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Geografie

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Matera e la Basilicata / Lo sguardo del confinato Carlo Levi

(…) Aliano è un posto dove, appunto, «Cristo non è arrivato», e non a caso sono confinati in nove. Eppure, dopo lo shock iniziale, pian piano l’atteggiamento di Carlo Levi cambia: i volti dagli occhi neri, le donne velate, i bambini sempre per strada, il senso del dovere e del sacrificio dei contadini, la solidarietà che regola la vita delle famiglie (e con la quale viene accolto), il paesaggio unico che lo incanta anche dalla sua casa («Sulla mia terrazza il cielo era immenso, pieno di nubi mutevoli: mi pareva di essere sul tetto del mondo, o sulla tolda di una nave, ancorata su un mare pietrificato») lo conquistano, in un crescendo irreversibile. Le ragioni dei contadini, piegati dalla fatica e dalla miseria, diventano le sue ragioni. Le credenze popolari – streghe, lupi mannari e monachicchi, cioè i dispettosi spiriti dei bambini morti prima che venissero battezzati – non solo non gli appaiono respingenti, ma anzi lo incuriosiscono e affascinano. Al contempo si struttura e cresce una forte consapevolezza sociopolitica: da un lato si sente vicino a chi lavora duramente e onestamente, dall’altro denuncia «i Luigini» (dal nome del podestà del paese), coloro che godono di rendite...

Demoni e gli angeli della narrazione / I racconti di Walter Benjamin

Benjamin è un narratore consapevole che l’arte del raccontare è da tempo al tramonto. La ragione di questo declino è la caduta dell’oralità, dei rituali che l’accompagnavano, e insieme la perdita di un’attitudine, quella di scambiarsi esperienze. Nelle Considerazioni sull’opera di Leskov Benjamin evoca le due figure “arcaiche” che hanno alimentato la narrazione orale: l’agricoltore sedentario, che nella sua stanzialità custodisce e tramanda tradizioni e storie della propria terra, e il mercante navigatore, che venendo da lontano ha molto da raccontare. Da queste figure si generano due forme del narrare, una incline a raccogliere memorie, l’altra intenta a rievocare avventure di terre lontane. Due linee che già in epoca medievale si compenetrano: l’artigianato, il sistema delle arti, la bottega permettono di preservare e trasmettere un universo complesso di storie. La narrazione orale, osserva ancora Benjamin, è diffusa in una società nella quale è forte il senso dell’ascolto, la sapienza dell’ascolto. Anche questa disposizione è da tempo in declino.    È nel cerchio di questa consapevolezza intorno al declino dell’oralità e dell’ascolto che prende forma la scrittura...

Ece Temelkuran, Soffiano sui nodi

Chi sono le donne che soffiano sui nodi? Da Lilith a Didone, dalle sirene a Circe, da Medea alle streghe e allo splendido personaggio dell’Arte della Gioia di Goliarda Sapienza, Modesta, da Cibele a Fatima e a Kahina: le donne che soffiano sui nodi sono le Maghe, direbbe forse Cortázar. Lilith, figura proveniente dal mondo babilonese e mesopotamico, nella Bibbia fu la prima moglie di Adamo e venne ripudiata e cacciata per essersi rifiutata di sottomettersi all’Uomo. Da allora è un demone, una tempesta.  Cibele, o Madre Idea, è la divinità anatolica della natura, di animali e luoghi selvatici, creatrice e distruttrice. Didone fu la sovrana di Tiro e poi, grazie a un acuto artificio, divenne regina di Cartagine e ne fece una delle più importanti città del Mediterraneo. Kahina, che in arabo significa maga, sacerdotessa e indovina, fu regina di diverse tribù berbere ebraiche e cristiane.    Tutte rimandano a un unico archetipo che si incarna in mille figure e tradizioni diverse – sono le donne che “praticano sortilegi”, che conoscono e usano i segreti di un certo arcano potere dell’energia femminile e ne fanno arma di libertà e arpione verso l’“arte della gioia” – e...

Sciascia e Gesualdo Bufalino

Sono trascorsi 30 anni da quel giorno di novembre in cui Leonardo Sciascia ci ha lasciati, trent'anni in cui il paese, che lui ha così bene descritto, è profondamente cambiato, eppure nel profondo è sempre lo stesso: conformismo, mafie, divisione tra Nord e Sud, arroganza del potere, l'eterno fascismo italiano. Possibile? Per ricordare Sciascia abbiamo pensato di farlo raccontare da uno dei suoi amici, il fotografo Ferdinando Scianna, con le sue immagini e le sue parole, e di rivisitare i suoi libri con l'aiuto dei collaboratori di doppiozero, libri che continuano a essere letti, che tuttavia ancora molti non conoscono, libri che raccontano il nostro paese e la sua storia. Una scoperta per chi non li ha ancora letti e una riscoperta e un suggerimento a rileggerli per chi lo ha già fatto. La letteratura come fonte di conoscenza del mondo intorno a noi e di noi stessi. De te fabula narratur.   Alla Nuci, con Gesualdo Bufalino.   La storia è nota. Era arrivato in casa editrice un testo di questo ignoto professore di Comiso suggerito dall’erede di un vecchio nobiluomo che aveva fatto ai primi del novecento delle interessantissime fotografie della vita del paese. Leonardo...

Sabbia baltica sulla laguna / Il Leone d’oro alla Lituania

Immaginare una spiaggia senza mare   Sun & Sea (Marina) è il titolo dell’opera-performance scritta da tre artiste lituane: la filmmaker e regista teatrale Rugilė Barzdžiukaitė, la scrittrice, drammaturga e poetessa Vaiva Grainytė, l’artista, musicista e compositrice Lina Lapelytė. Assieme hanno già lavorato a Have a Good Day! (2013), opera e pièce teatrale per dieci cassiere del supermercato che cantano a cappella la routine del loro lavoro tra i bip dei prodotti scansionati, assieme a vicende più intime. Elaborata durante una residenza all’Akademie Schloss Solitude di Stoccarda, presentata al Padiglione lituano della 58ima Biennale di Venezia curato da Lucia Pietroiusti, Sun & Sea (Marina) ha ottenuto il Leone d’oro.  Il Magazzino 42 si trova in una zona defilata dell’Arsenale, nelle mani della Marina Militare e non del Comune, mai utilizzato finora per un evento artistico. Dei tre indirizzi che circolano il primo che tento è sbagliato: la guardia del circolo della marina è già stufo, dopo soli due giorni, di dire che no, lì dentro non c’è nessun padiglione lituano, che è una zona militare protetta e che bisogna fare il giro dell’Arsenale – che, per inciso,...

Della città e del tempo / Basilico: un fotografo

La fotografia è un’arte che ha permesso a Basilico di cogliere il mondo-città in divenire. Gabriele Basilico è il fotografo della città, è evidente, ma di quale città? Una città strana, che abbiamo sempre l’impressione di riconoscere, e che spesso riconosciamo, ma senza essere certi di poterla situare, una città che si trova ovunque e da nessuna parte. Ci succede d’identificarne in modo molto preciso un elemento (tale edificio all’angolo di questa o di quella via), ma non saremmo tanto sorpresi e sicuramente non scioccati se ci mostrassero che ci siamo sbagliati e che, per esempio, tale quartiere periferico in cui pensavamo di riconoscere un sobborgo di Roma appartenga invece alla regione di Parigi. Questa sensazione mescolata di riconoscimento e non riconoscimento, queste evidenze affette da incertezza sono di fatto il prodotto di un partito preso e di un approccio sistematico che si sforza di cogliere le trasformazioni del mondo contemporaneo, un mondo che può essere definito indifferentemente come globale o come urbano.   Poiché l’urbanizzazione del mondo è oggi il grande fenomeno che interessa principalmente l’umanità, un fenomeno della stessa portata, è stato fatto...

Indicativo presente | Duecento giorni in classe / Il telefonino. Espellere o inglobare il globale?

A scuola siamo pieni di tabù: innanzitutto, il corpo e ogni accenno all’affettività, guai poi se si considera il corpo come quello che è, ovvero non una parte di noi, ma il noi mente-corpo; sfiorare un allievo, accogliere un abbraccio spontaneo loro, ringraziare con un bacino o meno per un dono spontaneo di uno di loro, parlare anche di stupro quando si parla di invasioni, saccheggi e guerre; dichiarare la verità che l’amore è tutto, ovvero anche baciarsi, essere intimi, e sì, fare l’amore; dire che tutti noi in questa classe siamo figli in genere di un uomo e di una donna che una volta almeno hanno fatto l’amore nudi per farci nascere. Tabù. Terrore di denuncia. Attenzione. Stacci attento.    Il dispositivo che oggi più ci allontana dal corpo, ovvero il telefonino, è un altro tabù. Tutti lo usiamo. C’è chi lo usa intensamente declinandone l’uso con le regole non scritte e sempre più opinabili della buona educazione, che si dovrebbe fondare sul rispetto dell’altro. C’è chi lo usa esecrando chi lo usa e dichiarando che lui il telefonino lo usa solo per necessità, ritenendo che il suo spazio di necessità sia semplicemente un po’ diverso da chi invece secondo lui, il...

Cannes 1 / “Tout le monde déteste la police”

Un festival del cinema – ovvero un evento dove si riflette e si fa il punto, nel bene o nel male, sulla rappresentazione per immagini del presente – non può non essere ingaggiato e provocato delle contraddizioni che attraversano il contemporaneo. L’anno scorso a Cannes si celebrò il cinquantesimo anniversario del 1968, un anno in cui il festival venne “invaso” e interrotto dalle contestazioni del maggio francese, e in cui la Palma d’Oro non venne assegnata. In un altro contesto, il Festival di Venezia negli anni Quaranta divenne il megafono dei regimi nazi-fascisti e ancora oggi quelle edizioni (che videro tra l’altro la partecipazione del Fürher e di Joseph Goebbels) sono considerate “non avvenute”, nel tentativo di lavare l’onta di quell’infamia. La storia entra ovunque, certo, anche e soprattutto al cinema, ma i modi in cui lo fa sono imprevedibili.      Non sappiamo per cosa verrà ricordata l’Europa del 2019 e che cosa assoceremo a quello che per molti è stato un annus horribilis dal punto di vista politico e sociale (a partire dalla Brexit). Lo si vedrà soprattutto alla luce di quello che accadrà nei prossimi mesi e anni, a partire dalle elezioni europee del...

Eschilo tra le macerie / Milo Rau, Orestes in Mosul

L’ultimo spettacolo di Milo Rau ha debuttato a Mosul, Iraq. Non è forse una notizia, questa? Il regista più à la page d’Europa in azione nelle zone calde del conflitto islamico. Ma forse non tutti, tra quelli che hanno riportato e condiviso la notizia, ricordano cosa è accaduto di preciso in quella piccola cittadina al confine con il Kurdistan iracheno.  Per comprendere lo scenario nel quale hanno lavorato Milo Rau e la sua compagnia, bisogna riportare le lancette indietro, al 2014.  A giugno, il gruppo Stato Islamico conquista Mosul e proclama la nascita di un califfato di stretta osservanza jihadista, a cavallo tra i territori di Siria e Iraq. Nel 2016 una coalizione guidata dal governo iracheno, con il sostegno dei combattenti curdi e degli Stati Uniti lancia una campagna militare per liberare Mosul. Quello che segue è uno dei più violenti e sanguinosi assedi messi in atto dalla seconda guerra mondiale (lo racconta Ben Taub, in una bellissima inchiesta uscita sul “New Yorker”, e tradotta su “Internazionale” nell’aprile 2019). L’IS, con migliaia di civili, si ritira nei quartieri più interni. La città vecchia è un labirinto di vicoli e suq sulle rive del Tigri, i...

Interviste a Marta Giaccone, Michele Nastasi e Valerio Polici / Tre autori italiani a Fotografia Euopea 2019

Laura Gasparini in occasione di Fotografia Europea 2019 a Reggio Emilia dal tema LEGAMI. Intimità, relazioni, nuovi mondi ha intervistato Marta Giaccone che espone nella mostra Giovane fotografia italiana #07; Michele Nastasi che espone Arabian Transfer e Valerio Polici autore della mostra Ergo sum.   1. MARTA GIACCONE   Laura Gasparini: I tuoi studi letterari ti hanno portato a una lettura documentale della realtà che hai affidato alla fotografia. Qual è stato il tuo percorso? Marta Giaccone: Ho studiato lingue e letterature straniere a Milano, poi ho fatto un Master in fotografia alla University of South Wales a Newport, in Galles. Evidentemente gli studi letterari mi hanno sollecitato, dopo aver letto alcuni libri, ad adottare un metodo visuale che dalla parola mi porta all’immagine.   Marta Giaccone, Ritorno all'isola di Arturo. LG: Quali libri, in particolare? MG: Qualsiasi libro leggo – se mi piace! – tengo a tradurlo immediatamente in progetto fotografico nella mia testa, non posso farci nulla… ovviamente poi non sempre (quasi mai) si realizza, ma in generale il mio lavoro prende largo spunto dalla lettura. Questo è di certo in gran parte...

L’Io, l’altro e la musica / Gilbert Rouget e i fenomeni di possessione

«Che cos’è infatti la possessione se non, in ultima analisi, l’invasione di campo della coscienza da parte dell’altro, cioè da parte di qualcuno venuto da “fuori”?», si domanda Gilbert Rouget ad un certo punto del suo Musica e trance. I rapporti fra musica e i fenomeni di possessione, la cui seconda versione francese – rivista e ampliata dall’autore nel 1990 – è stata recentemente pubblicata in italiano da Einaudi, dopo quasi quarant’anni dalla prima edizione dell’80, con una prefazione di Francesco Giannattasio che affianca quella “storica” di Michel Leiris. Pietra angolare degli studi etnomusicologici, il testo ha l’obiettivo di analizzare il rapporto tra musica e trance (ovvero quello stato transitorio, appunto, in cui il soggetto sperimenta un mutamento dell’ordinario stato di coscienza): un rapporto tutt’altro che semplice dato dalla natura eteroclita e proteiforme di tali fenomeni, descritti dall’autore come complessi sistemi di segni, che sembrano resistere e sottrarsi a qualsiasi forma di generalizzazione. Attraverso un approccio marcatamente strutturalista, Rouget costruisce una teoria generale che rende conto di questo caleidoscopico stato di cose grazie a una...

Una storia culturale / Ma che cos’è la “canzone italiana”?

“L’Eroe dei due Mondi”, “l’Apostolo”, “il Re galantuomo”: sui banchi delle elementari, negli anni Cinquanta del secolo scorso, così ci veniva insegnata la storia patria. Niente di molto diverso dalle figurine che compravamo in edicola prima di entrare a scuola.  “Tirèmm innanz!” “Qui si fa l’Italia o si muore!” “Obbedisco”: tutto si riduceva a una manciata di siparietti, di epici sketch, di frasi “storiche” da mandare a memoria come le risposte del catechismo (“Chi ti ha creato?” “Mi ha creato Dio”; “Chi è Dio?” “Dio è l’Essere perfettissimo ecc.”). Leggendo le non poche Storie della canzone italiana uscite negli ultimi decenni, ogni volta mi tornavano in mente quelle istruttive scenette, quei medaglioni tramandati identici di sussidiario in sussidiario. Come Cavour era “il Tessitore”, così Celentano era “il Molleggiato”. L’“ugola” di Claudio Villa o di Nilla Pizzi, il rivoluzionario “volo” di Modugno a Sanremo, l’“esistenzialismo” di Paoli, l’“ermetismo” di De Gregori, De André “cantore degli ultimi”, si ripresentavano (e ancora si ripresentano, ahimè) come nei vecchi libri di scuola l’imbarco dei Mille a Quarto o l’incontro di Teano. “Sono solo canzonette?” si chiedeva,...

La diversità è una ricchezza / Immagini dell'altro nella letteratura latina

“La diversità culturale, religiosa e sociale è una ricchezza e non una minaccia”. Chi l’ha detto?  Il Papa, nell’udienza alle Guardie svizzere il giorno quattro maggio 2019. Ma come si poneva il mondo romano antico, di cui, anche secondo Dante, la Chiesa Cattolica è erede naturale, di fronte alla questione del diverso, dello straniero, in una parola: dell’Altro. Ecco qualche esempio, tratto da una vicenda secolare.   Ythalonim valon uth sicorathisyma comsyth Chym lachunythmumys thyal mycthi varuimy sehi… Se un copista medievale si fosse trovato davanti a un testo siffatto avrebbe gettato la spugna, anzi la penna d’oca ma prima avrebbe almeno scritto Graecum est non legitur: è greco non si legge. In tal caso si sarebbe sbagliato di grosso, il copista. Perché non di greco si tratta, bensì di punico. Così inizia infatti il quinto atto di una commedia di Plauto non per niente intitolata Poenulus, ossia il Cartaginesuzzo, come traduce Ettore Paratore, il quale a ragione nel suo commento definisce questo attacco dell’atto quinto come la “singolarità più clamorosa del teatro plautino”. Sono venti versi in punico. I primi dieci riportati dai codici Palatini, i secondi dal...

Einstein quand'era sgarbato

“Per me la parola Dio non è altro che il risultato e l’espressione della debolezza umana” scriveva Albert Einstein il 2 gennaio 1954 al malcapitato Eric Gutkind, autore del libro: “Choose life: the Biblical call to Revolte”. Il libro, inviato al sommo scienziato, consisteva in un appello agli ebrei fondato sulla “incorruttibilità” di Israele. E Albert Einstein, con una di quelle affermazioni in cui era specialista, rivoltava concetti e realtà come un calzino. Sappiamo che il Dio che ci possiamo immaginare fa risaltare la nostra debolezza, ma Albert Einstein lo dice in un modo nuovo che ci fa sussultare: per tutta la vita lo scienziato della Relatività ha fatto lo stesso con il tempo, lo spazio, la gravità, la luce che viaggia in curva a velocità insuperabile, la massa, l’energia e adesso lo fa con la debolezza umana. Il popolo nei crocicchi discute animatamente di lui h24 ancora adesso, a più di un secolo dalla sua geniale scoperta.   Debbo, a questo punto, precisare che seguo (quando necessario paragrafo per paragrafo, anche per fare figura di giornalista) un articolo vivace e intelligente di Giuseppe Sarcina, corrispondente da Washington del “Corriere della Sera”. Non ho...

Maike Albath / La Sicilia fra lutto e luce

Raccontare in Germania la Sicilia è un compito arduo. Forse nessuna parte d’Italia è stata mitizzata più di questa nell’immaginario classico e romantico tedesco: per antonomasia paese dove fioriscono i limoni, nel quale Goethe sperava di trovare la pianta madre di tutte le altre, la Urpflanze, oggetto di fantasia e di desiderio, la Sicilia fino a oggi rimane depositaria di quella nostalgia che la lingua tedesca chiama Sehnsucht, struggimento di tutto ciò che si è smarrito con il passare del tempo, oppure, semplicemente, si è sognato.    Intitolando il suo libro sulla letteratura siciliana Lutto e luce (Trauer und Licht, Lampedusa, Sciascia, Camilleri und die Literatur Siziliens, Berenberg Verlag, Berlin 2019) Maike Albath decide di affrontare di petto questi miti: il lutto appunto, che pertiene al senso di perdita, e la luce, che rimanda alla luminosità della grande cultura classica e mediterranea, alla “dolce luce” in cui era immersa la Grecia immaginata da Hölderlin. Ma il titolo rinvia anche a un binomio che, con eloquente simmetria, ritroviamo nel vocabolario degli stessi autori siciliani: da Quasimodo a Tomasi di Lampedusa fino a Bufalino, al senso di morte, alla...

Per un pensiero della distanza / Warburg l’indiano

Una breve intervista sul San Francisco Call del 24 febbraio 1896 ci presenta “A Noted Florentine Investigator” in procinto di salpare per il Giappone (viaggio che non avrà luogo), vivamente sorpreso dall’arte degli indiani Pueblo per l’intimo legame che essa istituisce con la loro mitologia e per la elevata qualità degli artefatti, che – arriva a dichiarare l’intervistato – risultano persino più interessanti dell’arte rinascimentale italiana. Questo apparente ridimensionamento dell’assoluto primato artistico del Rinascimento italiano sembra provenire da un intelletto estravagante. In realtà l’affermazione, per nulla dissimulata, del superiore interesse di vasi e utensili di uso quotidiano prodotti da una cultura extraeuropea, pone la questione della natura e della dignità scientifica di questo «interesse». Che genere di ricerca poteva avere determinato simili convinzioni in uno studioso come Aby Warburg – poiché, lo si è già capito, di questi si tratta –, uno studioso fino a quel momento attivo come storico dell’arte, che aveva pubblicato, nel 1893, una dissertazione dottorale su Botticelli? A questo interrogativo si può trovare una risposta tanto persuasiva quanto suggestiva...

Costruzioni alternative / L’oleandro elettrico e l’architettura vegetale

È toccato a un oleandro diventare il primo albero che produce energia elettrica. Messo a punto dal Centro di Micro-Bio Robotica dell’Istituto Italiano di Tecnologia a Pontedera, il nuovo ibrido ha foglie artificiali che oscillando al vento interagiscono con quelle naturali, e con un processo di elettrificazione a contatto trasmettono la carica elettrica al resto della pianta. Basta collegare una specie di presa al tronco e il gioco è fatto. Da qui a immaginare foreste con prese che spuntano ovunque e miriadi di smartphone attaccati a succhiare energia anche dagli alberi è un attimo, come sognare di illuminare la propria casa con l’oleandro sul terrazzo o usare i parchi per rifornire di energia elettrica le città.    Hundertwasser, Termal Village Blumau, Styria, Austria, 1993. Foto Anja Fahrig. Da qualche decennio si è sviluppata una nuova attenzione nei confronti del mondo vegetale, sono fioriti, è il caso di dirlo, studi sulla sensibilità, sull’intelligenza, sulla struttura sociale delle piante che da una parte iniziano a dare risultati pratici e dall’altra pongono interrogativi nuovi sulla natura stessa della coscienza, tradizionalmente legata al cervello, organo...

Salone del libro 2019 / Fascismo. Macchina mitologica

Le polemiche sulla partecipazione al Salone del libro di Torino dell’editore Altaforte, legato al circuito di CasaPound, hanno sollevato un polverone mediatico. Come spesso capita, in questi casi, il rischio è che dietro (e dentro) esso, in quanto tempesta di sabbia, ad emergere sia più il pulviscolo atomizzato di parole, immagini e idee (precostituite) che non la sostanza del problema. Già, qual è il problema? Ossia, qual è il nocciolo della questione? «Fuori i fascisti dal Salone», è stato detto, riferendosi al chiaro posizionamento ideologico, prima ancora che strettamente politico, della casa editrice in questione.   Posizionamento non solo evocato ma apertamente rivendicato dal suo titolare. Si è poi aggiunto che sarebbe stato impossibile fare aprire questa edizione della kermesse libraria da una sopravvissuta alla Shoah, che nel mentre aveva già declinato l’impegno, qualora tale casa editrice fosse rimasta al suo posto. Non di meno, una serie di nomi di rilievo avevano peraltro dichiarato la loro indisponibilità a partecipare. Per ragioni apertamente politiche: se ci sono “loro”, i fascisti, noi non verremo. Punto e basta. Pochi giorni prima che la querelle raggiungesse...

Il film di Jacques Audiard / The Sisters Brothers. Alla ricerca di altre forme di mascolinità

La prima cosa che percepiamo all’inizio di The Sisters Brothers è una voce che si perde nella notte, in una sorta di buio primordiale: un nero accecante che ci fa sprofondare dentro lo schermo attraverso il campo lungo. La scena è illuminata a tratti dalle fiamme di una casa che brucia, mentre ci raggiungono da lontano queste parole: «Ehi! This is the Sisters Brothers!» («Ehi, siamo i Fratelli Sisters, ci ha mandato il Commodoro!»). Eli (John C. Reilly) e Charlie (Joaquin Phoenix), i protagonisti di questo racconto del Far West ambientato in Oregon, nel 1851, sono due cacciatori di teste ed entrano in azione così: senza un corpo, ma preceduti da una specie di formula favolosa risonante come un’eco, che, intanto che ci chiama, dichiara di appartenere a un “noi”: una prima persona plurale sancita da una fratellanza resa subito prodigiosa e singolare dalla particolarità di quel cognome ossimorico: Sisters, proprio come “sorelle”. La scelta di far cominciare la storia da questa scena è un’aggiunta rispetto al romanzo omonimo di Patrick Dewitt da cui è tratto il film (2011; tradotto da Rossari per Neri Pozza nel 2012); è un’invenzione di regia che dialoga, come vedremo, con il finale....

Nôtre-Dame / Iconologia del rogo

I fatti sono tristemente noti. Il 15 aprile scorso uno dei monumenti più imponenti, uno dei luoghi di culto più frequentati, uno dei siti turistici più rappresentativi di Parigi è stato assalito dalle fiamme. Nôtre-Dame è di colpo divenuta il centro del mondo, obiettivo numero uno di cronisti prontamente accorsi sul luogo, di fotografi più o meno professionisti determinati a catturare attimi fugaci, dettagli ed emozioni, di cittadini impauriti e turisti curiosi, anche loro alla ricerca di qualcosa da guardare. Uno spettacolo da film, quello delle fiamme che divorano la Cattedrale per antonomasia, che ha raggiunto il suo acme a circa un’ora dall’inizio del rogo, quando una guglia è crollata e parte del tetto è precipitata.   Sappiamo come è andata a finire: l’incendio è stato domato nella notte smentendo quei giornalisti che innestavano timori – sottese speranze per gli ascolti? – sul possibile crollo dell’intera struttura architettonica. La notizia ha fatto il giro del mondo, a cavallo tra vecchi e nuovi media, ed è stato tutto un rincorrersi di servizi, articoli, gallery, cinguettii, retweet, post, condivisioni e stories dedicati all’argomento. Anzi, come spesso accade,...

9 maggio 1978 / Il delitto Moro e la crisi della Repubblica

Sono trascorsi quarantun anni dalla morte di Aldo Moro. Il 9 maggio 1978 il suo corpo viene ritrovato nella R4 parcheggiata in via Caetani, nel centro di Roma, avvolto in una coperta, il cappotto indosso e la testa reclinata quasi dormisse. I brigatisti l’hanno ucciso dentro il portabagagli di quella automobile per giovani con una mitraglietta. Lo scorso anno, il 2018, si è celebrato il quarantennale con cerimonie, ricordi, pubblicazioni, eppure la vicenda del sequestro e della uccisione del leader democristiano non sembra finire mai. Perché? Prova a risponde a questa domanda, e non solo a questa, il libro di Miguel Gotor, Io ci sarò ancora. Il delitto Moro e la crisi della Repubblica (Paper First, pp. 235 con prefazione di Gian Carlo Caselli) appena uscito in libreria. Gotor è la persona che ha pubblicato presso Einaudi due preziosi lavori, Aldo Moro. Lettere dalla prigionia (Einaudi 2008) e Il memoriale della Repubblica. Gli scritti di Aldo Moro dalla prigionia (Einaudi 2011); si tratta dei testi scritti da Moro durante la prigionia, corredati da due lunghi saggi, due libri nel libro, due letture ravvicinate e fondamentali di questa intricata vicenda. Gotor è uno storico, si...

Public library / Biblioteca, l’ultimo lusso democratico

Difficile trovare, negli Stati Uniti, un tema più popolare delle biblioteche. Gratuita e aperta a tutti, la public library è uno snodo centrale della comunità, un elemento del paesaggio come l'ufficio postale. Che un libro sulle biblioteche – anzi, semplicemente, The Library Book – diventi un best seller ha però dell'incredibile. A compiere il miracolo è stata, ancora una volta, Susan Orlean, staff writer del New Yorker già autrice di Saturday Night, Rin Tin Tin e soprattutto The Orchid's Thief – Il ladro di orchidee.  Con quest’ultimo, uscito negli Stati Uniti nel 1998, era riuscita a ricavare un clamoroso successo da uno dei temi più di nicchia che si possano immaginare, il collezionismo di orchidee. E a colmare la misura, poco dopo era arrivato un film – anzi il metafilm per eccellenza – Adaptation – Il ladro di orchidee diretto da Spike Jonze, che ne aveva fatto una celebrità. La sceneggiatura le sfilava la parte di...

Muri / La donna che piange il Messico ferito

La vera storia della donna che piange   “Le lacrime sono l’acqua dell’anima, quell’acqua che purifica, che dà un senso alla storia vissuta”, narrava un’antica storia. Dalle storie orali nasce la storia di Chokani, la Llorona – la donna che piange. Chokani è il suo nome in náhuatl, la seconda lingua del Messico. Chokani un tempo era Nahui. Secondo una storia che si tramanda, a Xochimilco, presso Città del Messico, Nahui era una principessa, sorella di Teotécpatl, signore di Xochimilco. Quando, nel 1571, gli spagnoli devastarono Xochimilco, il capitano Jeronimo Quijano violentò Nahui, la principessa che aveva detto al fratello di accogliere gli stranieri con la consueta ospitalità xochimilca. Poi Nahui vide il massacro della sua gente da parte dei soldati spagnoli e uccise il neonato avuto da Quijano. Così recita il racconto: Forse la solitudine, l’ira o la tristezza furono i detonatori che la portarono a offrire il proprio figlio, appena nato, ai signori dell’infra-mondo, come scambio per non dimenticare, per rimanere sempre qui a prendersi cura di loro, come Chuacóatl, madre tutelare del popolo xochimilca. Nahui si gettò alle spalle la sua essenza mortale per convertirsi in...

Il colore perfetto di Gianni Maimeri / L'anima a colori

Gianni Maimeri dirige l'azienda che porta il suo nome, produttrice di tempere, pastelli, colori a olio, acquerelli e simili. L'ha ereditata dal padre che, a sua volta, l'ha avuta dal nonno che era pittore e imprenditore. La fabbrica dei colori era nata nel 1923 nell'ex mulino Blondel nel quartiere Barona di Milano, si era poi trasferita in via Ettore Ponti, lungo la roggia Carlesca e, dopo i bombardamenti del 1945, a Bettolino di Mediglia, dove si trova l'attuale stabilimento. Oggi fa parte della Fila, Fabbrica Italiana Lapis ed Affini S.p.A., mantiene però il suo marchio.   Giovanni Maimeri, Il Tabarin (1914). Del nonno Gianni Maimeri non porta solo lo stesso nome, ne ha ereditato anche la passione per il colore. Vissuto fin da bambino tra i pigmenti e i dipinti, rifugio cromatico nella città grigia, ne vuole capire gli enigmi, le suggestioni, le declinazioni nei vari ambiti della cultura e dell'attività umana.  Per questo decide di intervistare in questo libro i personaggi famosi che conosce oppure che vivono, lavorano o transitano per Milano, e che hanno in qualche modo a che fare con il colore, con qualche eccezione che lo costringe a uscire dalla Lombardia. D'...