzia che essi inevitabilmente...

La versione di Villeneuve / La metafisica di Dune

Dune è Dune. Qualsiasi altra caratterizzazione sarebbe riduttiva. Dune sta all’immaginario collettivo come Cézanne sta all’arte contemporanea: colui che aveva reso possibile tutto quello che venne dopo (© Picasso). In modo analogo, dal 1965, quando è nato dalla penna di Frank Herbert, Dune non ha mai smesso di generare (o influenzare) una progenie sconfinata di opere. Se non ci fosse stato, non ci sarebbero stati Star Wars, Mad Max, Blade Runner, Alien, Terminator e Matrix. Eppure Dune, finora, è stato una promessa mancata.   Finalmente, dopo una gestazione lunghissima, il mondo cinematografico si è cimentato, sotto la direzione di Denis Villeneuve (Arrival, BladeRunner 2049), nell’impresa quasi impossibile di tradurre su pellicola le visioni di Herbert. La gestazione non è stata facile, sia per la complessità della trama sia a causa di due precedenti cinematografici non del tutto positivi (eufemismo): il tentativo di Alejandro Jodorowsky (1974) e la versione cinematografica di David Lynch (1984).   L’impresa di Jodorowsky, mai portata a termine, ha preso negli anni il colore della leggenda e, se fosse andata in porto, avrebbe unito Pink Floyd, Salvador Dalì, Mike Jagger...

Metamorfosi di un mito / Supereroi, antieroi, eroi dark

L’inflazione dei supereroi sta segnando il cinema degli ultimi decenni, con la produzione continua di enormi blockbuster. Ma anche con la conquista di spazi sempre più rilevanti dell’universo seriale: non si contano gli show a tema supereroico, con infinite varianti di genere.  Ed è proprio grazie alla complex tv del nostro tempo che assistiamo a una progressiva “maturazione” di universi narrativi frequentemente e anche giustamente criticati come infantili (e infantilizzanti). Il supereroe classico, così, si ammanta dei tratti dell’antieroe; e a volte persino di quelli del villain, il cattivo. Pensiamo a show complessi e fascinosi come Watchmen, Legion, The Boys, The Umbrella Academy, Jupiter’s Legacy, e ai recenti casi del 2021: WandaVision e Loki, serie prodotte con grande successo da Marvel espressamente per il piccolo schermo.  La domanda che pongo è quindi questa: si sta affermando un nuovo tipo di supereroe, un supereroe realmente dark? Qualcosa di diverso dalle cupezze un po’ sofisticate del Cavaliere Oscuro: un supereroe se non cattivo almeno patologico – e in più sdoganato popolarmente dalla tv.     L’ultimo ventennio è stato letteralmente dominato...

I premi / Venezia 78. Avere cura del buio

L’Évenément, di Audrey Diwan (Leone d’Oro Miglior Film); È stata la mano di Dio, di Paolo Sorrentino (Leone d’argento – Gran premio della Giuria); Il Buco, di Michelangelo Frammartino (Premio Speciale della Giuria). Le tre opere celebrate dai premi più prestigiosi di Venezia 78 sono molto diverse; eppure da strade, stili e sguardi distanti realizzano tutte proprio quello che Frammartino, mentre riceveva il suo premio, ha dichiarato di aver fatto: aver cura del buio. Ognuno dei tre film scava, dissotterra, restituisce linguaggio, forma, luce a ciò che era stato oscurato. Proverò a parlare di questi lavori tenendo presente che nessuno di essi è stato ancora distribuito – uno dei pochi film veneziani in sala è quello, bellissimo, di Martone, Qui rido io. Fermerò dunque alcune coordinate possibili di un paesaggio che si potrà arricchire ricominciando, finalmente, ad andare al cinema. L’Évenément L’Évenément, l’evento, è tratto da uno dei libri migliori della scrittrice francese Annie Ernaux (tradotto da Lorenzo Flabbi e uscito in Italia per l’Orma). È stato scritto tra febbraio e ottobre 1999, rielaborando la memoria dei fatti e del dolore intorno a un evento accaduto quasi...

1933-2021 / Jean-Paul Belmondo: quello sguardo in macchina

Dopo la scomparsa di Anna Karina nel dicembre 2019, con Jean-Paul Belmondo se ne va un’altra parte della Nouvelle Vague. Certo, per fortuna ci rimane Jean-Pierre Léaud, che insieme a loro – e a Jean-Claude Brialy, morto ormai da alcuni anni e oggi un po’ dimenticato – è stato uno degli interpreti-simbolo della Nouvelle Vague.  Belmondo ha lavorato con François Truffaut nel capolavoro La Sirène du Mississippi (La mia droga si chiama Julie, 1969) e con Claude Chabrol in uno dei suoi film meno belli, Docteur Popaul (Trappola per un lupo, 1972). Ma il sodalizio più importante è stato quello con Jean-Luc Godard: senza Godard, Belmondo non sarebbe diventato quel che è diventato. Dopo averlo diretto nel corto Charlotte et son Jules (dove è lo stesso regista a prestargli la voce, al doppiaggio), nel 1960 Godard lo sceglie come protagonista del suo primo lungometraggio, À bout de souffle (Fino all’ultimo respiro).    Una scena di questo film mi colpisce ancora oggi. A tre minuti dall’inizio, Belmondo, nel ruolo di Michel Poiccard, è al volante di un’auto rubata e sta fuggendo da Marsiglia verso Parigi. L’inquadratura è complessa, senza stacchi, quasi un piano sequenza. Raoul...

78ma Mostra d’Arte Cinematografica / Venezia: madri, colpe, espiazioni

C’è un nuovo “mostro” nella Laguna, e non è la creatura anfibia del capolavoro di Jack Arnold, bensì il sistema di prenotazione del posto in sala che è stato inflitto agli accreditati della 78ma edizione della Mostra del cinema di Venezia dai protocolli anti-Covid. Non è una novità di quest’anno, risale alla scorsa edizione, ma l’aumento degli accreditati e dell’hype per i film nella selezione ha creato una situazione di inedita scomodità. Non è più possibile, quindi, fare programmi dell’ultimo minuto, cambiare sala in corsa e scorrazzare liberamente da un film all’altro, ma tutto va prenotato in anticipo, spesso mentre si è in sala a vedere altro, con tanto di spiazzante cambio delle regole in corsa: 72 ore di anticipo sulla proiezione scelta per i primi tre giorni, poi 74. Per il momento è il grande scotto da pagare, quasi una forma di espiazione da attraversare per poter seguire questa edizione davvero eccellente del festival di cinema più antico d’Europa, che sta regalando, almeno per la prima settimana, un concorso di livello altissimo.  È sempre interessante cercare di leggere il festival come un macrotesto e di coglierne temi, spunti e tendenze ricorrenti. Difficile...

Complex TV / Loki eroico imbroglione

Nel 2011 Jason Mittell (professore di American Studies and Film and Media Culture al Middlebury College, Vermont, Usa) comincia a scrivere una serie di articoli accademici che per la prima volta cercano di comprendere la narrazione seriale televisiva da un punto di vista critico: Mittell ha poi raccolto gli articoli nel librone che Minimum Fax ha tradotto nel 2017: Complex Tv. Teoria e tecnica dello storytelling delle serie tv; l’autore scriveva nell’Introduzione: «Uno dei motivi per cui le caratteristiche formali delle serie tv sono sempre state ignorate è la convinzione che lo storytelling televisivo sia semplicistico.   I television studies si concentrano di solito sull’importanza dei generi narrativi, delle situazioni ripetitive, delle spiegazioni ridondanti e dei vincoli strutturali dettati dalle interruzioni pubblicitarie e da una rigida programmazione. Benché molti programmi di oggi seguano effettivamente questi parametri (anche se con maggior flessibilità rispetto a quella ammessa da certi critici), le innovazioni degli ultimi due decenni hanno portato alla diffusione di un modello di complessità narrativa che è specifico del mezzo televisivo e che deve essere...

Condividere la malattia / Il farmaco esistenziale

Nadia Toffa, inviata e conduttrice del programma televisivo “Le Iene”, rivelò di avere un tumore l’11 febbraio 2018. Da quel giorno iniziò la sua ricerca quotidiana di riconoscimento identitario attraverso i vari social network. Sì, di questo si è trattato: della ricerca di un nuovo riconoscimento identitario connesso a un’esperienza con una vita più profonda e complessa, distante dalle prevalenti rappresentazioni che siamo soliti assorbire sulle piattaforme mediatiche.  Sappiamo che le basi identitarie si costituiscono e si sviluppano primariamente se ciò che veicoliamo nel mondo, con le nostre diverse espressioni, viene riconosciuto senza riserve e con sguardo ammirato. Vediamo noi stessi negli occhi di chi ci guarda. La prima questione è quindi di ordine identitario. E ciò che dovrebbe essere normale – perché la malattia, anche nelle sue forme di estrema tragicità, possiamo considerarla un normale fattore esistenziale – a livello collettivo viene invece sovente nascosto, rimosso, negato o condannato.    Ciò che manca è la ricerca di un farmaco dell’esistenza capace di conciliare le parti (dentro e fuori di noi) in favore di qualcosa di infinitamente più grande,...

Due libri di Vanni Codeluppi / La pubblicità (e Fellini)

Per chi studia pubblicità, prima o poi, una domanda arriva. Questa, più o meno: com’è possibile che un linguaggio a tal punto pervasivo e ricco di implicazioni sia così poco studiato e affrontato tanto superficialmente? La sproporzione è fortissima e giustifica lo stupore. Da un lato una presenza molto più che quotidiana, spesso detestata, certamente innegabile. Dall’altro poco, pochissimo pensiero, fatte salve le ricerche degli specialisti.    Che un lavoro intellettuale sia possibile è dimostrato. Vanni Codeluppi raccolse a suo tempo (1994) le non moltissime analisi colte sull’argomento nell’antologia La sfida della pubblicità – da Horkheimer e Adorno fino a Barthes, Lash e Morin, e per l’Italia da Eco ad Abruzzese. Nell’introduzione al testo, tuttavia, anche lui si interrogava circa la scarsa attività sul tema proprio per il ruolo sociale che svolge. Frase che abbiamo già citato, qui su Doppiozero, celebrando due testi italiani che alla pubblicità volgevano lo sguardo (Coccia, 2014 e Nadotti, 2015). Perché c’è anche uno specifico italiano e nel duplice senso: un paese che negli ultimi decenni ha recepito una quantità immane di messaggi pubblicitari, ma anche una scena...

Un'arte della complessità / Edgar Morin e il cinema

"Da ogni spettacolo cinematografico mi accorgo di ritornare, nonostante ogni vigilanza, più stupido e più cattivo" scriveva Theodor W. Adorno. Nella sua critica radicale alla società e al capitalismo il sociologo tedesco invitava a diffidare di tutto ciò che è "leggero e spensierato, di tutto ciò che si lascia andare e implica indulgenza verso la strapotenza dell'esistente" (Minima moralia, 1954). Quando Edgar Morin, il filosofo francese oggi centenario (è nato nel 1921) scriveva i suoi articoli sul cinema, tra il 1954 e il 1960, ora raccolti in Sul cinema. Un'arte della complessità, a cura di Monique Peyrière e Chiara Simonigh, Raffaello Cortina editore, 2021), Marshall McLuhan non aveva ancora pubblicato Gli strumenti del comunicare, che uscirà in America nel 1964.   Ed è singolare notare che Morin, tesserato del Partito Comunista Francese, superando la critica alla società borghese della Scuola di Francoforte e anticipando i temi cardine del cattolico McLuhan, indirizzerà le sue riflessioni verso il rapporto dialogico tra l'immaginario del cinema e il "pensiero che si interroga", contro una certa ideologia che guardava con sospetto "tutti i media che non fossero il libro...

29 luglio 1921 - 29 luglio 2021 / Il gatto, la civetta e Chris Marker

Immaginiamoci a Tokyo, nel quartiere di Shinjuku, appoggiati al bancone del bar “La Jetée”. A pochi passi da noi, un signore dai tratti orientali e uno dai tratti europei. Il primo è Toru Takemitsu, compositore, il secondo Chris Marker, cineasta e viaggiatore. I due discorrono in inglese. “We Japanese have a very special relationship with cats” dichiara il primo, mentre il regista vede passare davanti agli occhi immagini di gatti e di whisky. Più tardi Marker annoterà le immagini e i ricordi evocati dalla frase dell’amico musicista: appunti che saranno raccolti nel libro fotografico Le Dépays (1982) di cui proponiamo qualche passaggio. Marker parla del suo “spaese” (invenzione linguistica da dépaysement, spaesamento), del suo Giappone immaginato, guardandosi allo specchio e rivolgendosi a un «tu romanzesco» per calcare la distanza tra il sé stesso che ha scattato le fotografie tra il 1979 e il gennaio ‘81 e il sé stesso che scrive nel febbraio dell’anno successivo.     “È Toru Takemitsu che te lo ha detto ieri sera, nel piccolo bar di Shinjuku. Venendo da uno dei più grandi musicisti viventi, la confidenza è preziosa. Dietro di lui, disposte l’una dopo l’altra, le...

Una specie di spazio / Miliardari in orbita

Il 20 luglio 2021, Jeff Bezos, il fondatore e presidente di Amazon e l’uomo più ricco del pianeta, decolla insieme a altri tre compagni di viaggio, tra cui il fratello Mark, su una “navicella” posta in cima a un razzo della Blue Origin, azienda astronautica che ha fondato e possiede, raggiunge lo spazio – o meglio, raggiunge un’altezza dal suolo terrestre tale da essere convenzionalmente indicata come “spazio” – e torna a Terra. Qualche giorno prima, l’11 luglio, un altro miliardario, Richard Branson proprietario della Virgin Galactic, aveva partecipato a un volo della sua compagnia. Jeff Bezos e Richard Branson, con Elon Musk e la sua Space-X, sono i protagonisti di questa strana, affascinante, inquietante “corsa spaziale” tra miliardari. Una gara allo spazio che assomiglia (molto vagamente) a quelle delle superpotenze durante la Guerra Fredda: dietro un sapiente storytelling (l’investimento in public relation per queste imprese è pari solo a quello ingegneristico) fatto di “sogni di bambino finalmente realizzati” o “gara tra Paperoni” c’è la conquista (se non proprio l’invenzione) di un enorme business fatto di appalti con le agenzie spaziali nazionali, cargo privati, turismo...

2001 - 2021 / Genova vent’anni dopo: battaglia di immagini

“L’uomo moderno non coltiva più ciò che non si può semplificare ed abbreviare.” Walter Benjamin, Angelus Novus   Tutto sommato, dopo vent’anni (o meglio, vent’anno dopo) l’immagine più sconcertante che proviene da Genova è lontanissima dalla violenza di piazza. È quella, molto composta, dei partecipanti a “Un altro mondo è necessario”, il convegno che si è tenuto in quello stesso Palazzo Ducale che nel 2001 era il cuore della zona rossa, frequentabile solo dai potenti e dai loro apparati. Non si tratta soltanto di una riconquista simbolica, ma dell’ammissione oggettiva di un fatto profondo, che corre più o meno apertamente anche nei commenti dei media mainstream. Detto in soldoni, “Il Genoa Social Forum aveva ragione”. Non è mai troppo tardi, come si dice. O forse sì, purtroppo, perché molti dei problemi che allora potevano essere affrontati con una ragionevole programmazione, oggi sono delle emergenze probabilmente senza appello. Basta pensare al clima o a ciò che la pandemia ha scatenato. Ma anche alle migrazioni, alle guerre, alla giustizia sociale. Magra consolazione scoprire di essere stati dalla parte giusta quando molti buoi sono scappati. Meglio di niente, comunque....

La notte dei simulacri. Sogno, cinema, realtà virtuale / E se non ci fosse nessuno schermo nella mente?

C’è un famosissimo quadro di Magritte che raffigura un quadro collocato davanti a una finestra aperta. Sulla tela è dipinto quello che, con tutta probabilità, si vedrebbe se fossimo in quella stanza. Il quadro si intitola, significativamente, La condizione umana. L’opera è una allegoria della capacità di rappresentare il mondo esterno (in realtà è una meta-allegoria perché è un quadro che rappresenta un quadro che rappresenta un mondo …).  L’opera di Magritte incarna il mistero più insondabile che gli esseri umani abbiano affrontato: se stessi. Come è possibile che la persona faccia esperienza del mondo, se ne è separata? La soluzione più semplice, ma non per questo più giusta, da Platone alle neuroscienze contemporanee, è stata sempre la stessa: non facciamo esperienza del mondo, ma di una sua immagine vicaria; in altre parole, la nostra vita non sarebbe altro che sogno, auspicabilmente veritiero.   Circumnavigando questa domanda, Giancarlo Grossi affronta il nodo che divide e unisce sogno e tecnologia, adottando la prospettiva offerta dalla storia (o persino dall’archeologia) dei media nel suo libro La notte dei simulacri. Sogno, cinema, realtà virtuale (Johan and Levi...

Marx può aspettare / Marco Bellocchio e il fratello assente

Marx può aspettare, l’ultimo film di Marco Bellocchio, è un documentario presentato come evento speciale a Cannes 2021, dove il regista ha ricevuto anche la Palma d’Oro alla carriera. Il film inizia nel 2016 come diario privato, in occasione di una riunione pre-natalizia con fratelli, sorelle e nipoti, e si trasformerà nella messa in scena di una riflessione collettiva sul grande rimosso di tutta la famiglia Bellocchio: il suicidio di Camillo, gemello di Marco, unico tra gli otto fratelli (sei maschi e due femmine) a scegliere quel gesto assoluto. Una grave patologia colpisce altri due membri della famiglia: Paolo, affetto da schizofrenia, e Maria Letizia, sofferente di sordomutismo. La voce fuoricampo di Marco inizia il film con queste parole: «Il 16 dicembre 2016 Letizia, Piergiorgio, Maria Luisa, Alberto ed io, Marco, le sorelle e i fratelli Bellocchio superstiti ci riunimmo, con mogli, figli e nipoti al Circolo dell’Unione a Piacenza per festeggiare vari compleanni. Io avevo organizzato il pranzo con l’idea di fare un film sulla mia famiglia, ma non avevo le idee chiare. Non sapevo cosa volevo esattamente fare. In realtà lo scopo era un altro. Fare un film su Camillo, l’...