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Eusocialità / Le origini profonde delle società umane

È venuto il momento dell’eusocialità, quello della “buona socialità”? In realtà noi umani eusociali lo siamo sempre stati, e non da ora, ma da moltissimo tempo, almeno da quando uno dei nostri predecessori, l’Homo habilis, è comparso nella savana africana separandosi da una linea di discendenza di australopitecine due o tre milioni di anni fa. La parola eusocialità, coniata alla metà degli anni Sessanta, è utilizzata da diversi decenni dall’etologia. L’ha messa in circolazione un importante entomologo e biologo, Edward O. Wilson, che negli anni Settanta aveva creato una nuova branca di studi, la sociobiologia, all’epoca molto discussa e criticata. Wilson, ancora in attività come studioso e come saggista, è stato docente per molti anni ad Harvard, titolare della cattedra di Biologia; la sua specialità sono le formiche, su cui ha scritto, insieme con il collega Berthold K. Hoelldobler, un meraviglioso libro, Formiche. Storia di una esplorazione scientifica (Adelphi), che fa seguito a due grossi volumi pubblicati da Einaudi nel 1976: La società degli insetti, altrettanto fondamentali. Si tratta di libri che anche un non-specialista può leggere, e da cui si può imparare moltissime...

Due romanzi / Silvia Ballestra e Claudio Morandini. Montagne

Claudio Morandini. Gli oscillanti   A Crottarda si arriva per tornanti bui, penetrando la montagna in gallerie e cupe strettoie, precipitando lentamente nell’oscurità di una valle ombrosa, fino al piccolo borgo adagiato su una terra bucherellata di foibe, cavità e bocche aperte sul cuore ipogeo della Terra.  Crottarda, dal nome che esala aria di grotte e cantine, oscurata dalla parete rocciosa, fluttua su un’enorme dolina e, dal mondo sotterraneo che le si apre tra le radici, risucchia l’umidità che riempie le case, le muffe che fioriscono sui muri coprendo di strati morbidi e odorosi le pareti. Qui la protagonista di Gli Oscillanti di Claudio Morandini trascorre le vacanze da bambina, estati lunghe impastate di noia e fantasie d’evasione, in stanze piene di umidità e di bicchieri di sale per farla asciugare e nei quali intingere le dita per succhiare di nascosto i cristalli bagnati.  Dal ricordo di quelle giornate di attese e silenzi e delle notti interminabili e fredde riaffiora un canto che si accendeva nel buio, un concerto di “suoni strani, remoti eppure nitidi”, modulati secondo una partitura misteriosa, come canto di balene che risale da abissi lontani....

Metodologia / Sulla situazione epidemica

Pubblichiamo, in accordo con l’autore, la traduzione italiana di un breve testo di Alain Badiou, dedicato alla pandemia in corso, che ha circolato via mail, prima di essere diffuso in versione spagnola e inglese. L’interesse di queste considerazioni, che, come sempre in Badiou, non nascondono la loro virtù essenzialmente polemica, ci pare risiedere non tanto nella pretesa dell’analisi proposta di prendere una qualsiasi posizione o nella necessità di riattivare un lessico “rivoluzionario”, quanto piuttosto in quel loro carattere metodologico (“cartesiano”, nelle parole dell’autore) che ci consente di ricentrare il dibattito attuale e assumere, al suo interno, una postura più adeguata. Di fronte alle reazioni scomposte del panorama intellettuale, anche e soprattutto filosofico, a cui abbiamo assistito, l’intervento di Badiou invita a limitare la portata di “novità” ed “eccezionalità” della situazione attuale, scongiurando due atteggiamenti estremi: da un lato quello, vagamente cospiratorio, che porterebbe a minimizzare la pandemia in corso e dall’altro quello, speculare, secondo cui la pandemia sarebbe di per se stessa vettore di un reale cambiamento politico. Piuttosto, a partire...

Contagi e mortalità / Le sirene della Val Seriana

La Val Seriana è oggi, probabilmente, il territorio più colpito al mondo dal Covid 19. Io ci vivo da quasi quarant’anni e dall’inizio di marzo ho dovuto accettare di viverci nella reclusione più totale. Ogni mattina i notiziari locali e le chat ci aggiornano su amici e conoscenti: i contagiati, i ricoverati, i morti.  Sopravvivere in completo isolamento è possibile: i nostri sono paesi piccoli e si sono organizzati, i negozi di alimentari fanno consegne a domicilio, la raccolta differenziata non perde un colpo, i medici superstiti al contagio rispondono al telefono appena possono, i volontari passano dalle farmacie e portano le medicine a chi ne ha bisogno. Le mascherine, qui, non sono mai state in vendita e anche i medici di famiglia ne sono sprovvisti. Ma questa è una vecchia storia italiana: mai equipaggiati bene i nostri soldati in prima linea, noi.   Fino a pochi giorni fa sentivamo in continuazione le sirene delle ambulanze, era il nostro tappeto sonoro e noi ci stavamo sopra, anzi, ne eravamo avvolti. Ora non è più così, ma nessuno si illude. Sappiamo bene che ormai le strade sono deserte e che le ambulanze non hanno più bisogno di segnalare il proprio passaggio....

Nuovo cinema paralitico / Incontro a fragili bellezze

In questi giorni straniti in cui tutti siamo diventato dei rifugiati in casa propria capita di riflettere o semplicemente di avvertire la propria fragilità; nuda e cruda assale come qualcosa che abbiamo tenuto nascosto, rimosso, che abbiamo – più o meno inconsapevolmente – voluto dimenticare. L’altro giorno davanti a una farmacia; persone in attesa, guardinghe, qualcuno con la mascherina o anche solo una sciarpa sul viso. Attraverso le vetrine della farmacia, immagini di donne scintillanti, immobili nelle pubblicità di una crema, un siero, un elisir se non di lunga vita, almeno di certa, procrastinata giovinezza.  L’attesa nervosa e le vetrine: non accade nulla ma sono con evidenza due immagini, solo apparentemente distanti tra loro, della stessa fragilità, delle stesse paure.   Nuovo cinema paralitico, visibile sul Corriere online, è un progetto di Davide Ferrario e Franco Arminio. Una serie di brevi episodi girati in luoghi periferici, nascosti, minimali. Un progetto, dice Davide Ferrario, che “...prende la forma di una sorta di viaggio in Italia, fatto di brevi episodi di al massimo due minuti ciascuno. Troupe minima, si gira su un percorso di massima, lontano dai...

La violenza, il sacro – e poi? / Alcune considerazioni sul coronavirus

Friedrich Hölderlin, forse il più grande poeta di lingua tedesca e uno dei maggiori pensatori moderni parlò, intorno agli anni 1800, della necessità di elaborare una “nuova mitologia”. Quest’ultima prese in qualche modo forma nel secolo XX quando i surrealisti identificarono la città moderna come, appunto, un territorio “mitologico” (Le paysan de Paris di Louis Aragon, romanzo-chiave anche per la lettura benjaminiana di Parigi, capitale del mondo, fornisce un esempio di tale mitologizzazione). Sempre nel Novecento, Roland Barthes fornì con la sua serie di articoli riuniti sotto il titolo Mythologies un ulteriore esempio per la possibile rinascita del pensiero mitologico. Barthes analizzò fra l’altro il modo in cui per noi moderni il latte o il vino oppure la carne rossa facciano parte di un sistema mitologico che non valorizza più le divinità, ma tutto ciò che una cultura data considera come essenziale o potente.  Il coronavirus appare in questa luce come un candidato sbagliato; si tratta, come ben sappiamo, di un fenomeno biologico spiegabile con metodi scientifici. Il virus che ha cambiato il mondo è sì potente, anzi potentissimo, ma non sembra direttamente legato a una...

Contro / La fatica del lavoro: essere Jim Dine – artista

È come se dipingessi con la sinistra (essendo mancino), mentre la destra la trattiene, diceva in un’intervista televisiva del 1966, quando, moglie e tre figli, conduceva una vita molto borghese a New York City. «Disagio» era la sua parola-chiave, per esprimere quel senso di fastidio che prova chi, educato al culto puritano della repressione, vede nel piacere un pericolo da combattere: cinquant’anni dopo non molto è cambiato, perché nelle sue tele e istallazioni, quasi tutte di grandi dimensioni, si sente sempre la fatica del lavoro. Il suo studio è come il negozio di un ferramenta: una collezione di oggetti che prima o poi finiscono nelle sue tele e nelle sue istallazioni, dove l’arte è sempre ribellione alla vita, alle sue strutture, alle sue regole e alla sua disciplina. Perché, appunto, la vita di un puritano è rigore morale, senso di colpa e paura del godimento, mentre l’arte apre la strada (agonisticamente e angosciosamente) a ciò che il super-io ha soffocato.      È uno spazio interiore, necessariamente autobiografico dice lui, che ha la capacità di diventare il suo accappatoio, un’ascia conficcata in un tronco o un paio di stivali di pelle da motociclista:...

Come ci cambierà? / Il Dinosauro Nero (e altri animali)

Howard Finster era un ministro battista e un pittore folk, nato, vissuto e morto in Georgia, Stati Uniti. Era convinto di essere ispirato da Dio e dipinse qualcosa come 46.000 opere etichettate oggi come outsider art, o naïf, o visionary art. Nel 1961 acquistò quattro acri di terreno a Pennville, nella contea di Chattooga, dove cominciò a costruire un “parco artistico” che era una specie di Wunderkammer diffusa, il Plant Farm Museum. Dopo aver smesso di predicare, nel 1965, Dio gli chiese di fare 5000 dipinti, e Finster, numerandoli uno dopo l’altro, ne realizzò 5000 in vent’anni. Nel 1989 però erano già 10.000, e da lì continuò fino alla morte, che arrivò nel 2001. Se i R.E.M e i Talking Heads non avessero usato i suoi quadri per le copertine dei loro album probabilmente non lo conosceremmo. E sarebbe un peccato. La sua opera-mondo è un patrimonio immenso per chiunque voglia intraprendere un viaggio vertiginoso nelle geografie del sogno e della visione. Le sue città, i suoi panorami preistorici, i suoi ritratti, il suo bestiario sono tutto ciò che si può sbirciare da uno Stargate. Con un seme di lucidità che ti inchioda mettendo in discussione il tuo adesso-qui, Finster ti...

Civiltà Appennino / Appunti per un’estetica (e un’economia) delle aree interne

Capita poche volte che un libro, anzi una collana di libri, nasca anche come progetto civile, dunque con un proposito più ampio della condivisione delle parole, delle emozioni, delle idee, insomma di tutto ciò che di vivo si origina dalle pagine dei libri.  Eppure Civiltà Appennino. l’Italia in verticale tra identità e rappresentazioni vuole essere anche questo. A cominciare dalla bella presentazione di Piero e Gianni Lacorazza dove la progettualità e la portata culturale dell’iniziativa viene lucidamente raffigurata. Una progettualità che ha come orizzonte tutto ciò che rende peculiare la montagna appenninica e la civiltà che a lungo vi ha trovato dimora e che, per quanto è stato possibile, ha modellato nel corso dei secoli quella montagna. Tutto peraltro avrebbe origine dal presente e da una domanda urgente, una questione in grado di unire analisi razionale e afflato emotivo, una domanda per far “dialogare” esigenza culturale e spirito civile. Qual è oggi la cifra degli Appennini? Qual è il loro destino sociale, economico, culturale?  Può il nostro paese, come ha fatto negli ultimi quaranta-cinquant’anni permettersi di fare a meno degli Appennini? Più che una domanda...

Jhumpa Lahiri / L’interprete dei malanni

Mi rendo conto soltanto adesso, mentre mi accingo a scrivere per il ventesimo compleanno di questo libro eccellente, che mi è già capitato di festeggiare senza accorgermene i suoi primi dieci anni di vita. L’ho fatto quando, nell’autunno del 2009, lo comprai per un euro a Roma, pescandolo nel disordine polveroso dei libri usati, e lo lessi subito, in un pomeriggio e una lunga piacevole serata. Non c’è modo migliore, secondo me, per rendere omaggio a un libro.   Dell’autrice allora non sapevo niente, mi sedusse il volume, che portava tutti i segni di un uso intenso: copertina smanacciata, righe sottolineate con punti esclamativi a lato. Ma decisivo fu il titolo. Sapevo di aver comprato un libro di racconti e i racconti, si sa, non nascono necessariamente per stare insieme, ciascuno potrebbe avere una vita solitaria e autosufficiente. Costringerli in un volume a volte può sembrare persino un abuso, se qualcosa non segnala che la convivenza ha ottime ragioni. Mi sembrò subito che Interpreter of Maladies lanciasse quel segnale anche nella felice traduzione italiana di Claudia Tarolo, del tutto aderente all’originale grazie alle radici greco-latine di interpreter e di maladie. Un...

21 marzo 1920-21 marzo 2020 / Éric Rohmer toujours

Una ragazza giapponese – Miaki è il suo nickname – tiene un account su Instagram, si chiama eric.rohmer_toujours ed è seguito da quasi 5000 persone provenienti da ogni parte del mondo. Questo profilo pubblica una foto al giorno tratta da fotogrammi dei suoi film o da opere d’arte (bozzetti, schizzi, illustrazioni) a lui e ai suoi film ispirati. Ogni giorno: mentre scrivo da 1431 post, vale a dire da 1431 giorni.      Camille, invece, è al primo anno della Normale. È una appassionata fotografa e una vera cinéphile, ama fotografare il cielo di Parigi e definisce se stessa come una gamine da film di altri tempi. Lei porta avanti un progetto che si chiama Cinegraphe, su Facebook e Instagram, postando link e approfondimenti sul suo regista preferito, Éric Rohmer, e sugli altri protagonisti della straordinaria stagione della Nouvelle Vague. Anche lei è seguitissima da appassionati di tutto il mondo.      C’è poi Clio. Lei è, invece, una cantante molto amata. Le sue canzoni sono come haiku, ispirate alla vita quotidiana e alle sue impercettibili metamorfosi. Ne viene fuori una musica lieve e discreta come il suo personaggio, semplice come la sua foggia d’...

Economia / Il virus dell’incertezza

Quando il Governo ha deciso di chiudere l’Italia tutti hanno finalmente capito che l’epidemia di coronavirus non è soltanto un problema sanitario. È qualcosa di molto più complesso, che impone grandi responsabilità per i cittadini e per coloro che hanno il compito di guidarli. Le scelte individuali – se andare in ufficio o prendere il tram – non hanno conseguenze soltanto su chi le compie, ma su tutta la collettività. Il peso più difficile è sulle spalle di sindaci, governatori e ministri, che devono prendere decisioni dalle conseguenze enormi, in condizioni di estrema incertezza. Neppure chi possiede più dati – le commissioni di esperti alle quali si affidano i politici – è in grado di individuare con sicurezza la linea di intervento migliore. I modelli matematici possono tentare di prevedere il tasso di diffusione del virus facendo ipotesi, per esempio assumendo che questa epidemia sia simile ad altre studiate in passato. Ma anche se esistessero modelli matematici affidabili, essi non potrebbero decidere al posto nostro.   Come decidere dunque? Una scelta razionale si basa su due pilastri essenziali: una valutazione delle possibili conseguenze, e la loro probabilità. Questi...

America al bivio 2 / Ricchi ma buoni

Quando Bernie Sanders tuona contro i miliardari, il messaggio è più sfumato di quel che sembra. In ballo ci sono l’equità sociale, le tasse, le immense concentrazioni di potere. E l’ipocrisia inevitabile del filantrocapitalismo – l’idea, rilanciata da una grancassa culturale senza precedenti, che il bene degli ultraricchi sia quello della collettività.  Ben prima che Mike Bloomberg si affacciasse alle primarie dopo aver inondato il paese di filantropici miliardi, la figura dell’imprenditore votato alla causa umanitaria era uno dei profili più ricercati. Fra le star, Bill e Melinda Gates, Warren Buffett, Marc Zuckerberg e la moglie Priscilla Chan. A seguire, un codazzo di aspiranti ansiosi di macinare profitti e rendere il mondo un posto migliore. Lo scenario ha un che di paradossale. Mai prima d’ora le élite erano state così ansiose di salire sulle barricate del cambiamento sociale. E mai prima d’ora, dicono i numeri, sono state così potenti e predatorie. Decise a salvarci, ma alle loro condizioni. La filantropia non si discute, a rischio di sembrare ingrati. Soprattutto negli Stati Uniti, dove s’inscrive in una gloriosa tradizione. Sempre che in ballo non ci sia una società...

Giuseppe Di Napoli / Leonardo. Lo sguardo infinito

Leonardo. Lo sguardo infinito è il titolo dell’ultimo saggio di Giuseppe Di Napoli (Einaudi, Torino 2019). Nel corso della presentazione del libro alla galleria Milano, qualcuno porta l’attenzione sul segno d’interpunzione che nell’indice del libro separa “Leonardo” da “Lo sguardo infinito” e sul punto conclusivo che, di conseguenza, ci si aspetterebbe.      “Perché hai tolto il punto?” viene chiesto all’autore del saggio, insinuando che il vero soggetto del libro non sia Leonardo ma lo sguardo, appunto infinito, oggetto di altrettante infinite discussioni, avute in precedenza con Di Napoli, il geniale Narciso Silvestrini e altri amici: un gruppo di artisti, letterati, docenti e intellettuali che si riunivano in simposi improvvisati presso le bettole più sgangherate della Brianza e di Milano.  Di Napoli sorride cogliendo ciò che la domanda sottende in termini non solo di contenuti ma anche di rapporti e amicizia, che rifluiscono nel lavoro intellettuale e lo alimentano.   Il punto geometrico, spiega Di Napoli, è un’astrazione così come lo è la linea. Non percepiamo linee nere che circondano gli oggetti ma solo discontinuità tra superfici diversamente...

Un ricordo / Pierre Guyotat, scrittore dall’universo tormentato dalla carne

«En ce temps-là, la guerre couvrait Ecbatane» (A quei tempi la guerra copriva Ecbatane). Così inizia Tombeau pour cinq cent mille soldats (Gallimard) che nel 1967 ha segnato e cambiato profondamente la scena poetica francese, suscitando insieme scandalo e ammirazione. Con una spinta tanto potente quanto era sovversiva la sua ambizione, questa epopea radicata nella memoria traumatica della guerra d’Algeria, che però non viene mai nominata, era l’opera di un ragazzo di 27 anni, autore molto precoce di due primi romanzi apparsi presso l’editore Seuil Sur un cheval (1961) e Ashby (1964): Pierre Guyotat, morto nella notte tra il 6 e 7 febbraio di quest’anno, all’ospedale Saint-Antoine, aveva 80 anni. Rientrato straziato dall’Algeria nel 1962, dopo gli Accordi di Evian, là si era spogliato di quello che avrebbe potuto essere. Se nel suo libro successivo Eden, Eden, Eden (Gallimard, 1970) raggiunge la bellezza del serpente, la lingua usata in Tombeau… si rivela già allucinatoria fino all’insostenibile, ma estremamente materiale, mai astratta. Un canto marmoreo si innalza al presente perpetuo, mostrando la verità di corpi sessuati intrappolati nella guerra, nel terrore, nella...

Sullo spirito dell’India e la gnosi occidentale / Negare il mondo?

Negare il mondo? è il sesto saggio di una raccolta pubblicata da Peter Sloterdijk nel 1993. Si tratta di un periodo fondamentale per l’evoluzione del pensiero del filosofo di Karlsruhe, che in quegli anni non aveva ancora prodotto le sue due opere più lunghe e compiute, la trilogia di Sfere e la summa antropologico-filosofica di Devi cambiare la tua vita. Proprio per questo, tuttavia, nella costellazione di brevi saggi scritti in quegli anni è possibile seguire i percorsi attraverso i quali prenderanno finalmente forma i tratti essenziali della sferologia e dell’antropotecnica.  Il testo, tradotto e curato da Antonio Lucci, è pubblicato nella collana Umweg dell’editore Inschibboleth di Roma, una serie di pubblicazioni piuttosto ambiziose, che hanno il merito di integrare l’offerta culturale in lingua italiana con proposte che attingono a correnti culturali ancora non del tutto attive nel nostro paese, dalla filosofia dei media al postumanesimo, passando per quel modo del tutto peculiare di concepire la storia della cultura che ha preso forma in Germania sotto la guida di pensatori come lo stesso Sloterdijk e Thomas Macho.  Come recita il sottotitolo della traduzione...

Misure economiche di sostegno / Il virus, la socialità, i teatri

Stazione di Bologna, ore 8.25. È in arrivo sul primo binario il treno che porterà i pendolari a Modena, Reggio, Parma, Piacenza. La banchina a quest’ora di solito è fitta di gente. Oggi potrei contare i viaggiatori: una quindicina? (io stesso, che dichiaro e dichiarerò più avanti di non voler essere vittima della paura, viaggio con amuchina al seguito).  Giro in centro a Bologna, ieri: bar semivuoti. Cosa resta da fare in questi giorni di cinema chiusi, di teatri chiusi, di sale di concerto sbarrate, di scuole svuotate? Comprare libri, mi dico: recuperare tutto quello che non siamo riusciti a leggere, che avremmo voluto leggere, concentrarsi su un saggio impegnativo e illuminate, lasciarsi andare e qualche bel romanzo o anche a qualche lettura puramente rilassante. Darsi il tempo per pensare. Per vagabondare. La libreria sarà piena, penso. Sbagliato: chiedo un titolo, Spillover di David Quammen, un libro su come i virus che colpiscono gli animali si trasformino e attacchino l’uomo, ormai un classico, ristampato nell’economica Adelphi: e sono circondato da tre commessi. La libreria è vuota, il libro è praticamente esaurito, sono in attesa di ristampa. Gentilissimi, controllano...

La Grande guerra di Peter Jackson / Per sempre giovani: la trincea e l’archivio

La Prima guerra mondiale è stata per molti versi un vero e proprio laboratorio della modernità. Limitandoci a considerare gli aspetti che più da vicino riguardano la sfera visiva – e seguendo il percorso tracciato da Gabriele D’Autilia in un suo acuto volume (La guerra cieca. Esperienze ottiche e cultura visuale nella Grande guerra, Meltemi 2018) – è possibile verificare come questo evento abbia prima di tutto cambiato radicalmente le condizioni di immaginabilità e i metodi di visualizzazione della guerra.  È in questa occasione, in altre parole, che sembra venire a maturazione quel rapporto strettissimo fra media visivi e armi da fuoco su cui Virilio ha scritto pagine ancora oggi fondamentali. I conflitti armati, da questo punto di vista, sarebbero prima di tutto una questione visiva, che ha a che vedere con la capacità di vedere l’Altro e ucciderlo prima che lo faccia lui.    Non è un caso che questo processo trovi terreno fertile proprio fra le trincee della Prima guerra mondiale, proprio perché la nuova forma tattica della guerra di logoramento sembra esigere nuove modalità di visione. Il cambiamento del punto di vista porta così alla verticalizzazione dello...

Napoli, Museo Madre / I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970

Il regista Liev Schreiber racconta che quando morì il nonno, nel 1993, decise di cominciare a scrivere una storia della sua vita “nella speranza che potesse in qualche modo guidare la mia e creare una testimonianza più permanente della sua”. Però, ben presto, si accorse che i suoi scritti avevano “assunto la forma di un road movie in cui un giovane americano si reca in Ucraina in cerca del proprio patrimonio culturale”. Alcuni anni dopo, imbattutosi nel romanzo Ogni cosa è illuminata di Jonathan Safran Foer, è “rimasto stupito dalle analogie tra la mia storia e la sua”. Per queste similitudini concluse di realizzare la trasposizione cinematografica del romanzo. Così, romanzo e film, diventano un viaggio nella memoria, una metafora del ricordo, la necessità di non dimenticare la Storia e, soprattutto, le storie delle persone comuni segnate dagli accadimenti della vita. Sono gli stessi intenti e propositi rintracciabili nella scelta di organizzare la mostra I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970, al MADRE - Museo d’Arte Contemporanea Donnaregina di Napoli, fino al 13 aprile 2020.    I sei anni di Marcello Rumma, 1965-1970 Veduta della mostra al Madre·museo d'arte...

Speranza e immaginazione / Se una zolla è rapita dal mare

In questi giorni sono salito in Appennino ma l’Appennino non c’era più. Tutto era lì, identico a prima. Le faggete, i denti di arenaria, le nevi residuali. Ma l’Appennino non era più lì perché qualcosa mi impediva di stabilire un ponte tra quello che avevo sotto gli occhi e quello che in più di quarant’anni si è raccolto, tra desiderio e memoria, nel mio paesaggio mentale. Le cucine delle osterie erano ancora calde, le piste tra i cuscini di foglie erano identiche a quelle che percorrevano i manipoli celtici o le brigate partigiane, l’odore del fumo dai comignoli era quello di mio padre e di mio nonno. Ma l’Appennino era scomparso. Non potevo più contare su di lui, vaporizzato. Dall’alto del Crinale guardavo giù la cappa lenticolare su Modena, sul polo ceramico, sulla Pianura padana. Ma non era solo la nube delle polveri sottili e delle zattere di CO2 alla deriva sopra cervelli e polmoni. Era come il 1962, come se una nuova Rachel Carson collettiva avesse scoperchiato il vaso di Pandora su una verità inconfutabile: non c’è angolo della Terra che sia salvo. Ieri erano le molecole di DDT, oggi è il virus pandemico, che sta impattando come un iceberg di panna contro il Titanic di...

Un uomo che non c'è / Dag Solstad, Ma Singer chi è?

«Mentre io, prima che Karrer impazzisse, camminavo con Oehler solo di mercoledì, ora dopo che Karrer è impazzito, cammino con Oehler anche di lunedì». È lo straordinario incipit di Camminare di Thomas Bernhard (Adelphi, 2018, traduzione di Giovanna Agabio); piccolo indimenticabile libro di cui molti lettori hanno subito la fascinazione e sono poi rimasti affezionati. Il ritmo ossessivo di Bernhard – l’apparente semplicità con cui tiene insieme i fili dei due amici che camminano e parlano e pensano e raccontano mentre lo fanno e sottolineano e tengono il lettore sottobraccio con i continui «disse Oelher», prima di scaraventarlo di nuovo lontano, con una nuova sequenza ipnotica di frasi – è un miracolo letterario. Camminare mi è tornato in mente appena ho cominciato a leggere il nuovo e molto bello romanzo di Dag Soltad: T. Singer (Iperborea 2020, traduzione di Maria Valeria D’Avino), proprio per il ritmo ossessivo con cui lo scrittore norvegese inquadra il protagonista in una certa scena. Accade nelle prime venti pagine, in particolare qui:  «Singer parla con B in modo diverso che con K perché conosce K e B in modi diversi, e il rapporto che si è creato tra Singer e B si basa...

Scienza e dissenso / La lingua nel tempo del Coronavirus

Termine di un lessico tecnico-scientifico, coronavirus è, come parte del discorso, un nome comune: “s[ostantivo] m[aschile] […], invar[iabile] - Gruppo di virus a RNA, morfologicamente caratterizzato da una frangia di proiezioni superficiali a guisa di corona. I c[oronavirus] patogeni per l’uomo sono responsabili di affezioni acute delle prime vie respiratorie, compresa una forma di raffreddore”. Ecco quanto ne dice la voce del Supplemento al Lessico universale italiano dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana. La pubblicazione rimonta al 1985: è dunque escluso che il riferimento al raffreddore stia lì a fare volontaria ironia. Capita tuttavia che l’ironia sia ultra-umana e se ne impipi delle volontà. Col tempo, può così comparire persino in una voce enciclopedica, inattesa.   Coronavirus ce ne sono allora tanti: come tipi, s’intende; che siano d’altra parte tanti come repliche di ciascun tipo va da sé: diversamente, non si parlerebbe in proposito di rischi di epidemia o, addirittura, di pandemia. La gente del mestiere può trovarsi così nella necessità di battezzare un tipo o un altro, per dirne e scriverne univocamente. Tra competenti, ciò può diventare indispensabile, come...

Pazienza / Paranoia e virus

Il 11.9.2001, quando una aggressione terrorista distrusse le Torri Gemelle, abitavo a New York. Mi misi a studiare tutto quello che riguardava la paranoia e cominciai a scrivere un libro sulla presenza di questo disturbo: non nelle istituzioni psichiatriche ma nella popolazione “normale” e nella vita qotidiana. Non ero rimasto sconvolto tanto dall’attacco: si conosceva già l’esistenza di un fondamentalismo islamico paranoico, i proclami di Osama Bin-Laden si leggevano in internet. A quello si poteva esser preparati. Nuova era invece la paranoia collettiva che in un attimo ci aveva circondato. Quella che Jung chiamava “infezione psichica” stava contagiando tutti: malgrado i nostri sforzi per mantenerci lucidi, anche me e i colleghi psicoanalisti.   Così, ho dedicato anni a studiare non l’11 settembre, ma il 12, 13 e così via. Lo scatenarsi di una psiche primordiale nell’uomo comune di quello che si crede un mondo civilizzato. A New York cominciarono a circolare le tipiche “voci”, che prendono vita spontaneamente nelle situazioni di allarme e di pericolo collettivo: un ritorno involontario alla civiltà orale, studiato da Marc Bloch nella Prima Guerra Mondiale. Alle voci,...

Ernesto De Martino / Il mondo deve continuare, ma può finire

Ernesto De Martino (Napoli 1908 - Roma 1965), il nostro grande antropologo, dapprima studiò le persistenze di un mondo culturale antico sorprendentemente vive in diverse aree del Mezzogiorno d’Italia ancora a metà del XX secolo. Non fece coincidere l’isolamento geografico con un isolamento etnico dei contadini, visti anzi in rapporto dialettico con la cultura del mondo borghese dominante, e colse il salto fra culture tradizionali con un proprio universo di conoscenza e rimedi, e la società moderna disperata e dipendente da specialisti con delega totale circa il sapere sulla vita e la fine. Nelle ricerche che seguirono si affacciò, alcuni anni prima di morire, sull’interpretazione della sorte del mondo moderno nell’era dell’atomica e contemplò il senso e la possibilità del perire della società occidentale nella concezione della sua ultima perturbante opera, pubblicata postuma per la sua morte improvvisa e prematura: La fine del mondo. Contributo all’analisi della apocalissi culturali.    Di questo libro, a settembre 2019 è uscita, a distanza di tre anni dall’edizione francese del 2016, una nuova edizione italiana da Einaudi, che è ormai la terza dopo la prima del 1977, e...