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Cinema

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Speciale Fellini / Cabiria, please, stop crying!

Ogni volta che riguardo Le notti di Cabiria (1957) vedo di più. Così ho aspettato, ho rimandato a lungo prima di scrivere, ma alla fine ho capito che l’incertezza non sarebbe passata mai, perché con Fellini lo smarrimento non è un ostacolo bensì condizione e circostanza creativa della sua opera. Ciò che è reale diventa meno importante di ciò che invece è immaginato o percepito come illusione. Proprio questo disorientamento visionario, che corrisponde alla qualità più speciale delle storie, dello sguardo, dello stile di Fellini, agisce anche da dispositivo spettatoriale costante dei suoi film.  All’inizio, per esempio, sembra tutto facile, come nel disegno fatto da un bambino, o in uno schizzo di regia:    Cabiria in un disegno di Fellini. Andando avanti, però, il mondo vissuto e sognato da una prostituta/folletto, a Roma, alla fine degli anni Cinquanta, diventa una specie di passaggio magico per un bosco incantato. Prima luce, tanta, e poi buio, come succede all’inizio e alla fine di Le notti di Cabiria. Somigliando ai suoi personaggi, anche chi guarda i film di Fellini, allora, dovrà lasciarsi smarrire, camminare tra le ombre, in mezzo allo scintillìo dei...

Nomad / Chatwin by Herzog

Moltissimi si sono occupati dell’opera e della figura di Bruce Chatwin (ucciso dall’AIDS a 49 anni, nel 1989) ma forse nessuno avrebbe potuto farlo con la passione, la complicità e l’amicizia di Werner Herzog.  Con questo film Herzog compone il ritratto più riuscito del grande scrittore inglese. Un ritratto che inevitabilmente è anche un autoritratto, considerando la loro lunga frequentazione in giro per il mondo e le numerose influenze reciproche rintracciabili nei lavori di entrambi. Nomad è la storia di una grande amicizia tra due nomadi, due assetati di diversità che erano anche grandi camminatori. “Il mondo si rivela a chi lo attraversa a piedi” è la famosa frase di Herzog citata nel film. Che inizia naturalmente con l’apparire della prima immagine della Patagonia nel campo visivo di Chatwin:    Nella sala da pranzo di mia nonna c’era una vetrina, con dentro un pezzo di pelle. Era piccolo ma spesso e coriaceo, con ciuffi di pelo ruvido e rossiccio. Era fissato a un cartoncino con uno spillo arrugginito. Sul cartoncino c’era una scritta in inchiostro nero sbiadito, ma io ero troppo piccolo per leggerlo. Cos’è quello? chiesi. Un pezzo di brontosauro. Mia...

Anniversari / I cento anni di Poirot e la crisi del detective

Poirot compie cento anni, e se la passa benissimo. Più popolare che mai, con all’attivo diverse recenti miniserie; ristampe sempre in corso; e un nuovo adattamento di Assassinio sul Nilo in uscita nei prossimi mesi, nuovamente con Kenneth Branagh a dirigere e interpretare il celebre investigatore belga dopo il successo di Assassinio sull’Orient Express (2017). Non altrettanto bene, però, sta oggi la figura del detective classico: quando non ripete schemi consolidati, o appunto non si dà al remake di storie vecchie di decenni, appare sempre più sfocata. Messa in crisi dall’influenza della postmodernità sulla complex tv. Sostituita, in esempi molto rilevanti della cultura pop del nostro tempo, da poliziotti che non possono limitarsi a indagare un crimine: devono indagare se stessi, e persino il mondo di cui sono parte. Finendo inevitabilmente per perdersi.     Per arrivare a inquadrare questa crisi, però, è bene partire dal principio. E cioè appunto dall’anniversario. Il personaggio di Hercule Poirot nasce esattamente un secolo fa. Poirot a Styles Court (The Mysterious Affair at Styles) è il primo romanzo poliziesco di Agatha Christie, scritto nel 1916, durante la...

Incontro con il regista premio Oscar / Oliver Stone, l’America e noi

“La mia è anche una storia di fallimenti”. Oliver Stone, 74 anni da poco, sembra incarnare l’essenza stessa dell’America, capace di grandi cadute e di improvvise resurrezioni, sia che si guardi al destino degli ultimi della piramide sociale statunitense che alle trame ordite dal potere nei grattacieli che svettano nelle sue metropoli. In questa oscillazione – che non risparmia nessuno – si situa la cinematografia del regista nato a New York, tra i pochi a perseguire un’ostinata ricerca nell’intrico della verità, nell’epoca dello svuotamento della centralità del reale in favore dell’interpretazione e della manipolazione operata dai supporti tecnologici, tema cardine di molte pellicole di Stone, dall’amato/odiato Natural Born Killers (1994) all’ultimo Snowden (2016). E proprio in questa direzione si possono scorrere le pagine di Cercando la luce, l’autobiografia firmata dal regista americano ed edita da La nave di Teseo, un taccuino intimo che, mostrando una storia personale, restituisce la scatola nera dei sussulti dell’America dagli anni Cinquanta ad oggi, in un ritratto dolceamaro dell’American Dream che prevede, prima del successo arrivato nel 1986 con Platoon, l’anticamera...

Tra pubblico e privato / La rivoluzione di Eleanor Marx

Il primo riferimento storico di Miss Marx è l’anno della morte di Karl Marx, 1883; non ci sono altri cartelli o sovrimpressioni a illustrare il contesto. Susanna Nicchiarelli non vuole indirizzare il suo film verso la classica ricostruzione storica e preferisce concentrarsi subito su un poco noto rapporto padre/figlia. L’orazione funebre rappresentata sullo schermo è da parte di Eleanor Marx, detta Tussy, figlia più giovane del grande pensatore tedesco. Romola Garai, che dà il volto alla protagonista, guarda in camera come per presentare il suo personaggio a una platea che probabilmente non lo conosce e nel rivolgersi, per la prima ma non ultima volta, direttamente agli spettatori del film (oltreché alla piccola platea di astanti nella finzione cinematografica) accetta il ruolo subalterno di “figlia di”. Le sue parole sono dedicate quasi esclusivamente al rapporto di Karl con la moglie Jenny, celebrazione di un matrimonio felice nei sentimenti quanto travagliato economicamente; nelle frasi di Eleanor la politica quasi scompare innanzi all’aspetto più intimo e quotidiano di un uomo noto invece per il suo impegno sociale. Eleanor è erede di nome e di fatto del padre: il partito la...

Sto pensando di finirla qui / Charlie Kaufman. La vita dei pensieri

Usare il cinema per dare vita e dimora ai pensieri che ti si piantano in testa. Questo è quello che fanno i film di Charlie Kaufman (Essere John Malkovich, 1999; Eternal Sunshine of the Spotless Mind, 2004; Synecdoche, New York, 2008; Anomalisa, 2015), operando tutti, compreso l’ultimo (I’m Thinking of Ending Things), dei dislocamenti narrativi e simbolici (un po’ come i suoi personaggi, che sono sempre in viaggio). Spostarsi, spostare: da un ambito all’altro, da un luogo all’altro, da una forma all’altra, dal verbale al visuale: trasferire, come dice il verbo greco “metaphérein” che si legge sui teloni in Pvc dei camion per traslochi nelle strade greche. Il cinema di Kaufman è una metafora illimitata, e in tal senso l’incontro con il romanzo (2016) di Iain Reid da cui è riadattato il lavoro appena uscito su Netflix assomiglia a un destino prestabilito. Perché il libro ha inventato un’idea compositiva che già sembrava kaufmaniana. La trovata narrativa è quella di scegliere e sfruttare come edificio fittizio (e metaforico) del luogo dove abitano le tue ossessioni non solo e non tanto la casa dove sei cresciuta, o cresciuto (come accade nei sogni di tutti, o in quasi tutti i film...

Antropocene / Il superorganismo stupido

Saul Bass, illustratore americano, inventore di geniali poster cinematografici e di inconfondibili titoli di testa per Preminger, Wilder, Hitchcock e Kubrik, diresse tra il 1973 e il 1974 il suo unico lungometraggio, all’origine di un mio indelebile trauma infantile e forse della predilezione per certi temi che avrei sviluppato quarant’anni dopo. Il film si intitola Phase IV, in italiano Fase quarta: distruzione Terra. Leggendo Il superorganismo di Bert Hölldobler e Edward Wilson (vedi su doppiozero l’articolo di Marco Belpoliti, Le origini profonde delle società umane) e avendo lottato durante il lockdown contro un’inquietante invasione di formiche, convinto poi che la vera apocalisse sarà guidata dagli insetti, per la prima volta da allora ho deciso di rivedere questa pellicola straordinaria. Al botteghino fu un fiasco, la critica la massacrò, solo molto dopo fu rivalutata da una nicchia di cinefili e oggi, ma forse esagero, va considerata una pietra miliare di quella che potremmo definire “archeologia dell’Antropocene”. Non perderò tempo a riassumere la trama o a farne l’analisi perché secondo me dovete proprio vederlo, mi limito a dire che la diegesi alterna il punto di vista...

Complex TV / L’ambigua lama della Storia

Durante il lockdown, per tirarmi su, ho cominciato a cercare “maratone/sbornia” che mi scuotessero il morale, che mi portassero in un altro tempo, e ho trovato The Marvelous Mrs Maisel (Amazon Prime): è una stand-up comedy ambientata nell’Upper East Side di New York a partire dal 1958. I colori della fotografia sono stupendi, i costumi meravigliosi, gli attori straordinari, e il ritmo che l’autrice e regista Amy Sherman-Paladino ha imposto alle sue quattro stagioni è quello frenetico, brillante, euforico di un musical. I Weissman sono una famiglia ebraica benestante e colta: il babbo insegna Matematica alla Columbia University, è domesticamente inetto e amabilmente burbero nel suo studio; la mamma è una bella donna, chic, amante del gusto parigino, altera e ironica, casalinga al comando della governante di origini est-europee. Midge nella prima stagione (2017) si è appena sposata con un giovanotto del suo ambiente ebraico interamente laicizzato nell’America opulenta e frizzante del secondo dopoguerra; Joel è figlio dei Maisel, una coppia di genitori un po’ grezzi ma pieni di mazzette di dollari nascoste sotto mattonelle e in fondo a cassetti, nel loro appartamento come nel loro...

Emma Dante / Le sorelle Macaluso: una ballata di ombre

Una ragazza scava un buco nel muro. La luce del sole irrompe sui suoi occhi nella stanza buia. Una marina con due navi a vela disegnata su una credenza apre l’orizzonte del soggiorno piccolo borghese, fatto di poveri mobili impiallacciati anni 50. Le sorelle Macaluso, il film presentato da Emma Dante alla 77esima Mostra del cinema di Venezia, vive nell’ambiente angusto di una casa di periferia illuminata con colori opachi, con improvvise aperture, come un sogno che da campi di erbacce intorno a un canale si aprono tra dinosauri di cartapesta verso il mare d’estate.   I contrasti sono da sempre la cifra delle creazioni della regista palermitana. Sono impulsi e scontri di corpi in viluppi emozionali, in scenografie spesso immobilizzate, astratte, senza definizioni ambientali nei palcoscenici nudi delle sue opere teatrali, vivificate dalle azioni dirompenti, contrastanti, passionali di attori e attrici che danno tutti sé stessi per rivelare le misteriose imprevedibili tessiture sentimentali nascoste sotto le apparenze. Qui, nel suo secondo film dopo Via Castellana Bandiera (2013), i modi della composizione si fanno differenti: se nella prima parte, fatta di scoppi di danza, di...

Un'annata di transizione / Venezia 77: un Leone prevedibile

In fin dei conti, in un anno imprevedibile come questo 2020, è bello aggrapparsi alle certezze. Una delle certezze è questa: cominciare il festival, incontrare i conoscenti, ed essere d’accordo sul fatto che sì, ovviamente, questa settantasettesima edizione la vincerà una regista. Ma quale delle tante di quest’anno? Qualche secondo passato a sfogliare il programma (anche per dribblare l’imbarazzo che sempre, in qualche misura, accompagna l’incontro con chi non vediamo da molti mesi), ed ecco che gli interlocutori di questo quadretto ricorrente si accordano, immancabilmente, su Nomadland di Chloe Zhao. Quale modo migliore, del resto, per riprendersi gli americani a partire possibilmente dal 2021, e farsi strada a capocciate dentro la micidiale striscia estivo-autunnale di festival d’Oltreoceano (Telluride, Toronto, New York eccetera eccetera), di un film noiosamente calcolato al millimetro per colpire tanto il cerchio del mainstream hollywoodiano quanto la botte del cinema indipendente, in maniera diametralmente opposta dal capolavoro autenticamente femminista di questo festival, The World to Come di Mona Fastvold, impossibile da racchiudere in categorie merceologiche e target...

50 anni di festival / Santarcangelo memorie

“L’attore ha una corona in capo / ma non è un re” si legge sullo schermo nero, dopo la sfilata dei nomi dei produttori del film. Si apre una grotta, una platonica caverna dalle quale baluginano non immagini ma voci, una polifonia: “Ho incontrato il festival che ero un ragazzo… Ma servono ancora gli artisti?… Il teatro è l’attore… Andate a vedere un teatro serio!... Santarcangelo genera il proprio cambiamento… Io lo detesto il festival…”, mentre iniziano ad apparire immagini sfumate e la camera si inoltra nella notte, e lucine, un circo nel bosco, carnose corolle di sensuali fiori… (sotto suona un violino, una musica romantica si fa ritmica). Quindi immagini sbiadite di spiagge inizi anni settanta, come eravamo, come ci rappresentavamo in super 8 familiari quando nacque il Festival internazionale del teatro in piazza, a Santarcangelo di Romagna, a pochi chilometri da Rimini… Una voce inizia a raccontare. 50 – Santarcangelo Festival è un appassionato documentario di Michele Mellara e Alessandro Rossi, Mammuth Produzione, realizzato in collaborazione con il Festival del teatro e con molte altre sigle, presentato il 6 settembre alle Giornate degli autori della Biennale Cinema di...

Il tempo di Nolan / Nel gelido inferno di “Tenet”

Attenzione: questo articolo contiene spoiler.   C’è una scena che costituisce un punto di ingresso perfetto per la comprensione di Tenet, undicesimo lungometraggio di Christopher Nolan: Kat (Elizabeth Debicki), infelice moglie del trafficante d’armi russo Andrei Sator, il villain del film ottimamente interpretato da Kenneth Branagh, si trova su un motoscafo e sta rientrando insieme al figlio sullo yacht del marito. Da lontano vede una donna tuffarsi dalla barca e allontanarsi in fretta e prova immediatamente invidia per lei: le appare libera, decisa, risoluta, esattamente quello che lei vorrebbe essere. Il complesso meccanismo narrativo del film fa sì che la stessa scena ci venga riproposta verso la fine, dal punto di vista, però, della donna che si tuffa: scopriamo che è la stessa Kat, o meglio un’altra versione di lei che è tornata indietro nel tempo per uccidere il marito e ha acquisito audacia e consapevolezza. È lei, ora, a rivolgere uno sguardo al motoscafo, in cui vede, di fatto, il suo passato, ciò che era e da cui ha preso, finalmente, le distanze, come se stesse osservando un ricordo.  Tenet, ma anche la visione del mondo e del cinema di Nolan sono soprattutto...

Speciale Fellini / Bidoni, narratori e contaballe

Il bidone è un film girato nel 1955, scritto da Fellini con Ennio Flaiano e Tullio Pinelli. Per chi non lo conoscesse (e io fino a pochi giorni fa ero tra questi) darò alcune coordinate: Il bidone segue Lo sceicco bianco (1952), I vitelloni (1953) e La strada (1954). Due anni dopo Fellini girerà Le notti di Cabiria, e cinque anni dopo La dolce vita. 8 ½ uscirà nel 1963. Numerose le assonanze con i film precedenti (soprattutto con La strada) e con quelli futuri (soprattutto con 8 ½). Girato in bianco e nero, Il bidone è un film dall’anima notturna, e il sole che appare nel centro di Roma o nelle sue periferie desolate è ancora più inquietante. Narra la storia di un gruppo di truffatori che ha deciso di vivere alle spalle dei più sprovveduti, che naturalmente sono anche i più miserabili. “I miserabili” sarebbe stato un buon titolo alternativo, se non fosse già stato scelto da altri. Miserabili, cialtroni, farabutti, italianissimi. La guerra è ancora vicina anche se nessuno ne parla, rimossa radicalmente e sparita nel buio passato. Siamo in un momento di transito, nel pre-boom. La miseria di quasi tutti è palpabile, il centro di Roma è circondato da una casba di baracche...

Un petit monastère en Toscane / Otar Iosseliani, l’innamorato

Nato nel 1934 a Tbilisi (Georgia), il giovane Otar Iosseliani studia pianoforte al conservatorio della sua città natale e nel 1953 si trasferisce a Mosca per frequentare la facoltà di matematica e meccanica. Per paura di «contribuire personalmente alla distruzione del mondo» fabbricando armi (come ha confidato a Michel Ciment in un’intervista del 1977) abbandona l’università e due anni dopo entra alla VGIK, la scuola sovietica di cinema già diretta da Lev Kulešov. Allievo dell’ucraino Alexandre Dovženko, esponente del nuovo cinema rivoluzionario insieme a Vertov, Ėjzenštejn, Pudovkin, e del georgiano Mikhail Chiaureli, campione di Stalin per l’affermazione dell’estetica realista a partire dagli anni ‘30, Iosseliani realizza il suo primo cortometraggio Akvareli (in italiano Acquarello) nel 1958. La sua duplice formazione musicale e matematica fa di lui, ancora allievo alla VGIK, un regista e montatore meticoloso: «un acquarellista del quotidiano», appunto, come dirà trent’anni più tardi il critico Raphaël Bassan. È del 1962 il suo film di fine corso Aprili (Aprile), che segna l’inizio dei suoi guai con la censura, ancora al tempo impegnata nella campagna contro il formalismo....

San Lorenzo / La gondola meccanica

  Quale oggetto è legato a una città (e una sola città) come la gondola a Venezia? Senonché, avete letto “gondola” e non avete pensato all’imbarcazione. Avete pensato ad attori famosi (come Gary Cooper nel 1955), ad altre celebrità (seguite da paparazzi in motoscafo), a palle di vetro con la città lagunare, ad Alberto Sordi e Nino Manfredi in un film di Dino Risi (Venezia, la luna e tu, 1958), a James Bond-Roger Moore con la sua gondola a motore in Moonraker (1979). Ma vi verranno soprattutto in mente coppie di innamorati in luna di miele, oppure la canzone di Aznavour (“Com'è triste Venezia se nella barca c'è / soltanto un gondoliere che guarda verso te...”).     Questo stereotipo delle gondole “romantiche” in una Venezia per turisti era già ben saldo più di un secolo fa, tanto da spingere i Futuristi a una proposta semplice, distruggerle: “Bruciamo le gondole, poltrone a dondolo per cretini...” (Contro Venezia passatista, 1912).  Le gondole di Venezia e il chiaro di luna – sì, proprio quello detestato dai Futuristi – stanno assieme in un passo di Goethe, nel suo diario di viaggio in Italia; ma qui, a dispetto di Marinetti e amici, non c’è nessun languore,...

Due studi / Cinema, gesti e corpi

In una foto del 1930 una giovane donna e un giovanotto sono seduti in poltrona, mentre altre persone sistemano dei sensori sulle loro braccia. La didascalia recita: “Testing subjects for their reactions to screen episodes”, in altre parole si tenta di verificare le reazioni dei due giovani davanti a un film (lo schermo non si vede, ma sulla parete di fondo si notano bene piccole aperture quadrate per le proiezioni). La foto è tratta da The Art of Sound Pictures (New York 1930) di Walter Pitkin e William Marston. È proprio quest’ultimo, sul tavolo in fondo, a controllare i dati assieme alla sua collaboratrice Olive Byrne; tra parentesi: pare sia lei ad aver suggerito le fattezze di Wonder woman, il personaggio dei fumetti creato proprio da Marston, non a caso un convinto femminista.     La foto dimostra quanto il tema delle reazioni del pubblico fosse ben presente nella fase di passaggio dal muto al cinema sonoro. Il fenomeno del forte coinvolgimento fisico e psichico dello spettatore non comincia certo coi film: da sempre, come ha spiegato David Freedberg (Il potere delle immagini, 1989), dipinti e sculture (sacri e non solo) possono suscitare inattese reazioni emotive...

Cento anni fa / Fellini, Sordi e… Franca Valeri: nascere alla radio

Anche se il centenario della nascita di Federico Fellini, Alberto Sordi e di Franca Valeri, l’unica a spegnere le candeline, non coincide perfettamente con il centenario dell’inizio delle trasmissioni radiofoniche italiane (1924), verrebbe voglia di festeggiarli assieme. In una fantomatica serata in onore dei cento anni della radio, i tre giganti del cinema e dello spettacolo, occuperebbero un posto privilegiato, non solo per il loro talento, ma anche perché rappresentanti di una generazione intera di artisti che nacque, o mosse i suoi primi passi, alla radio.   Fellini arriva a Roma nel 1939, frequenta l’ambiente dell’avanspettacolo e del «Marc’Aurelio», dove inventa rubriche e pubblica scenette illustrate. Tra gli anni Trenta e Quaranta il disegno satirico e i testi umoristici sono la strada più veloce per arrivare alla radio, più del teatro, che messo in onda soffre ancora il peso delle lungaggini drammatiche e la mancanza della dimensione visiva. Così già dal 1940 Fellini scrive decine di copioni originali per l’Eiar, l’antenata diretta della Rai, dai Notturni alle Fantasie, alle scenette incentrate sulle Avventure di Cico e Pallina, trasmesse all’interno del programma di...

Il Mandrake di Frosinone / Mastroianni secondo Fellini

«Lui è il Fellini da giovane? Ma non lo potevo fare io? Finché mi reggo in piedi…» (Marcello Mastroianni in Intervista)   Non esiste forse discorso su Federico Fellini che non intercetti, anche incidentalmente, la figura di Marcello Mastroianni. E viceversa. Quello tra il regista riminese e il suo cosiddetto alter ego cinematografico è stato ed è tuttora un legame indissolubile, che si è manifestato più e più volte nel corso dell’intera carriera di entrambi, e che non ha cessato di esistere anche in seguito alla loro scomparsa. Non sorprende che nel dicembre 1996, all’indomani della morte di Mastroianni, la città di Roma abbia scelto di commemorare l’attore ammutolendo per qualche istante lo scrosciare dell’acqua della Fontana di Trevi. L’ultimo e definitivo incontro tra Mastroianni e il mondo felliniano si esauriva proprio lì, dove tutto ebbe idealmente inizio.   Il sodalizio tra i due, come è noto, nasce con La dolce vita (1960) e prosegue con 8 ½ (1963), La città delle donne (1980) e Ginger e Fred (1986), cui si aggiungono due operazioni pseudo-documentarie come Block-notes di un regista (1969) e Intervista (1987). Osservare il legame tra regista e attore con uno...

La cantante e il pugile / Edith Piaf e Marcel Cerdan: knock-out

La prima lettera è datata 20 maggio 1949. Scritta a Parigi, s’appresta a prendere il volo per Loch Sheldrake, New Jersey, Stati Uniti d’America. È firmata come lo saranno tutte le altre, con un pronome che attesta la clandestinità della relazione: moi, io. Poteva averla scritta chiunque quella lettera, anche Edith Piaf:   Mio adorato, hai idea di che cosa sia una casa vuota di te?   Marcel Cerdan è volato in America il giorno prima. Starà lontano un mese, il tempo di preparare l’incontro a difesa del titolo mondiale dei pesi medi conquistato l’anno prima contro Anthony Zaleski, detto Tony Zale, the Man of Steel, l’uomo d’acciaio. Adesso dovrà vedersela con un altro avversario, un italo-americano dal temperamento focoso che si fa chiamare il Toro del Bronx. Vero nome: Giacobbe LaMotta, detto Jake. Uno che se ne va in giro dicendo: “sono popolare perché non ho paura di morire sul ring, e nemmeno di uccidere”. Un pugile di ben altra caratura rispetto a Tony Zale. Sei anni prima, a Detroit, LaMotta mandò al tappeto Sugar Ray Robinson, allora considerato il miglior pugile di tutti i tempi.   Edith in quella prima lettera sembra tramortita. La partenza di Marcel le ha...

Antropocene Anno Zero / 16 luglio 1945: la prima bomba atomica

“Entrando nell’era atomica, l’uomo ha aperto le porte di un nuovo mondo. Chi sa cosa ci attende? Nessuno può predirlo”. A parlare è il dottor Harold Medford, un mirmecologo, ovvero uno zoologo che studia le formiche, davanti a degli esemplari di Camponotus vicinus mutanti. Corre l’anno 1954. Un’analisi condivisibile per quanto poco confacente alla specializzazione del dottore, a meno che si fornisca il contesto: siamo negli sfioratori e nei canali di drenaggio delle fogne di Los Angeles, e delle formiche grandi come elefanti sono state appena abbrustolite dai lanciafiamme di una squadra della polizia.  I cinefili avranno riconosciuto il finale di Them! (1954) di Gordon Douglas, tra i primi film americani di science-fiction nel filone dei nuclear monster che attraversa tutti gli anni cinquanta. Include capolavori (che ho avuto la malaugurata idea di rivedere durante la quarantena) quali: The Day the Earth Stood Still (Ultimatum alla Terra, 1951), It Came From Outer Space (Destinazione…Terra!, 1953), The War of the Worlds (La guerra dei mondi, 1953), Creature From the Black Lagoon (Il mostro della laguna nera, 1954), Forbidden Planet (Il pianeta proibito, 1956), Invasion of the...

Cinema e scrittura / Nell’officina di Ejzenštejn

Siamo nel 1935 e, in occasione della Conferenza Pansovietica per i lavoratori del cinema, Sergej Michailovič Ejzenštejn rende per la prima volta pubblici i temi che avrebbe raccolto in seguito, nell’arco di più di dieci anni, nella monumentale opera di Metod (Il metodo), rimasta incompiuta alla sua morte (1948) e di cui oggi esce il primo dei due volumi in italiano, curati da Alessia Cervini per Marsilio. Quell’anno il regista torna da un lungo viaggio in Europa e in America, nel corso del quale è una specifica tappa a rappresentare senza alcun dubbio il vero sconvolgimento intimo, sociale, culturale e politico del suo pensiero: la parentesi messicana (1931-1932). Ejzenštejn aveva lasciato una Russia sempre più irrigidita nella dittatura staliniana, e fa ritorno a casa dopo un’esperienza liberatoria, che lo immerge, forse per la prima volta, nella “carne” del mondo. In Messico l’artista riscopre la dimensione della tradizione, del culto, del ballo tribale, del movimento musicale, della sessualità, di un approccio alla realtà dal sapore arcaico eppure universale che lascia “a terra” la logica formale dell’analisi per librarsi nell’infanzia del pensiero, in un dominio in cui l’...

Xavier Dolan ritorna a casa / Matthias & Maxime

Di recente Xavier Dolan ha dichiarato che non dirigerà altri film per concentrarsi sulla carriera da attore. Pare difficile credergli: trentun anni, otto regie in dieci anni e una sfilza di premi da far invidia a molti concorrenti.    Nel frattempo, con Matthias & Maxime, il regista di Tom à la ferme e Les amours imaginaires è tornato nuovamente a girare a casa, in Canada, sui luoghi e sui temi che gli sono familiari. La mia vita con John F. Donovan, il suo primo e probabilmente ultimo film hollywoodiano (con un cast di stelle tra cui Susan Sarandon, Natalie Portman e Kit Harington), ha avuto una produzione tribolata, con una sceneggiatura riscritta infinite volte e con cambi in corsa durante le riprese. L’episodio più eclatante ha visto al centro Jessica Chastain, che – nonostante le reciproche dichiarazioni di stima e affetto tra lei e il regista – ha visto tagliata tutta la storyline che la vedeva protagonista. Uscito in sala dopo svariati rinvii, il film non ha acceso l’entusiasmo di pubblico e critica, e anche i fan più devoti sembrano non aver apprezzato più di tanto.      Distribuito in Italia con oltre un anno di ritardo, in parte su Sky e in...

1928 - 2020 / Ennio Morricone: moderno sempre

“Copiare il vero può essere una buona cosa, ma è fotografia, non pittura. Inventare il vero è meglio, molto meglio.” Lo scrisse Giuseppe Verdi alla contessa Clara Maffei in una lettera del 20 ottobre 1876. Ne sapeva qualcosa, avendo inventato, pochi anni prima per l’Aida, una “musica egiziana” che non era mai esistita. Ennio Morricone si trovò all’incirca nella stessa situazione quando iniziò a comporre le musiche per i western di Sergio Leone, ma a carte rovesciate. Doveva inventare il falso, nel senso che l’universo West di Sergio Leone era assolutamente “fasullo” rispetto alla supposta “verità” del genere hollywoodiano. Quello che fece, forse costretto dalle circostanze, dal budget ridotto che non gli permetteva di usare un’intera orchestra, o per qualunque altra ragione che comunque scompare di fronte al risultato, fu di scomporre cubisticamente la strumentazione e di dividere i suoni, spazializzandoli, rendendo ogni segnale sonoro perfettamente percepibile (non solo ogni strumento, perché Morricone decise di equiparare suoni e strumenti, da quel compositore d’avanguardia che era) senza bisogno di nessun pieno orchestrale. Il West di Morricone divenne così una rassegna di...

Ritorna Scarabocchi / Hai delle belle braccia!

Scarabocchi torna a Novara dal 18 al 20 settembre! Tre giorni di laboratori, officine, spettacoli e piccoli atelier per parlare di “corpi” e rimettere al centro gesti e incontri. Ma prima ancora di incontrarci, con tutte le precauzioni necessarie, Scarabocchi riparte online: quattro disegnatori per quattro lezioni di disegno in diretta Instagram sul profilo del Circolo dei lettori, che si trasforma per l'occasione in uno studio d’artista: Guido Scarabottolo (martedì 7 luglio, ore 19), Giovanna Durì (giovedì 9 luglio, ore 19), Pietro Scarnera (martedì 14 luglio, ore 19), Alessandro Bonaccorsi (giovedì 16 luglio, ore 19) insegneranno a grandi e piccoli come trasformare ghirigori in nasi, orecchie, braccia e piedi. Evviva gli Scarabocchi!   Hai delle belle braccia!  La frase coglie di sorpresa sia me che la ragazza alla quale è rivolta. Alberto l’ha detta con una tale naturalezza che non lascia dubbi, è evidente l’assenza di malizia e di piacioneria, è solo una dichiarazione. Lei, da ragazza carina ed educata quale appare, risponde con un timido grazie, mentre io resto con il mio cucchiaio di cappelletti in brodo sospeso quanto quel...

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