Scrittori e scrittrici disorientati

17 Marzo 2026

Capita a volte – non dico spesso – di imbattersi in libri di critica letteraria che, per scelta di temi, di prospettive, di procedimenti, meritano di essere conosciuti oltre la cerchia degli specialisti. In un mondo ideale questa dovrebbe essere la norma, ferma restando una differenza tra le opere che aspirano a raggiungere un pubblico esteso e gli scritti comunque rivolti a chi di letteratura si occupa professionalmente. Ma il vertiginoso proliferare delle pubblicazioni, gonfiato dai criteri che regolano la valutazione della ricerca da parte della competente agenzia ministeriale, e unito all’incremento progressivo della specializzazione che da molto tempo investe tutti i campi del sapere, tende a restringere e a parcellizzare l’uditorio dei singoli contributi. La conseguenza è che oggi lo studioso, alle prese con bibliografie ipertrofiche, stenta a rimanere aggiornato anche riguardo agli argomenti e agli autori di cui si occupa di più. Per questo credo sia utile segnalare l’uscita di testi dal respiro ampio, in grado di suscitare un interesse trasversale.

Forme dello spaesamento nella letteratura italiana (1965-1978) di Elisa Attanasio, edito pochi mesi fa da Quodlibet (nonché oggetto della bella intervista di Ivana Margarese Perdersi per abitare il mondo,  «Dialoghi Mediterranei», n. 77, gennaio 2026) è un libro notevole per vari motivi. Il primo è espresso dal titolo. Il termine «spaesamento» si presta bene a definire la stagione della nostra letteratura che si apre dopo la fine del cosiddetto miracolo economico. All’indomani di una fase di trasformazione sociale rapida e intensa si apre un’epoca di crisi, nella varietà di accezioni che la parola ricopre: perplessità, sconcerto, percezione di un cambiamento che impone di ripensare le coordinate di interpretazione del reale. Sulle date prescelte, a dire il vero, si potrebbe sollevare qualche obiezione. Il 1965 è chiamato in causa per l’intervento americano in Vietnam, fatto di grande portata storica che però non riguarda direttamente l’Italia, mentre il 1978, inteso come l’anno del delitto Moro, è strettamente legato (e circoscritto) alla politica nazionale. Meglio sarebbe stato anticipare il termine iniziale al 1963, anno in cui a entrare in crisi (nel senso più diffuso della parola) fu proprio, in Italia, l’economia: notevole diffusione popolare ebbe allora l’espressione “congiuntura” intesa come congiuntura negativa («Eh, c’è la congiuntura» si sentiva dire, in tono ora rassegnato, ora allarmato). Oltre ad essere accomunate dall’orizzonte italiano, le date 1963-1978 circoscrivono sul piano politico una fase in cui si passa da un’apertura a sinistra realizzata (il coinvolgimento del Partito Socialista nella maggioranza dei governi, sempre a guida democristiana, che vennero detti appunto di centro-sinistra) a un’apertura a sinistra abortita (l’interruzione del tentativo, di cui Moro fu il corifeo, di ripetere l’operazione con il Partito Comunista).

Ma sarebbe improprio insistere su questo punto, giacché nell’orizzonte su cui si muove la Attanasio le vicende propriamente storiche hanno molto meno peso delle categorie filosofiche. È proprio della critica letteraria di muoversi spesso e volentieri lungo i confini disciplinari, dialogando di volta in volta con altri saperi (filosofia, psicologia, storia, antropologia, linguistica), e in questo caso è la filosofia a farla da padrona, con il sostegno di alcuni mirati rinvii sociologici. Siamo così al secondo motivo di interesse del libro. È mia antica convinzione che la critica letteraria, ben lungi dall’essere una scienza, tenga molto del bricolage: strumenti e riferimenti possono variare moltissimo, l’importante è che forniscano un contributo all’interpretazione delle opere. Il rischio è però che il focus del discorso si sposti dalle opere all’apparato teorico mobilitato, riducendo le prime al ruolo di conferme o corollari del secondo. Un importante merito della Attanasio consiste nelle modalità con le quali chiama in causa concetti e orientamenti filosofici per illustrare i caratteri dei testi letterari di cui parla. Ad esempio, quando cita Merleau-Ponty e Hannah Arendt a proposito di Anna Maria Ortese, Deleuze-Guattari a proposito di Calvino, Adriana Cavarero a proposito di Goliarda Sapienza, Gayatri Spivak a proposito di Elsa Morante e della Ortese, Max Weber e ancora Deleuze a proposito di Lewis Carroll, si tratta sempre di richiami non solo studiati e pertinenti, ma misurati e cauti, che mai indulgono alla tentazione di forzature o derive. Per inciso, converrà ricordare anche l’importanza e la pervasività del dialogo con la cultura femminista, italiana e non solo (Luisa Muraro, Carla Lonzi, Sara Ahmed, Donna Haraway).  

Terzo aspetto che merita di essere rilevato è l’architettura del libro, suddiviso in quattro capitoli, costruiti su altrettanti giudiziosi abbinamenti: l’Ortese del Porto di Toledo e il Calvino di Ti con zero, L’arte della gioia di Goliarda Sapienza e La figlia prodiga di Alice Ceresa, L’iguana e La Storia, il progetto di Gianni Celati Alice disambientata e il Guido Morselli di Dissipatio H.G. Non sfuggirà che cinque caselle su otto sono occupate da scrittrici: anche se, strada facendo, l’argomentazione si arricchisce di richiami a parecchi altri autori, dal Kafka del racconto Giuseppina la cantante al Parise dei Sillabari e al Pasolini di Teorema (così come i riferimenti teorici includono anche Roland Barthes o l’antropologo Eduardo Viveiros de Castro). La logica che presiede all’individuazione delle coppie non è analogica, né antinomica; la Attanasio si rifà al concetto di «concatenamento» (agencement) proposto da Deleuze e Guattari, «non una connessione lineare, ma un dispositivo relazionale, capace di tenere insieme elementi eterogenei – personaggi, immagini, gesti, frammenti di mondo – lungo traiettorie non predeterminate». Dunque, potremmo chiosare, ipotesi euristiche: che di volta in volta si misurano sempre con la concreta configurazione dei testi. E vale la pena sottolineare che fra le pagine più convincenti di questo volume ci sono appunto i prelievi testuali e le letture ravvicinate che ne conseguono.   

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Intento di ogni capitolo è di illustrare una fattispecie dello «spaesamento», che investe nell’ordine la percezione (Damasa e Zylphia), la genealogia (Modesta e la figlia prodiga), il linguaggio (Useppe e Estrellita), lo spazio (Alice e l’anonimo eroe della distopia morselliana). In ciascuno di questi casi a emergere è una messa in discussione dei modi di pensare il rapporto con la realtà: «I grandi dualismi che hanno retto l’impalcatura della modernità occidentale – natura/cultura, maschile/femminile, umano/non umano soggetto/oggetto, razionale/irrazionale – iniziano a mostrare la loro instabilità». Indicativa, peraltro, è la mancanza di una conclusione. Quello di Elisa Attanasio è un discorso aperto, rispetto al quale ogni azzardo di sintesi complessiva risulterebbe, oltre che velleitario, improprio. Una questione interessante, dal punto di vista metodologico, è la scelta dei testi. Due opere della prediletta Ortese, sulla quale la Attanasio ha al suo attivo una monografia (Divenire drago: esplorazioni nell’opera di Ortese, Pendragon 2023); una delle meno studiate fra le cosmicomiche calviniane (Il sangue, il mare, ultima apparizione di Qfwfq in Ti con zero); un caposaldo della narrativa italiana del secondo Novecento come la morantiana Storia; due opere postume o quasi postume di autori non (ancora?) canonici, come Morselli e la Sapienza (solo una sezione dell’Arte della gioia apparve, per i tipi di Stampa Alternativa, vivente l’autrice); un testo singolare come Alice disambientata, creazione collettiva firmata dal gruppo A/Dams, di cui Celati figurava essere soltanto il curatore; un’opera sperimentale di una scrittrice ancora in buona misura da scoprire come Alice Ceresa.

Scelte originali, personali, in cui nulla c’è di scontato. La Morante è chiamata in causa per un tema specifico, il modo di parlare di Useppe, simile in ciò all’eponima «creatura interstiziale» dell’Iguana: «voci che disarticolano l’ordine del dicibile». Di Calvino viene colto un momento di crisi, con l’esaurirsi (poi parzialmente ritrattato) dell’esperienza cosmicomica; per quanto riguarda Gianni Celati, il prestigio da lui acquisito negli ultimi anni ha le sue radici altrove; e non occorre insistere su figure come Goliarda Sapienza, Alice Ceresa o Guido Morselli. Dunque, scelte strettamente legate al gusto e alla sensibilità dell’interprete, come è giusto che sia: e dalle quali tuttavia trae alimento un discorso critico di grande respiro.

Ciò detto, sarebbe comunque interessante applicare le categorie mobilitate per l’analisi di questi testi ad altri testi, degli stessi autori e di altri. La prima cosa che a me viene in mente è che “spaesati”, almeno nell’accezione più corrente del termine, sono quasi tutti i protagonisti calviniani (e buona parte degli eroi romanzeschi), ma che Qfwfq lo è in misura diversa, e in maniera quasi statutaria: l’impronunciabilità del nome parrebbe quasi l’emblema d’una radicale perdita di orientamento (provvisoria, certo: e non di meno incessantemente reiterata). E forse varrebbe la pena di ragionare sulla varietà delle intonazioni dell’ottetto: quelli che, sulla scorta delle riflessioni di Northrop Frye (la teoria degli archetipi di Anatomia della critica), Remo Ceserani ha chiamato «modi». In quanti modi, con quali diversi umori e spiriti ci si può perdere? L’idea di spaesamento – come Elisa Attanasio non manca di rilevare, nel breve ma cruciale preambolo autobiografico intitolato Prima di cominciare, inizia a diventare interessante quando dischiude nuove ipotesi, percorsi inediti, prospettive di riformulazione e di trasformazione (in questa luce, la dedica – Alle sorelle prodighe – suona insieme come un traguardo e come un auspicio).

Quindi potremmo aggiungere, generalizzando: un’opera è tanto più interessante quanto più chiaramente l’esperienza della lettura assume i caratteri della liminalità, così come l’ha illustrata l’antropologo Victor Turner, inducendo la sospensione virtuale e la messa in discussione di principî, valori, codici di comportamento acquisiti. Raccontare una storia significa sempre sottoporli a verifica, inoltrandosi nel territorio, affascinante e rischioso, delle possibilità. A volte si profila un punto d’arrivo (un esito, una via d’uscita), a volte il limen si rivela difficile da varcare.

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