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Cinema

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Scrittrici italiane al cinema / “Daisy Miller”: una recensione immaginaria

Anna Banti, è lei stessa ad annotarlo, andava al cinema «alle tre, tre e mezzo, l’ora delle donne di servizio». È un’immagine inedita perché intesse alla postura rigida con cui sovente viene rammentata la scrittrice fiorentina un atteggiarsi meno severo, come un dimenticare di essere Lucia Lopresti in Longhi, colta studiosa d’arte e narratrice celebre con lo pseudonimo di Anna Banti, mentre si concede il gusto di immergersi nei film insieme a spettatori e spettatrici forse meno provveduti culturalmente ma pronti, come lei, a commuoversi, ridere, annoiarsi davanti alle star del grande schermo. Così, tra le righe della scrittura sul cinema di Banti s’intrecciano la frivolezza e il rigore, e la ricerca strenua di una saldezza ideologica si accosta al piacere venato di nostalgia di rivedere i volti delle stelle che, confidente, chiama per nome: Greta, Marlene, Jean...   È certo vero che nelle recensioni – che si dispiegano in un arco di quasi trent’anni, dal 1950 al 1977, prima, come timidamente, su «Paragone» e poi, con toni più professionali, su «L’Approdo» e «L’Approdo letterario», rivista che la Rai accompagna alla rubrica radiofonica omonima − Banti si muove con piglio...

Umano e post-umano / Singolarità tecnologica

Westworld e Humans sono solo due tra le più recenti serie televisive che mettono a tema il nostro rapporto con la singolarità tecnologica, cioè con il momento in cui si produrrà quel salto evolutivo caratterizzato dalla realizzazione di un’intelligenza di tipo superiore, artificiale. Se in Westworld i robot intelligenti sono oggetti di intrattenimento di un parco tematico per ricchi, in Humans sono parte della classe operaia che svolge quelle mansioni che gli umani non vogliono più svolgere, sono assistenti familiari con la funzione di domestici e badanti forniti dal servizio pubblico. Entrambe le serie ci mettono di fronte a questioni etiche e al bisogno di una morale capace di affrontare il rapporto con il post-umano ma soprattutto ipotizzano la singolarità, il momento in cui i robot acquisiscono consapevolezza e libero arbitrio, diventando una specie evolutivamente competitiva nei confronti dell’uomo.   In tal senso questi prodotti dell’immaginario non fanno altro che mettere a fuoco le inquietudini del nostro rapporto con le tecnologie intelligenti che, sottotraccia, cogliamo già in un presente prossimo con le auto che si guidano da sole o con gli assistenti intelligenti...

Il senso del ridicolo 2018 / Riso alla milanese

  Quest'anno l'attenzione de Il Senso del ridicolo è rivolta alla comicità milanese, attraverso proiezioni e incontri. Sabato 29 settembre, alle 17.15, il festival ospiterà una conversazione fra il direttore artistico Stefano Bartezzaghi, Sandro Paté (studioso di Enzo Jannacci e biografo di Guido Nicheli, il «Dogui» delle commedie milanesi), Marco Ardemagni e altri ospiti, per ripercorrere storia e caratteri di un umorismo che, soprattutto a cavallo fra gli anni '60 e i '70, ha fatto scuola nel cabaret, nella televisione e al cinema. È difficile (o facilissimo) ricostruire un albero genealogico della comicità milanese, quella che, per semplicità, porta l’etichetta del Derby Club (una palazzina liberty in via Monte Rosa 84, tra corso Sempione e San Siro, per chi non è pratico).    Delio Tessa. Il lievito dell’umorismo impasta la letteratura milanese. Per tacere dell’ironia manzoniana, bisogna almeno ricordare i due grandi poeti che scrivono in dialetto: la commedia umana di Carlo Porta e quella, più in minore, di Delio Tessa. È però una ricerca che ha il rischio di sortire gli stessi risultati di chi si rivolge a un esperto di araldica: un antenato che ha...

Scrittrici italiane al cinema / Un pomeriggio nella stanza dei sogni

L’avventura artistico-letteraria di Alba de Céspedes è segnata da un cosmopolitismo in anticipo sui tempi e da una fiera militanza. Non c’è modo qui di ripercorrere le tappe salienti del suo processo di formazione ma è opportuno ricordare almeno la sua doppia radice, metà cubana e metà italiana, la tensione costante verso un senso vivo della libertà e della giustizia, la precoce esperienza di madre e di donna separata, che la costringe a guadagnare per vivere fino in fondo la sua indipendenza. Sarà la scrittura a darle il lasciapassare per un’esistenza autonoma e responsabile, a cui si abbinerà presto l’esercizio pubblico dell’intelligenza attraverso i canali della stampa periodica (paradigmatica in tal senso la direzione della rivista «Mercurio» in quanto atto di resistenza culturale). L’incontro con il cinema è precoce e duraturo, nonostante la prudenza iniziale («quello che voi chiamate il mio ingresso nel cinema altro non sarà che un rapido passaggio. M’allontano vigliaccamente come si fugge da una donna bella per tema di restarne prigionieri» - Ho paura del cinematografo, «Film», 12 dicembre 1942), e viene scandito da una suggestiva ambivalenza tra vita e forma, produzione e...

I premi di Venezia 75 / ¡Que viva Mexico!

Adesso che la 75esima edizione della kermesse veneziana si è conclusa, possiamo dire che il concorso si è confermato ciò che, sulla carta, prometteva di essere: un bel concorso. Certo, non tutto è stato alla stessa altezza, come abbiamo già avuto modo di constatare qui su Doppiozero (si vedano i report del 2 e del 6 settembre): perché Frères Ennemis sì e il bellissimo Dragged Across Concrete no? E perché 22 July, la docu-fiction piuttosto inerte di Paul Greengrass (altro prodotto targato Netflix), è stata preferita ad American Dharma, ritratto fosco e quasi apocalittico di Steve Bannon, mefistofelico ex-consigliere di Trump, firmato da Errol Morris?   Nel complesso, l'impressione è quella di un concorso troppo affollato, che ha calato subito i propri carichi da undici (Lanthimos, Cuaron, i Coen) per proseguire in un progressivo calando, fra promesse mancate (il Brady Corbet di Vox Lux, che riesce soltanto in parte a ripetere i fasti dell'esordio L'infanzia di un capo) e vere e proprie sciocchezze (At Eternity's Gate di Julian Schnabel e l'ancor più tremendo Werke Ohne Autor, nel quale Florian Henckel von Donnesmarck si prende per Edgar Reitz e riesce soltanto a realizzare un...

Venezia 75 / Arrivederci Leonesse

Peterloo (Mike Leigh), The Sisters Brothers (Jacques Audiard), Roma (Alfonso Cuarón), The Favourite (Yorgos Lanthimos). Tra i diciassette film in Concorso proiettati sino a ieri, questi, per adesso, sono i lavori che ho preferito. Come osservava anche Gimmelli nella prima rassegna veneziana, la Selezione principale, assieme alle altre sezioni, ha offerto un programma molto ricco. Tuttavia, non ho potuto rinunciare a visitare quella sorta di mostra nella Mostra allestita all’interno della hall del leggendario “Hotel des Bains”, al Lido, dismesso e chiuso da decenni ma eccezionalmente accessibile per l’occasione.   L’Hotel des Bains, inagurato il 5 luglio 1900, è uno dei luoghi più cinematografici che esistano: perché arriva dal medesimo mondo in cui è nato il cinema; perché ha ispirato tante narrazioni, e pure perché ci si accorge, visitandolo, di quanto sia pieno di finestre, specchi riflessi, passaggi nascosti che sorprendono e reinventano lo sguardo, trasformando questo edificio in una sorta di casa madre della settima arte. Ci sono andata due volte: la prima per guardare bene l’edificio, e per fare esperienza visiva delle pagine di La morte a Venezia, di Thomas Mann (1912...

Venezia 75 / Gianikian-Ricci Lucchi: noi due cineasti

Nel film, tutto parte nel 1975. È l'anno in cui si conoscono. Angela aveva appena filmato una cerimonia paesana in otto millimetri. Il loro incontro è un colpo di fulmine (deve essere stato così). Tanto che viene suggellato da una specie di patto (almeno così io lo immagino). Yervant inserisce in sovrimpressione alcune immagini sulla pellicola filmata da Angela. Mentre le inquadrature del film scorrono sullo schermo, la sua voce off ricorda il loro incontro (o la voce è quella di Yervant?) e la storia delle sovrimpressioni. Il titolo di questo primo film lo riprendono da Pound, Erat-Sora (così lo descrivono, nel catalogo curato da Sergio Toffetti: «Nel mese di maggio l'aria è profumata di rosa. Nelle campagne si prega la madonna di Fatima, di Lourdes, di Pompei. Mutamenti, trasformazioni, miracoli, danze mistiche, roseti»). La meccanica delle cineprese amatoriali permette di riavvolgere la pellicola filmata, quando ancora si trova nel caricatore. Permette di rifilmarla, aggiungendo strati di immagini. Dunque, un accorgimento tecnico suggella la nascita di una relazione amorosa e insieme artistica.   Noi due cineasti, come dice la seconda parte del titolo. Due in una sola...

Scrittrici italiane al cinema / La polvere e il disordine

A partire dalla fine degli anni Sessanta Natalia Ginzburg scrive di cinema sulle pagine dei giornali, saltuariamente prima e poi più assiduamente (nel 1975, per esempio, da marzo a dicembre, tiene la rubrica “Cinema”, su «Il Mondo», firmando quaranta recensioni). Alcune recensioni sono state riproposte nelle sue raccolte di saggi, in Mai devi domandarmi (1970), in Vita immaginaria (1974), in Non possiamo saperlo (pubblicata postuma, nel 2001, a cura di Domenico Scarpa). A margine dei suoi articoli la scrittrice dissemina a volte gli indizi per ricostruire la sua fisionomia di spettatrice, i suoi gusti, le sue preferenze, i suoi tic, i film e gli autori che ama di più, i generi che predilige, la postura appassionata e oziosa delle sue visioni del grande schermo. In pochi casi si sofferma a riflettere sul rapporto che intrattiene con il cinema e su quanto rappresenta per lei e per il suo immaginario.   “Cinematografo”, il primo di questi articoli, deve essere letto accanto a un pezzo pubblicato qualche anno dopo, “Il volto osceno della celluloide” (apparso su «Il Mondo», il 28 agosto 1975 e poi compreso in Non possiamo saperlo), in cui le idee vaghe e confuse del primo trovano...

Venezia 75 / Another Side of Venice

Sarà la proverbiale crisi del settimo anno (vengo al Lido dal 2011), o forse il nuovo alloggio (quello nel quale ero ospitato fino alla scorsa edizione non era più disponibile); ma mai come quest’anno la Mostra mi è apparsa, all’arrivo, così labirintica: transenne, deviazioni, vicoli ciechi. Ma è solo il primo impatto con il festival, come al solito: dopo qualche giorno di permanenza, tutto sembra rientrato ormai nella placida routine della Mostra – fatta eccezione con l’ossessione securitaria (metal detector, poliziotti, camionette, eccetera), che, occorre dirlo, si fa sempre più forte di anno in anno, dando alla cittadella del festival l’aria di una piazzaforte in perenne attesa del nemico.   Per quanto riguarda la selezione, al contrario, si può dire con un certo margine di tranquillità che, nel corso delle ultime tre edizioni, non ha fatto altro che migliorare (d’altra parte, forse era difficile far peggio dell’edizione 2015, quando i film indimenticabili si contavano sulle dita di una mano). Sulla carta, il concorso veneziano di quest’anno è uno dei migliori da parecchio tempo a questa parte. La gestione di Alberto Barbera, da sempre incline a un compromesso “virtuoso”...

Il senso del ridicolo 2018 / Luigi Malerba: frammenti di un discorso sul comico

  Dal 28 al 30 settembre si terrà a Livorno la terza edizione del festival Il senso del ridicolo, dedicato all'umorismo, alla comicità e alla satira. Questa settimana proponiamo alcune riflessioni sul tema di Gabriele Gimmelli, a partire da un libro di Luigi Malerba, Strategie del comico, da poco in libreria.    Raccolta di exempla? Carnet de notes? Abbozzo di una teoria (asistematica) del comico? Oppure, come sembra indicare il titolo, un incompiuto trattato, à la von Clausewitz, sulla comicità? Forse il modo migliore per definire questo singolare oggetto, emerso dalle carte postume di Luigi Malerba (1927-2008) e pubblicato con il titolo Strategie del comico (Quodlibet Compagna Extra, pp. 156), è partire dal racconto "Il palinsesto", apparso originariamente nel 1964 e posto a conclusione del volume. Ultimo ma primo, in un certo senso, dal momento che traccia retrospettivamente quella che, un po' troppo pomposamente, potremmo chiamare la "cornice metodologica" del libro.    In un futuro imprecisato, un misterioso cataclisma ha cancellato la vita sul pianeta Terra. La popolazione umana si è adattata a vivere nel sottosuolo, perdendo via via ogni cognizione...

Androidi contro uomini in WestWorld / I crudeli diletti hanno crudeli conseguenze

Una giovane bellissima esce da uno spaccio nel Far West, carica la sporta sul suo cavallo, ma una scatoletta le sfugge di mano e rotola nella polvere sulla strada; un giovane si avvicina, gliela raccoglie da terra, è chiaro che è un galantuomo in un mondo ruvido e violento; gliela porge, e incontra i suoi occhioni stupendi, puri, buoni; lei sorride con dolcezza mentre il vento le alita gli splendidi capelli biondi; ringrazia, sale sul suo cavallo e parte, torna alla fattoria dove vive con il suo papà, contemplando la bellezza del paesaggio wild. Si chiama Dolores, e quel nome ci prepara al suo destino. Dolores è di una bellezza perfetta, sembra una bambola dotata di grazia e bontà. Dolores è il personaggio protagonista della serie tv HBO WestWorld, che è appena giunta alla fine della seconda serie, con un finale cervellotico che ci predispone alla prossima terza serie. La sigla musicale ha un drammatico respiro sinfonico: vediamo dei bracci robotici che tracciano creature umanoidi: il teschio, lo scheletro e poi dettagli sempre più perfetti: tendini, muscoli; poi vediamo cavalli in corsa, avvoltoi, infinite creature di un mondo robotico eppure indistinguibile dall’umano e dall’...

Come osano le Aquile / La TOMOTO di Tom Dixon

A Mandello del Lario, paese che si trova su “Quel ramo del Lago di Como, che volge a mezzogiorno”, c'è un piccolo museo che vale la pena di visitare, perché contiene alcune glorie del made in Italy: nientemeno che una ricca collezione delle mitiche Aquile, le Moto Guzzi.   A incantare il visitatore, insieme allo spettacolo del lago che si è appena lasciato alle spalle, è la tipologia dell'architettura in cui è ospitato il museo, la vecchia fabbrica Guzzi, che gli fa compiere un tuffo, non già nelle acque lariane, quanto, piuttosto, a ritroso nel tempo. Varcato il vecchio portone di legno, dall’aspetto rassicurante, egli si ritrova infatti immerso in un paesaggio industriale d'inizio novecento, con i corpi di fabbrica dagli acuminati tetti cuspidati, oppure audacemente piatti, come nella miglior tradizione degli opifici della seconda rivoluzione industriale, con tanto di mattoni rossi, di ciminiere alla de Chirico e di larghe finestre orizzontali à ruban. L'atmosfera è ancora quella del quadro Officine a Porta Romana (1911) di Umberto Boccioni (con o senza nebbia, a seconda della stagione in cui si compie la visita), pur essendo stata la fabbrica edificata un decennio...

La comicità dei copioni / I tempi del comico

  Il testo di Walter Fontana che qui pubblichiamo è stato pronunciato il 12 aprile 2018 nel corso della tavola rotonda "La comicità dei copioni", organizzata presso la IULM di Milano da "Il senso del ridicolo" in collaborazione con SIAE. Il titolo “La comicità dei copioni" vuole sottolineare quell'intreccio fra comicità e lavoro creativo che è tornato prepotentemente al centro della discussione con l'avvento del web. Twitter ci ha resi davvero tutti più spiritosi? Come si concilia la dimensione partecipativa della rete con l'idea di autorialità? È possibile pensare di dare vita a un'idea comica originale in un contesto come questo? Le relazioni presentate saranno disponibili in un apposito e-book scaricabile gratuitamente, in formato pdf, sul sito del festival, a partire dal 28 settembre.  Avendo scritto molti sketch per Mai dire gol, posso dire che in televisione il cappio è avere due minuti e mezzo a disposizione e dover far ridere subito. E molto presto capisci che la battuta, alla fine, non è così importante. Almeno per me. Le battute belle, quasi sempre, si appoggiano a qualcosa. Le cose che funzionano di più sono molto legate alla...

Scrittrici italiane al cinema / Una gentile festa per gli occhi

Una delle più recenti acquisizioni del Fondo Morante alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma consiste in un corpus di 47 recensioni cinematografiche che l’autrice scrisse fra l’inizio del 1950 e il novembre del 1951 per la rubrica radiofonica della RAI Cinema. Cronache di Elsa Morante.  Pubblicate l’anno scorso a cura di Goffredo Fofi con il titolo La vita nel suo movimento (Einaudi, 2017), le recensioni delineano la postura critica di una scrittrice-spettatrice che guarda i film – i più vari: italiani e stranieri, di autore e di genere, drammatici e comici – con una sua sensibilità visuale, ma in virtù soprattutto di una concezione estetico-letteraria del cinema, riconoscibile, per quanto riguarda il testo presentato, dell’estate 1951, nell’affermazione che in Powell e Pressburger «il colore è espressione non soltanto di un sapiente gusto pittorico, ma anche di poesia». Altrove, questa impostazione tradisce una certa irritazione per le trasposizioni giudicate troppo disinvolte di opere letterarie in film, come Madame Bovary di Minnelli e persino Macbeth del pur amato Welles, o anche il timore che «un bel giorno la gente dalla mente pigra e passiva, che forma la...

Guardare con gli occhi dell’escluso / Le finestre sul cortile di Hitchcock e Chodasevič

Nati entrambi sul finire dell'Ottocento, Hitchcock e Chodasevič sembrerebbero non condividere altro che l’abbondanza di consonanti che compongono i loro cognomi. Regista inglese l’uno, poeta russo l’altro, che il lettore italiano conoscerà forse per Necropoli (Adelphi, 1985), vissero in ambienti e contesti molto diversi, e tali furono anche i loro prodotti artistici. Eppure il film La finestra sul cortile (Rear Window, 1954) e la poesia di Chodasevič Finestre sul cortile (Okna vo dvor, 1924) trattano entrambi il tema dell'osservazione che scaturisce da una condizione di esclusione e di disabilità reale o metaforica grazie alla quale si può vedere e conoscere meglio. C’è poi dell’altro in comune, come vedremo, a partire dall’esclusione vissuta da entrambi come esperienza biografica.   La trama del film di Hitchcock è ben nota: un fotoreporter newyorkese, L. B. Jefferies, interpretato da James Stewart, è bloccato in casa da giorni con una gamba ingessata. È estate e l’afa costringe gli inquilini dei palazzi circostanti a tenere le finestre spalancate. È qui che si posa lo sguardo di Jefferies, la cui assidua osservazione gli permetterà di notare le strane manovre di un sospetto...

Cosa vedere / Mostre tra Parigi e Berlino

A Parigi, nelle continue minacce di attentati, i musei sono guardati a vista. Dappertutto, compare l’etichetta minacciosa del servizio Vigipirate, che da sistema antitaccheggio, è divenuto deterrente antiterrorismo. La stagione delle mostre parigine guarda a Oriente, dal mondo arabo alla Cina, al Giappone, come proponendo un’affascinante ricognizione nei nostri concetti di esotismo, così come essi stanno mutando nel mondo in cui la Cina ha sempre maggiore potere economico e politico, e gli emiri del Golfo finanziano esposizioni in tutto il mondo intorno all’eredità islamica nei suoi molteplici aspetti. Al Musée Maillol compare Foujita, magnifico pittore di eroticissimi nudi, e di non meno allusivi gatti, di tutte le taglie e dimensioni, che sono in braccio all’artista.   Noto per il suo comportamento eccentrico e trasgressivo (a certe sue gesta allude il personaggio di Bertram Stone nel film The Moderns di Alan Rudolph, dove il ruolo era interpretato da un magnetico John Lone), si incide come uno dei protagonisti delle années folles, anche per il notevole impegno profuso per definire un personaggio eccentrico, come dichiarano i magnifici ritratti fotografici firmati da Istvan...

Giugno 1940: Mario Rigoni Stern, Curzio Malaparte e Jean-Marie Bulle sul fronte italo-francese / Quella sentinella della memoria in Val Veny

C’è una casermetta in Valle d’Aosta, abbandonata da decenni; la si nota arrivando nei pressi del rifugio Elisabetta, sotto le Pyramides Calcaires, in Val Veny.  In tanti le passano accanto: escursionisti che si incamminano verso il Col de la Seigne e la Francia, alpinisti che pernottano al rifugio, famiglie in tranquilla passeggiata attraverso la piana del lago Combal. Le cime intorno sono imponenti, l’Aiguilles de Trélatête su tutte. I ghiacciai scendono a valle in pose maestose; il più vicino al rifugio è il Glacier de la Lex Blanche. Nubi vaporose si incagliano sulla guglia aguzza dell’Aiguille Noire. La scritta “Casermetta Seigne” è ancora visibile. L’interno è desolato: sporcizia di ogni genere, lattine, escrementi di animali. Eppure, nella costruzione adibita a stalla, gli anelli per i muli e le vasche ancora integre evocano vite e abitudini. Si possono immaginare i ragazzi in divisa che la occuparono durante l’ultima guerra, preoccupati per la loro sorte ma sorridenti per età e illusioni. Fare pochi passi tra quelle mura è pericoloso, ma il sentimento che prevale è una gran malinconia, perché quei soldati erano ragazzi pieni di vita e di speranze, e tanti di loro...

Una Ifigenia moderna / L’umanità dopo la catastrofe: “Il sacrificio del cervo sacro”

Se Il sacrificio del cervo sacro (The Killing of a Sacred Deer, 2017), da pochi giorni in sala, fosse il primo film che si vede di Yorgos Lanthimos forse per qualcuno potrebbe anche essere l’ultimo: molte scene e situazioni sembrano inventate apposta per confondere e provocare, come se la sceneggiatura (scritta, come sempre, assieme a Efthymis Filippou) e la regia perseguissero un progetto di inversa proporzionalità tra la riduzione al minimo delle emozioni mostrate dentro il racconto e, dalla parte opposta dello schermo, la quantità continua di reazioni previste all’esterno. Il perturbante, nel cinema di Lanthimos, non è una situazione portata alla luce drammaturgicamente, o articolata in parole, e nemmeno è un fatto interno, una condizione celata in pectore, quanto piuttosto un elemento completamente estrovertito, messo alla massima distanza dall’analisi e dal linguaggio verbale, per essere trasformato in situazione visuale estrema, come un cuore che pulsa a vista, da un torace aperto da un bisturi, e buttato addosso allo spettatore.    Chi guardasse Il sacrificio del cervo sacro scoprendo il suo regista soltanto adesso, potrà dunque sconcertarsi, divertirsi,...

Fino al 29/7 alla Cinémathèque française / Chris Marker. L’onnivedente

Il luogo di lavoro del vecchio Chris Marker era una sorta di Aleph borgesiano, un fitto intrico di cavi, telecamere, registratori, computer, impianti audio e, soprattutto, un gran numero di schermi. Sedendosi nel mezzo di questo panopticon situato nell’est parigino, Marker poteva avere una visione completa del mondo. In questo ultimo ritiro della rue Courat, l’artista non aveva ancora rinunciato a esercitare il suo mestiere: guardare il mondo, registrarlo, montarlo e rimontarlo. In questo spazio della visione totale, egli aveva persino adibito alcuni videoregistratori alla registrazione ininterrotta di programmi televisivi, soddisfacendo quel bisogno di accumulazione spasmodica di immagini che aveva sempre contraddistinto la sua carriera. Sugli scaffali, organizzati in appositi raccoglitori, Marker conservava meticolosamente fotografie, cartoline, pubblicità, fotogrammi ed ogni altro tipo di immagini, montate in collages, accostamenti, contrappunti ironici. Una sorta di atlante warburghiano della memoria, che però non si preponeva alcuna sistematicità; esso era, piuttosto, ispirato all’associazione libera tipica di Dada e dei surrealisti.      La Cinémathèque...

Oggi al Festival di Pesaro / Stefano Savona. La strada dei Samouni

Un urlo silenzioso, lunghissimo, a questo somiglia il film di Stefano Savona, “La strada dei Samouni” che ha vinto a Cannes l’Oeil d’Or 2018, il massimo riconoscimento alla “Quinzaine des realisateurs” per il documentario. Se Stefano Savona, palermitano di nascita, archeologo di formazione, con un bouquet di premi collezionati negli ultimi vent’anni (Cinéma du Reel, Locarno, Bellaria, Donatello, e moltissimi altri), insegnante alla “Femise”, migliore scuola di Cinema a Parigi e al “Centro Sperimentale per il Documentario” a Palermo, ha vinto su concorrenti come Wim Wenders, Ming Zhang, Romain Gavras, Beatriz Seigner è perché il suo “La strada dei Samouni” ha qualcosa di indelebile.    Il film (chiamarlo solo documentario è riduttivo, anche se la schiacciante forza di un fatto vero qui prende tutto il peso anti-ideologico che gli compete) è la storia di una famiglia che Stefano Savona ha conosciuto nel 2009 sotto i bombardamenti dell’operazione israeliana “Piombo Fuso”. I Samouni erano fino ad allora una famiglia di agricoltori con dei magnifici oliveti e vivevano lontano dalla città, in un’area nota perché tranquilla e perché gli israeliani la conoscevano bene essendo...

Dal trailer al film / In tempo reale. “Mektoub My love: canto uno”

Cercando su YouTube “Mektoub My Love Trailer Originale Ufficiale”, il rimando è a un unico video. Guardandolo, si ha l'impressione di un testo a carattere amatoriale, sospetto autorizzato principalmente dall'uso della musica off, che suona giustapposta al punto tale da ascriverlo quasi fra i videoclip. Tuttavia, la versione italiana ne ha rispettato forme e contenuti.      In realtà, a ben vedere, il silenziamento brutalmente artificiale del suono in (o forse più naturale dei consueti stralci di dialogo lasciati liberi di ricompattarsi alla ricerca di un discorso coerente?), fa sì che i labiali, privi di corrispondenza audio, facciano emergere la sua imperfezione e contemporaneamente la sua volontarietà. Il risultato sembra essere qualcosa di diverso da un trailer, qualcosa che trailer non è, o, per lo meno, non per come siamo abituati ad intendere comunemente questi testi.    Il video ci appare più vicino a quello che potrebbe essere un teaser, con tutta la vaghezza che questo stesso termine si porta dietro, per almeno due motivi: dura poco (un minuto e mezzo), e non ci racconta nessuna storia, dando piuttosto l'idea di presentare prevalentemente...

Mirandola, 7/10 Giugno 2018 / Seconda lettera a Dorothea sopra il Diavolo e l’Angelo

Quest’anno dal 7 al 10 giugno l’appuntamento è con la seconda edizione del Memoria Festival, promosso dal Consorzio per il Festival della Memoria in collaborazione con Giulio Einaudi editore. Nei prossimi giorni pubblicheremo alcuni scritti di approfondimento sui temi di cui si discuterà durante il Festival, in compagnia di numerosi protagonisti italiani della cultura, del pensiero e dello spettacolo. Giuliano Scabia sarà al Festival il 9 giugno alle 18.30, Parco della Memoria.   Dall’aria, ottobre 1983 Cara Dorothea   anche se non esisti tu sei, dentro di me, la persona a cui mi vien voglia di narrare, qualche volta, le avventure teatrali del Diavolo e dell’Angelo. Ora ne leggerai di una che non avevo mai pensato mi potesse capitare.     Les italiens erano stati invitati in Francia, come nei tempi antichi. Però, a differenza che nel 500, non a corte, nel centro di Parigi, ma in banlieue, a Villejuif. Ho attraversato le Alpi (quei boschi! quelle nevi!) per il Gran San Bernardo. Sulla mia R4 fourgonnette portavo i costumi e gli attrezzi, tutto sdoganato. Francia è stato il lungo balzo per Franca Contea e Borgogna, sopra l’autostrada. Pensavo che tu potevi...

Carnet geoanarchico | 1 / Levanzo, istruzioni per l'uso

Per prima cosa non andateci. Andate a Favignana, a Marettimo, le Eolie, Salina, Pantelleria, le isole dei cocktail di chi nella vita si muove in barca a vela, o finge di farlo, dentro una luce inflessibile di tramonto. Non andate a Levanzo perché dovreste farvi bastare due ristoranti sommari e dei sentieri che per chilometri e chilometri attraversano un nulla selvaggio privo di glamour e di strutture ricettive. Che cosa potreste fare lì, se non una puntata periferica di qualche ora, un periplo attorno all’isola sopra uno scafo candido in affitto, o una rapida visita guidata alla Grotta del Genovese? Sbarcate da uno degli aliscafi battezzati con nomi di donna e senza quasi sentire il cemento del molo sotto i sandali salite su una jeep che vi aspetta e vi intruppa verso un’amena località attingibile in mezz’oretta di sobbalzi. Di lì, a piedi, sarete invitati a scendere un morbido declivio, lungo un sentiero arginato da steccati che a larghe anse e aeree terrazze vi squaderna in tutta la sua potenza l’oceano Mediterraneo, e bluastra e ulissiaca laggiù la puntuta Marettimo. Le visite si fanno al mattino ma, se non si avesse premura di tornare ai locali notturni di Favignana e Trapani...

Yascha Mounk, Popolo e democrazia / Il populismo come requiem della democrazia liberale

La fase politica che viviamo in Italia si contraddistingue per una distonia drammatica. Da un lato la permanenza del vecchio, ovvero dei protagonisti di un ventennio politico che ha al contempo plasmato e saturato l’immaginario degli elettori. Dall’altro l’emergere del nuovo che tenta di emanciparsi dal recente passato – la Seconda Repubblica – per inaugurare una nuova stagione in cui finalmente saranno protagonisti i cittadini.   Non è un caso che a surriscaldare uno dei momenti più instabili della democrazia italiana contribuisce anche il film di Sorrentino Loro 1 e 2, in cui si mette in scena un frammento della vicenda berlusconiana attraverso un iperrealismo agonistico in cui realtà e immaginazione (sempre più simili) competono a chi è più inimmaginabile. Nel film è palese la relazione tra la frenesia compulsiva di ciò che accade intorno alla figura del leader e che vuole catturarne l’interesse, e la pace serafica della sua dimensione quotidiana, sostanzialmente inerte e fuori dal tempo. Lo stesso rapporto ciclico tra stasi e velocità è usato da un autore che condivide con il film di Sorrentino anche il periodo d’uscita in Italia, insieme a una certa idea di...