In viaggio con il Sultano

4 Luglio 2023

Nel leggere il libro di Marco Aime La carovana del Sultano (Einaudi, pp. 289, €28), è immediatamente chiaro quanto la storia di questo continente sia stata cancellata dalle dominazioni coloniali. Aime combina talenti diversi tra loro nel narrare benissimo il viaggio del sultano del Mali Mansu Masu, nel 1324, in pellegrinaggio alla Mecca per la hajj, il viaggio che ogni buon musulmano deve fare nella vita. Prima di tutto, Aime ha viaggiato e conosciuto molte aree diverse del continente africano e del mondo e quindi la sua erudizione ha sempre un tono ospitale, generoso, di chi guida un novizio in un mondo in cui deve fare parecchia strada per familiarizzarsi con clima, modi di fare, cultura: parla di luoghi, persone e conseguenze che, a prescindere dall’epoca remota, hanno per lui una presenza viva e li restituisce al lettore in modo sempre accessibile. C’è un’espressione molto bella in inglese, che andrebbe raccomandata a tanti accademici di tutto il mondo: he wears his erudition lightly, e cioè veste con disinvoltura la propria erudizione. O potremmo dire con l’espressione opposta italiana: è il contrario di un accademico paludato, di un saccente. 

Si comincia con una famiglia catalana, i Cresques, cartografi. Da qui Aime coglie l’occasione per guidarci in un racconto di cosa ci si immaginasse nel mondo più lontano, che allora era l’oriente e l’Africa, e in fondo ci interroga indirettamente su cosa significhi rappresentarsi un mondo che non conosciamo. Cosa immaginiamo oltre le coste settentrionali dell’Africa, che in questa narrazione appartengono interamente alla cultura mediterranea, non ancora spezzata in due? Scopriamo cosa raccontassero le altre mappe, il famoso Hic sunt leones che si accompagnava a animali fantastici, monocoli, le strabilianti rappresentazioni di popolazioni immaginate sul Gange da Sebastian Münster del 1575, che includevano uomini con la testa di lupo, altri con il viso nel petto, altri ancora che avevano piedi così grandi che, sdraiati, potevano usarli per farsi ombra. Un’idea dell’esotico che è in sostanza tutto quello che non è europeo e che, fatta per informare e avvicinare, inevitabilmente sortisce l’effetto contrario, e cioè descrivere l’incredibile distanza che c’era tra questi mondi. La compenetrazione del mondo arabo, ebraico e cristiano era invece stato a lungo un ambito culturale coeso e familiare, e l’alba della cosiddetta cultura europea, dall’università di Salerno alla Divina Commedia alla cultura spagnola, per non parlare di Venezia o Palermo, resta opaca se non capiamo quanto Oriente, Africa, Occidente siano idee politiche, costantemente riscritte dalle contingenze. Quindi ora avvicinate e ora separate dal racconto che ne facciamo. Lo stesso atteggiamento odierno degli europei nei confronti delle migrazioni e le espulsioni dei popoli, sono incomprensibili se non capiamo che questi racconti che costruiscono diversi mondi dallo stesso mondo, sono informati e nascono da motivazioni politiche.

Così il viaggio del Sultano, che aveva indubbiamente valenze diplomatiche, poneva il Male sulla carta geografica, letteralmente attraverso i cartografi e in senso più generale attraverso un’offensiva propagandistica. 

Con Aime ritroviamo esposti pregiudizi del passato che sono spesso anche quelli di oggi, ma il grande pregio del narratore è di non lasciarsi prendere la mano da facili predicazioni ideologiche: al contrario la sua prosa pacata permette anche a chi ha frequentazioni occasionali di quel mondo (non da arabisti o medievisti) un modo di crescere, capire meglio. 

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Aime si è dapprima avvicinato all’Africa da viaggiatore e antropologo; ma il suo interesse si è rapidamente evoluto. In realtà l’antropologia è per lui uno sguardo aperto su tutto, la storia e gli umani, la geografia e il mondo naturale. Pensare che l’antropologia nel novecento si era diffusa, a torto o ragione, come lo sguardo di uomini occidentali e culturalmente strutturati su popolazioni e territori che venivano considerati da interpretare, tentando di decifrare le loro società (Claude Lévi-Strauss, Bronislaw Malinowski, Margaret Mead, Marcel Mauss e tanti altri). Per quanto abbia sempre avuto al proprio interno una voce autocritica che cercava di evitare di finire nel confronto tra civilizzato e primitivo, finiva inevitabilmente col presentarsi in questo modo. Non per limiti dei suoi interpreti, che anzi al contrario lavoravano contro questo pregiudizio, ma perché questo era lo sguardo del mondo coloniale sui colonizzati.

Marco Aime ha un approccio invece completamente diverso, erudito e preciso: proprio dalla cartografia inizia un confronto tra testi e documenti e immaginazione e presto, anzi da subito, ci rendiamo conto che non siamo in un mondo parallelo mentre leggiamo il Mali trecentesco attraverso i nostri occhiali, ma al contrario, siamo nello stessissimo mondo del nostro medioevo. Cos’è allora l’altro sguardo che ci aspettavamo se non l’avvilimento, il declassamento di un intero continente avvenuto attraverso il colonialismo? Già in Hegel e Kant si trovano pagine straordinariamente razziste sull’Africa. L’accusano di essere un mondo senza storia o senza documenti, spesso perché non sono in grado di leggerli. Lo stesso John Locke, nella lettera sulla tolleranza, dove inizia il faticoso percorso degli europei nella separazione tra religione e stato, esclude dalla necessità di tollerare le diversità di opinione in materie religiose, cattolici (che erano gli antagonisti della libertà), ebrei e i musulmani perché pensano cose magiche. John Locke (1632-1704), proprietario di schiavi, è coevo al grande sviluppo coloniale inglese e olandese e della esplosione della deportazione di africani (12.000.000 di persone). Ecco, questo è il racconto che fa scomparire l’intero continente africano in un mondo magico, orientaleggiante nel modo in cui lo spiega Edward Said, cioè il luogo dell’immaginazione europea e non la storia di quel mondo. 

Qualunque siano le categorie per questo abbassamento così connaturato al racconto sull’Africa, il libro di Aime libera e apre, ci rende subito consapevoli che il Mali è come la Francia, la Polonia o l’Inghilterra: ha sempre avuto storia scritta e storia orale, strutture sociali complesse, religione, schiavismo. Lo straordinario pellegrinaggio alla Mecca del sultano Mansa Musa nel 1324, è uno degli eventi che segnano un continente e più di un’epoca. Immortalato da cronache e leggende, Aime cerca di confrontare i racconti con una verosimiglianza storica. Ad ascoltare alcuni la carovana era di addirittura 60.000 persone, trasportava oltre ai viveri, i militari che dovevano difendere il giovane e pare bellissimo sultano, una quantità leggendaria di oro, forse 12 tonnellate, 12.000 dromedari, musici, acrobati, cuochi, concubine e via dicendo. Cosa di tutto questo può essere vero?

Marco Aime ci avvolge nella sua natura favolosa delle cronache e riesce anche a proteggerci dall’orientalismo, a fornirci gli strumenti critici per interrogare i materiali così eterogenei su cui fonda la ricostruzione del viaggio. Più di qualunque guida, a chi si appresta a un viaggio in Africa suggerirei questa lettura per imparare a non dileggiare la leggenda e a saperla interpretare insieme ai documenti che riusciamo a reperire. Una bellissima avventura che se non ci permette di seguire il Sultano nel suo pellegrinaggio, ci pone tante domande su come l’Africa è raccontata abitualmente (a cominciare purtroppo dalle cronache militari, dove pare non si distruggano paesi con la loro cultura ma pezzi di deserto e zone già devastate e abbandonate, shitholes countries, come disse Trump). Al contrario Aime sa far parlare in ogni suo dettaglio quest’Africa. 

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