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Occhio rotondo 57. Neorealismo
Tra il 1948 e il 1953 Pietro Donzelli si dedica a fotografare Napoli. La sua idea è di trarne un reportage, il lavoro diventerà invece una narrazione per immagini intitolata: Aria di Napoli. Questa originale opera è rimasta inedita per oltre settant’anni fino a che Ennery Taramelli, lavorando sull’archivio del fotografo, scopre il progetto e lo pubblica presso un editore tedesco, Corso (Wiesbaden), con il suo titolo originale.
Donzelli è nato nel 1915 a Monte Carlo, ma dalla fine della Prima guerra mondiale la famiglia s’era trasferita a Milano in un quartiere popolare della periferia; dopo aver frequentato una scuola di disegno meccanico, Pietro diventa archivista alla SIRTI, azienda che gestisce all’epoca l’installazione della rete telefonica in Italia. All’età di ventiquattro anni, nel 1939, passa nel reparto pubblicitario della compagnia e intanto frequenta a Brera un corso di architettura e grafica. Ha già incontrato la fotografia e pensa seriamente di dedicarsi professionalmente a questa attività. Ma arriva la guerra. Nel 1943 è richiamato e spedito in Corsica. Finito il conflitto ritorna a lavorare alla SIRTI come grafico, e nel 1946 s’iscrive al Circolo Fotografico Milanese. In quell’ambiente matura una vocazione ulteriore.
Il nome di Donzelli compare poco nelle cronache della fotografia italiana. Ne hanno scritto brevemente Uliano Lucas e Tatiana Agliani in La realtà e lo sguardo. Storia del fotogiornalismo in Italia (Einaudi 2015) e Diego Marmorio in Storia essenziale della fotografia (Postcart 2017), in un capitolo dedicato ai circoli fotografici italiani, accostato a Giuseppe Cavalli. Giovanna Calvenzi e Renate Siebenhaar-Zeller hanno curato nel 2006 per Contrasto un libro dedicato a lui, mentre Roberta Valtorta ha organizzato una mostra delle fotografie del Delta del Po: Terra senz’ombra (Silvana Editoriale 2017), un lavoro degli anni Cinquanta. Siamo nella zona del neorealismo.
E forse non è un caso che una studiosa di questa corrente artistica, Ennery Taramelli, abbia recuperato di recente dall’archivio dell’artista questo volume. Scopriamo così delle immagini straordinarie della città di Napoli, dei suoi abitanti: attività lavorative, strade, case, paesaggi, scorci di luoghi. È la “città porosa” descritta da Walter Benjamin e da Asja Lacis in un articolo del 1925, un’espressione diventata celebre. Quando Donzelli scopre e ritrae Napoli, la città sembra immobile nel tempo, come se i decenni non fossero per nulla trascorsi.
L’intenzione del fotografo milanese era di raccontare Napoli attraverso una sequenza di capitoli tematici. Nella parte intitolata Il sole un’immagine raffigura il tavolo di una trattoria. Sono sei coperti, piatti e bicchieri rovesciati su una tovaglia. La luce entra dal grande finestrone posto a sinistra, dove si scorge il mare. Metà del tavolo, è in ombra, mentre l’altra è in luce. Sul ripiano apparecchiato si notano anche le ombre quadrettate della finestra. La metà illuminata pare rilucere proprio come il mare di là dall’apertura; all’opposto, la metà scura è avvolta dall’ombra da entrambi i lati.
Nel 1946 Donzelli aveva cominciato a frequentare il cinema. Lavorava infatti come scenografo negli studi dell’ICET, una casa di produzione fondata a Milano – è la produttrice di Miracolo a Milano di De Sica e Zavattini, ma anche Cronaca di un amore di Antonioni. Pietro, racconta Taramelli, probabilmente desumendolo dai diari del fotografo, s’aggira per i set cinematografici e cerca di imparare il più possibile. Vuole carpire i segreti del mestiere dagli operatori. Conosce Lion Née, che ha lavorato con René Clair e Thomas Dreyer in Il Vampiro. L’operatore lavora partendo dal buio, quindi usa illuminare lo spazio con lampade, poi ne misura con l’esposimetro la luminosità. Pietro prende coraggio e gli chiede quale sia la sua tecnica. L’operatore gli consiglia di munirsi di una bottiglia di vino bianco e di alcune candele, di accenderle facendo bene attenzione ai riflessi e alle trasparenze che si producono.
La tavola al ristorante, metà in chiaro e metà in scuro, è il risultato della lezione di Née? Probabile. La curatrice di Aria di Napoli suggerisce che il neorealismo di Donzelli venga da quei set. Corrisponde a quel tipo di rappresentazione di cui parla Gilles Deleuze nel capitolo dedicato al cinema neorealista in L’immagine tempo (Einaudi). Il filosofo usa una formula di André Bazin: “immagine-fatto”. È un “di più di realtà”, scrive, sia formale che materiale. Si tratta d’una fotografia “mentale”, qualcosa che appartiene all’elemento ottico, e quindi al pensiero. Nel racconto di Aria di Napoli ci sono molte immagini simili. Taramelli nel suo testo introduttivo riprende un’altra definizione di Deleuze, là dove parla del rapporto tra la realtà dell’ambiente e l’azione nel cinema neorealista, il filosofo lo definisce: un “rapporto onirico”. Cos’è quel tavolo se non una visione di sogno, in cui una parte degli oggetti è diafana ed evanescente, e l’altra possiede una consistenza? L’incertezza è la linea di confine tra le due. Nel vecchio realismo, chiosa Deleuze, “gli oggetti e gli ambienti avevano una realtà propria, ma era una realtà funzionale, strettamente determinata dalle esigenze della situazione”, mentre con il neorealismo “oggetti e ambienti acquistano una realtà autonoma che li fa valere per se stessi”. In un’altra fotografia, inclusa nella stessa sezione Il sole, scattata in spiaggia, fra Castellamare e Portici, si vedono dei panni lavati stesi tra i pali; sono lenzuola, asciugamani e abiti scuri. Il vento gonfia i rettangoli bianchi così che sembrano vivi: vele, teloni, sipari. Fanno pensare al cinema, allo schermo cinematografico. Sulla sabbia si scorgono due piccole ombre, mentre laggiù c’è un uomo di schiena e vicino tre piccole barche. Dietro, infine, s’intravede il cielo. Tutto si muove e tutto è fermo: come in un sogno.
In copertina, Pietro Donzelli © spiaggia fra Castellammare e Portici.
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