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Cinema

(868 risultati)

Smells like teen spirits / La rivolta

È un gesto vecchio quanto il mondo. Non ha bisogno di eroi né di rivoluzionari di professione, ma è alla portata di tutti, anche e soprattutto di chi non ne ha coscienza e si lascia attraversare dalla sua potenza. È l’atto di rivoltarsi: contro il potere, contro gli altri e contro se stessi. È un movimento impersonale che trova nei corpi e nella capillarità del sensibile infinite occasioni per dispiegarsi, assumendo talvolta forme spettacolari – le immagini premiate in molti contest fotografici – senza tuttavia coincidere con esse, senza mai lasciarsi catturare nella staticità di una posa. Pier Paolo Pasolini è stato tra i primi a mettere a fuoco le differenze tra l’atteggiamento del rivoluzionario e quello dell’“arrabbiato”: «spesso il rivoluzionario dopo aver distrutto la società costituita eccede nella ricostruzione, vuole che abbia tutti gli attributi, ci riporta anche il moralismo e il perbenismo borghesi, al punto che l’arrabbiato, a volte, incide più profondamente del rivoluzionario». Rivoltarsi non significa dunque portare a compimento una rivoluzione né, tantomeno, prestarsi alla monumentalizzazione post-rivoluzionaria, dove i corpi e i volti impegnati in battaglia...

“Parasite” e dintorni / L’occhio del figlio, l’immagine del padre

Il termine “metaforico” è ripetuto più volte in Parasite (2019) di Bong Joon-ho, e riporta alla mente l’immagine delle serre bruciate in Burning (2018) di Lee Chang-dong – un altro film coreano ispirato a un racconto di Haruki Murakami –, o quella del misterioso elefante di An Elephant Sitting Still (2018) di Hu Bo. La metafora è una figura di confine tra presenza e assenza, reale e immaginario: deriva almeno in parte da una finzione, ma allude sempre a una particolare verità. In diversi film rappresentativi delle più importanti tradizioni cinematografiche asiatiche degli ultimi decenni – dal nuovo cinema di Hong Kong a quello taiwanese, passando per il Giappone, la Cina e la Corea del Sud –, espedienti come il ricorso a oggetti simbolici o medium iconici sono impiegati con grande coerenza per esprimere gli aspetti più nascosti di certe dinamiche sociali e familiari. Un motivo che in Parasite permette di approfondire il discorso sui conflitti di classe riguarda ad esempio il rapporto tra generazioni differenti, e nello specifico tra padri e figli. Altre rappresentazioni memorabili di questo rapporto, analizzate nei paragrafi successivi, compaiono in Angeli perduti (1995) di Wong...

Un cinema per un popolo che manca / The Irishman e l’Altro che non c’è più

“This is my union”, “questo è il mio sindacato”, dice Jimmy Hoffa, il famigerato leader dei Teamsters, quando nella parte finale di The Irishman, appena uscito di galera, tenta nuovamente la scalata di un sindacato che negli anni Settanta sotto la leadership del suo ex-braccio destro Frank “Fitz” Fitzsimmons stava ormai prendendo un’altra strada. L’ambiguità del legame che aveva unito in uno stesso destino quella che allora era la più grande associazione di lavoratori americana e la criminalità organizzata – e che aveva caratterizzato gran parte della storia americana degli anni Sessanta e Settanta – era diventata ormai insostenibile, e l’ultimo tentativo di Hoffa (se mai davvero ci fu) di ripulire il sindacato dal problema delle infiltrazioni della mafia italo-americana non poteva che fallire.    Fa un certo effetto sentire queste parole oggi, nel 2019, quando a distanza di quasi mezzo secolo quel sindacato ha ancora un presidente – ormai in carica da più di vent’anni – che di nome fa ancora Hoffa. Si tratta del figlio di Jimmy Hoffa – James P. Hoffa – che solo poco tempo fa è uscito su tutti i giornali con una dichiarazione con la quale criticava la proposta di Bernie...

Un’intervista di Raphaël Koenig al regista Duccio Fabbri / Sqizo: Il ritorno di Louis Wolfson

Se non sempre, talvolta le lettere giungono a destinazione, e i destinatari fanno la differenza. Louis Wolfson possedeva un’edizione di Du côté de chez Swann di Proust, sulla cui. copertina era stampato l’indirizzo dell’editore, Gallimard. Lì spedì il manoscritto del suo primo libro, Le Schizo et les langues. Wolfson, un ex studente di medicina, aveva abbandonato i corsi per problemi psichiatrici. Venne fatto internare più volte dalla madre per disturbi alimentari e relazionali, era schizofrenico certificato. Nel libro raccontava vicende biografiche e in particolare le metodiche che aveva elaborato per sfuggire alla presa della lingua madre rifiutata, l’inglese, attraverso complicate tecniche di traduzione delle parole ascoltate nelle altre lingue che studiava, russo, tedesco, francese, ebraico, yiddish. Prima circostanza fortunata nella vita di Louis Wolfson, non l’ultima, come vedremo, il manoscritto giunse nelle mani di Jean-Bertrand Pontalis che lo passò per una valutazione a due lettori d’eccezione, Raymond Queneau e Jean Paulhan.   Se il secondo avanzò riserve per il francese bizzarro, il lavoro strabiliante sulla lingua che sostanzia Le Schizo entusiasmò, come senz’...

Indicativo presente 2 / E tu, torneresti in Marocco?

«Quando torno nel villaggio dei miei genitori in Marocco mi sento strano: i miei amici dicono che non sono un uomo, che me ne sono andato, che li ho traditi»: Mahmoud è uno di quelli che parlano di più in quest’ora che dedichiamo alla condivisione della loro visione del film My name is Adil, di Adil Azzab, Rezene Magda, Andrea Pellizzer (2016: Gabriele Salvatores ha promosso una campagna di crowdfunding perché riuscissero a girarlo) visto in una proiezione del cinema di quartiere per le scuole. Veniamo da una settimana molto dura, in cui tutti i professori hanno detto basta al continuo boicottaggio che lui e altri quattro compagni attivano ogni ora contro di noi. Noi chi? Noi gli europei, noi i bianchi, noi che li trattiamo male, che li trattiamo come stranieri, noi che viviamo meglio di loro, che siamo più ricchi di loro e vogliamo educarli ai nostri valori asfaltando i loro. Questo è quello che tre o quattro dei maghrebini di una classe con due italiani pensano con convinzione. La collega che sta svolgendo con loro un percorso di rigetto di ogni razzismo e di inclusione di ogni diversità prepara a casa con ore di lavoro delle schede per lavorare in classe, e loro gliele...

Mondi intermediali / Identità e variazione nell’universo di Lynch

È in uscita presso l’editore FrancoAngeli il volume David Lynch: mondi intermediali, curato da Nicola Dusi e Cinzia Bianchi. Nel volume,  saggi di vari autori analizzano l’universo intermediale di Lynch, che spazia dai film alle serie televisive come Twin Peaks, dai videoclip agli spot pubblicitari. Pubblichiamo un’anticipazione dall’introduzione dei curatori.   1. Identità visiva in progress    Regista visionario, surrealista, onirico; narratore di storie spesso inquietanti e bizzarre, ambientate in luoghi sperduti dell’America o in angoli inusuali delle grandi città; creativo poliedrico, amante di tutto ciò che porta lo sguardo e la mente in un’altra dimensione cognitiva e percettiva; sperimentatore di nuove tecniche artistiche, molto personali e singolari. Queste sono alcune delle definizioni più comuni per descrivere il talento originale di David Keith Lynch (Montana, 1946). Tutti conoscono almeno uno dei suoi film a partire da Eraserhead (1977), The Elephant Men (1980) e Dune (1984), passando per Velluto blu (1986), Cuore selvaggio (1990), e Strade perdute (1997), per arrivare a Una storia vera (1999), Mullholland Drive (2001), Inland Empire (2006). Per...

Tra cinema e “psicomagia” / Jodorowsky: pensiero astratto, pensiero magico

Poeta prima che cineasta, attore prima che drammaturgo, personaggio prima che persona, ma prima di tutto pensatore, laddove il pensiero è la chiave immaginativa per comprendere la realtà.  Psicomagia, un’arte per guarire è l’ultimo film di Alejandro Jodorowsky, distribuito in Italia lo scorso 8 ottobre – un documentario che sintetizza in maniera semplice ed emozionante il lungo percorso che ha portato l’autore cileno a dedicarsi al personalissimo progetto di “Terapia Panica”.   Alejandro Jodorowsky è nato in Cile nel 1929, a Tocopilla, un porticciolo cileno stretto tra il gelido Oceano Pacifico e la regione arida del deserto di Tarapacà. A dieci anni, con la famiglia si trasferisce a Santiago, la capitale. Ricorda spesso la sua giovinezza in Cile, un paese che definisce “tremolante”, surreale, perennemente instabile e in continuo stravolgimento. Ripercorrendo la sua vasta e avventurosa biografia vi si trovano diversi aneddoti, fra tutti quello di quando lui e il suo amico Lihn – poi divenuto un affermato poeta in Cile – decisero di camminare in linea retta senza fermarsi mai. Questo significava che, se incontravano un’auto parcheggiata, ci salivano sopra mantenendo...

COMPLEX TV / Euphoria di adolescenti

Sam Levinson è figlio d’arte, e ha esordito come attore ragazzino in Toys, diretto dal padre Barry nel 1992. Come sceneggiatore e regista oggi trentacinquenne ha messo in gioco se stesso e la sua percezione del nuovo millennio, nato per gli americani l’11 settembre del 2001 con il crollo delle Torri Gemelle interiorizzato come fine del sogno americano. I suoi adolescenti crescono dentro due paesaggi con rovine emotive: quello dell’attentato islamista e quello ormai lungamente disgregato della famiglia della classe media americana. Dopo i suoi film Another Happy Day e Assassination Nation, Sam Levinson affronta ora la complex tv, scrivendo e dirigendo gran parte delle otto ore della prima stagione di Euphoria. Lo storytelling è affidato alla protagonista Rue, che comincia a narrarsi sin dalla vita intrauterina, con puntuali ritorni in orbita di flashback del suo passato di bambina, di ragazzina e infine di ragazza maniaco-depressiva che slitta consapevolmente dagli psicofarmaci ai farmaci usati come droghe.   Verso i diciassette anni è ormai una drogata che si umilia davanti alla squallida porta del pusher per un po’ di pasticche, e che sfiora la morte quando un bastardo boss...

Dalla serie TV al film / Perché continueremo a sognare Downton Abbey

Aprile 1912. Siamo nello Yorkshire, nella tenuta edoardiana dove dimora, ai piani nobili, l’aristocratica famiglia Crawley: il Conte di Grantham (Hugh Bonneville), sua moglie (l’americana Lady Cora: Elizabeth McGroven), le tre figlie e un labrador; ai piani di sotto abitano i servitori. L’azione comincia con l’arrivo della notizia dell’inabissamento del transatlantico Titanic, il 15 aprile. La tragedia ha provocato la morte del cugino del Conte, James Crawley, e di suo figlio Patrick, erede legittimo di Downton Abbey e della dote della Contessa Cora. Il disastro del naufragio provoca una catastrofe “di classe” altrettanto epocale, perché il nuovo erede a questo punto sarà il giovane Matthew, cugino di terzo grado della famiglia e avvocato a Manchester. I Crawley e in particolare la Contessa Madre, Lady Violet (Maggie Smith), sono atterriti dall’ipotesi che il patrimonio a cui appartengono passi ad una persona middle class, vale a dire che lavora e che non intende conformarsi ai rituali della nobiltà. A quanto pare, infatti, non sarà più vero che chi è più nobile è anche chi è più ricco e più elegante. In perfetta coerenza con una mentalità aristocratica, la minaccia vissuta e...

Buzzati secondo Mattotti / Un dolce gotico: “La famosa invasione degli orsi in Sicilia”

Un intrico di linee nere, così fitte che lasciano appena intravedere qualcosa là dietro, che si muove: animali, uomini oppure mostri? Siamo nel bosco, quello delle fiabe, degli incantesimi, degli incontri strani e paurosi, delle scoperte e delle improvvise agnizioni. Sarà il bosco di Pinocchio, quello che Lorenzo Mattotti ha evocato in una serie di indimenticabili tavole e disegni? Probabilmente sì. Ma è anche il bosco di tante altre sue storie, dove i personaggi invece di perdersi si ritrovano, quasi che il bosco sia la loro stessa condizione interiore, mentale, prima ancora che fisica. Comincia così la versione cinematografica di La famosa invasione degli orsi in Sicilia, dal libro di Dino Buzzati, scritto e illustrato dallo scrittore bellunese nel 1945, che questo straordinario disegnatore ha voluto portare sul grande schermo dandone una interpretazione unica, eppure perfettamente in linea con l’ispirazione buzzatiana.      Come ha scritto una volta Italo Calvino, la letteratura italiana non ha avuto il romanzo picaresco e il romanticismo fantastico e “nero”; per il primo genere lo scrittore faceva il nome di Benvenuto Cellini e di alcune novelle di Boccaccio;...

Alla frivolezza di Scienze della Comunicazione / Made in Italy

La fotografia è notevole. Non il solito “smarmellamento” (ovvero l’anonima illuminazione a giorno) tipico delle sciatte serie italiane. D’altra parte, andando avanti, si nota un’aria di famiglia con alcuni prodotti di fiction molto amati. C’è Il diavolo veste Prada, un po’ di Good Girls Revolt, un tocco di Flashdance. Sulle prime, quindi, un’impressione di già visto, che, però, bisogna ammetterlo, piuttosto che scoraggiare, incuriosisce: cosa mai possono avere a che fare questi riferimenti con il contesto italiano? A confondere ancora di più le acque, c’è poi che la serie sbarca sul piccolo schermo, come anteprima, da un canale prestigioso, Amazon prime. Se non è una dichiarazione d’intenti, poco ci manca. È, infatti, vero che da un po’ di tempo si discute di come la televisione italiana stia progettando di intercettare il trend delle grandi serie tv americane. Made in Italy sembra essere un tentativo (non del tutto riuscito, sottolineiamolo con buona pace dei soliti criticoni) di risposta a questa evenienza. Dall’aria di famiglia pocanzi ricordata ci si libera, comunque, molto velocemente. Se è, infatti, vero che le vicende della serie girano intorno a una piccola rivista di moda...

Perché ne stiamo parlando? / Cinque idee su “Joker”

Uno dei trailer del Joker interpretato da Joaquin Phoenix e diretto da Todd Phillips presenta il film come un classico già consacrato: un instant classic. Molti dei trailer riempiono lo schermo con le cinque stelle e giudizi sfolgoranti assegnati dalle tante, entusiastiche recensioni ottenute. In realtà, la ricezione complessiva del film è stata più contraddittoria. Alle entusiastiche anticipazioni e recensioni degli invitati al Festival di Venezia, dove Joker ha vinto un Leone d’Oro, sono seguiti giudizi più critici e non poche stroncature, raccolte intorno a una duplice tesi di fondo: che il film fosse un vacuo esercizio di marketing e, implicitamente, che i primi giudizi entusiastici fossero l’esito di un abbaglio.  Joker è diventato un “caso” ancora prima ancora che spettatori e critici l’avessero visto. Sin dai primi trailer, il film è riuscito a dividerli in due fazioni significativamente polarizzate. La prima rimarcava le promesse artisticamente esaltanti dell’opera e la sua riflessione sui nessi tra alienazione, disagio sociale e rivoluzione. La seconda poneva enfasi sui possibili rischi di un’estetizzazione della violenza e di un messaggio dal potenziale...

Franco La Cecla / Africa loro

«Ho imparato negli ultimi mesi a cercare qualcosa di più, essendomi accorto che l’Africa che uno viene a cercare non corrisponde a quella che trova, che questo è un mondo in cui è difficile dire: ho capito, allora è così». In questa frase c’è tutto il senso di Africa loro, ultima fatica di Franco La Cecla. Un libro che in realtà sono due, come se in una sorta di emulazione (pacifica) del Dottor Jeckill e Mr. Hide, l’autore avesse scritto questi racconti cambiando qui e là personalità e punto di vista. Cosa che peraltro accade spesso quando si è in viaggio in paesi non occidentali. I paesi sono Kenya, Tanzania e Sudafrica, che La Cecla visita nell’ambito di un progetto di studio legato a Slow Food e all’Università di Pollenzo. Con la maestria che gli è tipica, La Cecla coglie alcuni aspetti particolari delle realtà i questi luoghi, cercando di metterne in luce il volto meno conosciuto e di uscire dai luoghi comuni.    Peraltro, questo è il fine che si pone già all’inizio del suo viaggio, provare a raccontare l’Africa dal punto di vista dei nativi: «Così sull’Africa si gioca ancora la partita del farla propria – scrive – Veltroni ci tenta per dimostrare quanto lui sia...

Trent'anni senza / Ricordando Zavattini

Trent’anni fa, il 13 ottobre 1989, è scomparso a Roma Cesare Zavattini, uno dei maggiori intellettuali italiani del Novecento. Molti forse tenderebbero a collocarlo all’interno dell’ambito degli sceneggiatori cinematografici. In effetti, ha lavorato come sceneggiatore a oltre ottanta film, ma se c’è un personaggio per il quale è estremamente riduttivo associare il suo nome a una sola etichetta questo è senz’altro Zavattini, del quale devono essere considerate almeno tutte le attività svolte come giornalista, commediografo, scrittore, poeta e pittore. E anche quando lavorava come sceneggiatore, Zavattini di solito partecipava in maniera estremamente attiva alla regia dei film. Molto spesso ne diventava un vero e proprio co-regista. Insomma, Zavattini può essere considerato un eclettico sperimentatore di molteplici strumenti d’espressione e di differenti linguaggi narrativi. Lo testimonia d’altronde il suo ricchissimo archivio personale di lettere e documenti, attualmente conservato in gran parte presso la Biblioteca Panizzi di Reggio Emilia.   Non è un caso che l’archivio di questo intellettuale si trovi in tale luogo, perché Zavattini ha lasciato la natia Luzzara, paese della...

Serie TV / Specchi distorti dell’io: “Mindhunter” e “The Boys”

Durante l’estate due serie mi hanno particolarmente colpito, due racconti molto cupi che, in modalità completamente diverse, hanno messo disinvoltamente in atto un ribaltamento di alcune logiche narrative e di genere. Si tratta della seconda stagione di Mindhunter e della prima di The Boys, due tra i prodotti di punta della collezione primavera/estate dei colossi SVOD, Netflix e Amazon Video. Uscite a poca distanza l’una dall’altra, sono entrambe, per certi versi, inquietanti specchi in cui si riflette in modo efficace e provocatorio uno spicchio consistente del tempo in cui viviamo, con molti punti in comune. I due titoli hanno inoltre vinto una sfida complessa, cioè quella di farsi notare all’interno di due panorami distinti ma parimenti affollati, quello delle serie crime e dei supereroi.     Mindhunter, il racconto firmato da Joe Penhall e prodotto (e in parte diretto) da David Fincher, dopo l’ottima prima stagione, ha reiterato con successo una modalità narrativa decisamente anomala. Avete presente l’arcinoto “show, don’t tell”, mantra di scrittori e sceneggiatori? È una formula che ricorda, soprattutto a questi ultimi, come la scrittura per il video abbia una...

Milano Film Festival 2019 / Francesco Ballo, cineamatore

Mi chiedono di spiegare chi sia Francesco Ballo. È una parola. Qualche tempo fa, in un breve profilo per il catalogo di un festival, mi spinsi a definirlo «un personaggio leggendario». Era una definizione un po’ ironica, ma anche affettuosa, e Francesco mi telefonò per dirmi che l’aveva molto divertito.   Francesco Ballo (dal film di Ilaria Pezone "France. Quasi un autoritratto", 2017). La verità è che Ballo leggendario lo è per davvero. Lo è innanzitutto per i suoi ex allievi dell’Accademia di Brera, dove ha insegnato per trent’anni. «Dire “Ballo”, qui, ora», ha scritto il critico e programmer Giulio Sangiorgio, «è dire di una persona che è stata in grado di essere guida ed esempio, di farsi amare, seguire, sostenere, dentro e fuori dall’Accademia, insegnando un modo di guardare e di fare». Un magistero testimoniato dai volumi dedicati a John Ford, a Clint Eastwood (è sua, nel 1985, la prima monografia italiana consacrata all’attore-regista, scritta in collaborazione con Riccardo Bianchi), a Jacques Tourneur e soprattutto a Buster Keaton, di cui può essere a giusto titolo considerato il più attento e costante esegeta italiano. «Ci metto molto a fare questi libri, perché i...

La serie di Phoebe Waller-Bridge / “Fleabag”: un sacco di pulci agli Emmy Awards

Fleabag, in inglese, significa “sacco di pulci”. La drammaturga, sceneggiatrice, attrice inglese Phoebe Waller-Bridge ha intitolato così la sua formidabile serie tv prodotta da Amazon, di cui si sono potute vedere già due stagioni sulla piattaforma Prime Video. Dello storytelling di molte serie tv forse è opportuno riparlare, perché resta tignoso il pregiudizio che una narrazione non scritta non sia letteratura. Se io cedo alcune ore del mio tempo per leggere un saggio o un romanzo sono un intellettuale. Se vado a un festival di cinema per vedere un film d’autore che in sala non ci andrà mai perché nelle sale ci vanno soprattutto i blockbuster sono un intellettuale. Se leggo e guardo graphic novel sono un intellettuale. Ma se sullo stesso divano spendo 12, 20, 30 ore per una serie tv scritta, diretta e prodotta magistralmente, se seguo i miei personaggi per ore e ore sprofondando in uno stato modificato di coscienza durevole quanto la lettura di Guerra e pace sono un perdigiorno.      It’s an old story. Decenni di battaglia per i popular studies hanno portato nelle università inglesi e poi scandinave e poi americane le sottoculture, e di lì sono figliati gli studi...

Andrea Tagliapietra / Filosofia dei cartoni animati

La visione della trilogia di Toy Story (nel frattempo diventata tetralogia, vedi il mio articolo su Toy Story 4) deve avere davvero colpito la sensibilità di Andrea Tagliapietra, ordinario di storia della filosofia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e instancabile animatore del dibattito filosofico dei nostri anni. La riflessione sulla celebre serie di film della Pixar, infatti, attraversa le ben 469 pagine del suo nuovo lavoro Filosofia dei cartoni animati. Una mitologia contemporanea, appena uscito per Bollati Boringhieri, costituendone una guida alla lettura e allo stesso tempo un modello perfetto attraverso cui rivelare al lettore la complessità delle questioni filosofiche sollevate da quella strana specie di testi che sono i cartoni animati. Non è un caso che Filosofia dei cartoni animati sia dedicato dall’autore al proprio figlio. Siamo, insomma, di fronte a un altro lavoro che scommette sul felice dilettantismo del filosofo – questione, peraltro, evocata da Marrone proprio su queste pagine – affascinato dalla riflessione sulla vita quotidiana, alla ricerca dei suoi risvolti significativi più generali. La riflessione sui cartoni animati costituisce,...

Un altro film di fantascienza? / “Ad Astra”. Il cuore di tenebra del cosmo

Un altro film di fantascienza, un altro viaggio nello spazio, ancora una volta il cosmo usato come metafora di disfunzionalità affettive, proprio come in Gravity, Interstellar o First Man? Risposta affermativa, Ad Astra si inserisce - benissimo - in questo percorso sempre più affollato, posizionandosi per certi versi più vicino al film di Damien Chazelle che agli altri due. Lo spazio è infatti luogo di conquista, di esplorazione, ma soprattutto è un universo mentale in cui, solo e chiuso in un silenzio assoluto, il soggetto si trova davanti al proprio vuoto.   James Gray (a sinistra) con Brad Pitt sul set. Da Little Odessa (1994) a The Lost City of Z (2016), Gray è stato protagonista di un percorso autoriale fatto di piccoli gioielli, accomunati da una profonda complessità tematica ed estetica, film lenti e personali, che spesso non hanno raccolto la visibilità che avrebbero meritato. Lentezza e profondità caratterizzano anche questo anomalo sci-fi movie, molto atteso e più volte rimandato, in cui Brad Pitt veste i panni di Roy McBride, astronauta esperto e di altissimo profilo, famoso per il suo autocontrollo: sotto stress, il suo ritmo cardiaco non supera mai gli 80...

Limiti e libertà / Manuel Puig, l'indefinibile

“Quel tanto di vita in più che si conquista leggendo non discrimina tra grandi opere d’arte e letteratura d’intrattenimento, fanno parte della mia vita e la scalinata di Odessa dell’Incrociatore Potemkin e inseguimenti alla diligenza visti nel più smandrappato dei western” scriveva Umberto Eco in un articolo, pubblicato sul Corriere della Sera, che si intitolava “Perché leggendo vi allungate la vita”.  Libri e film, quale che sia il loro valore artistico, arricchiscono la memoria di ricordi ed esperienze altrettanto nitidi che il vissuto.    Nell’immaginario dello scrittore argentino Manuel Puig, certamente i ricordi della cittadina di provincia in cui era cresciuto s’intrecciavano con quelli dei film visti al cinema anche due, tre volte a settimana assieme alla madre – e anche con lo sguardo entusiasta di lei, o con il fascino ineguagliabile di quelle attrici bellissime, gli restituivano per la prima volta l’immagine di donne certo ancora non indipendenti ma da cui traspariva un’ombra di ribellione e una lezione di libertà. Tutto ciò, insomma, che contribuì a costruire il suo immaginario, il suo sguardo sul mondo, il suo modo di percepire – e restituire – la...

Dal trailer al film / Tarantino e la strategia dell’anti-spoiler

Attenzione: questo articolo contiene spoiler (ma non è importante).    C'era una volta a... Hollywood è preceduto dalla sua stessa fama: il nono film di Quentin Tarantino, su Hollywood. Basterebbero già questi due elementi per sapere che ci troviamo di fronte a una situazione autoreferenziale, prima ancora che metacinematografica: Tarantino fa un film su sé stesso. Ciò crea la dovuta attesa – o, come si direbbe oggi, un hype.     Poi però l'affare si complica. Durante la conferenza stampa del film al festival di Cannes, lo stesso regista prega i giornalisti di non svelare il finale del film. La richiesta, oltre ad amplificare genericamente l'attesa della sua uscita (e forse spingere qualcuno, in virtù dello stesso divieto, a cercar di capire cosa c'è sotto), concentra sul suo misterioso contenuto ogni genere di riflettore. Come se non bastasse, dalla dichiarazione di Tarantino prende avvio una serie di rimbalzi web a partire dall'incidente diplomatico causato da Wikipedia che, a detta di alcuni critici su Twitter, se da un lato rispetta le volontà del regista, dall'altro viola uno dei principi del suo stesso statuto (affermare il falso): nella sinossi non viene...

Viaggio a Echo Spring / Letteratura sotto spirito

Tutte le volte che devo dare un volto a un artista alcolista, per motivi che non so, mi torna in mente una foto che ritrae il grande Chet Baker seduto con la tromba in mano e il capo lievemente reclino sul petto di Diane Vavre che lo abbraccia. Baker ebbe a che fare con l’eroina, che gli rovinò la vita (non l’arte), ma per me l’espressività di quella foto rappresenta in assoluto e con intensità straordinaria l’acutezza della malinconia di chi è costretto a dividere la sua arte con la sua disperazione. Quando alcol o droga incrociano la vita creativa di un artista è come se anche il demone debba in qualche modo collaborare con lui, a prezzo di inesorabili e spossanti prove di forza per ottenere che l’uno sia incentivo dell’altro senza oltrepassare la soglia del fallimento, dell’opera e dell’artista.    Capire l’alcol, di questo forse si tratta. È un tema ricorrente (per un quadro antropologico generale che faccia da sfondo può essere utile Storie di ubriachezza), periodicamente qualcuno ci riprova ad affrontarlo, ma alla fine tutti devono desistere e ammettere che le “ragioni” dell’alcol al più si possono intuire. Come dice quello sconclusionato burlone triste e fanatico...

76ma Mostra del Cinema di Venezia / L’Affaire Dreyfus di Roman Polanski

Come si dice, tutto è bene quel che finisce bene. J’Accuse, il film sull’Affaire Dreyfus di Roman Polanski, ha vinto il Gran premio della giuria, dopo una presentazione segnata da polemiche furiose: la presidentessa della giuria di quest’anno, Lucrecia Martel, non ha presenziato alla proiezione in sala, rifiutando, almeno inizialmente, di separare l’opinione sul film da quella sulla vicenda giudiziaria ancora aperta del regista (che non ha mai scontato la condanna inflittagli per l’abuso di una tredicenne commesso nel 1977); non sono d’altronde mancati sbilanciamenti di segno opposto; l’accostamento avanzato da Pascal Bruckner tra le persecuzioni antisemite subite dal regista nell’infanzia e il “maccartismo neofemminista” di cui sarebbe adesso vittima, avrebbe fatto impressione anche a McCarthy; e se può essere umanamente comprensibile che il Polanski reo confesso si sia identificato con l’innocentissimo capitano ebreo Alfred Dreyfus, nel 1894 condannato a torto per spionaggio (ogni accusato detesta la macchina giudiziaria, al di là delle sue ragioni d’essere), si capisce un poco meno che tanti giornali abbiano avallato l’identificazione. Sensatamente invece altri interventi hanno...

Venezia 76: il palmarès / Leoni nella tempesta

Temuta o invocata, la pioggia è un’ospite irrinunciabile di ogni edizione della Mostra. E benché quest’anno si sia fatta attendere più del solito, non si è certo risparmiata: il penultimo giorno della kermesse, il Lido è stato flagellato da un temporale coi fiocchi. Il palazzo del Casinò si è via via riempito di accreditati bagnati e infreddoliti in cerca di riparo, mentre dalle finestre di una sala stampa più affollata del solito si potevano vedere gli ultimi incauti rimasti allo scoperto correre come minuscoli puntini impazziti sullo spazio antistante il Casinò, spazzato dalle violentissime raffiche di vento.    L’immagine degli spettatori costretti in un luogo chiuso mentre fuori si scatena il finimondo ci è sembrata la descrizione perfetta dell’atmosfera che si respira durante il festival (durante tutti i festival): quella cioè di un microcosmo separato dal resto del mondo da un confine sottile e al tempo stesso invalicabile. Anche quest’anno la militarizzazione del Lido, con i suoi posti di blocco e i suoi controlli tanto burocratici quanto inefficaci, ha reso ancora più palpabile l’immagine di una Mostra come fortino che attende un misterioso nemico pronto a...