Speciale

La realtà del Medioevo

12 Giugno 2011

Da una parte l’elaborazione di rituali religiosi, dall’investitura in avanti, che danno quadratura valoriale alla cavalleria, insieme la sua codificazione nelle belle imprese cantate dai poemi, dall’altra la realtà della guerra nei lunghi secoli del Medioevo. Una volta infranto l’ordine territoriale romano le gigantesche migrazioni di popoli si travasano infatti da est nel crogiolo dell’Europa occidentale con ondate magmatiche che investono città, campi, armati e civili. Vi portano la sperimentata abitudine alla scorribanda come metodo nomadico del combattere, aggravata dalla fluidità di confini e dei diritti. Fino ad allora, come bambini eccitati dalla trasgressione del limite, si erano arrovellati attorno al limes, ora essendone accolti, ora volendolo travolgere, ora soltanto varcandolo per ripiegare con frequenti raid. A ciò si aggiunge un’economia per forza di cose depressa che faticherà a ristabilire produzione e scambi fin quando una nuova sistemazione generale non andrà a sostituire quella esistita per tanto tempo. Ne consegue che “il modo di gran lunga più diffuso di guerreggiare consistette in scorrerie devastatrici generalmente limitate nel tempo e nello spazio, così frequenti e così normali da costituire – si è calcolato – almeno l’80% degli episodi militari attestati dalle fonti” (Settia).

 

Durante l’alto e basso Medioevo dai genocidi di intere popolazioni alle beghe feudali, dai contrasti tra i comuni e le fazioni ai primi grandi scontri tra eserciti professionali e nazionali, l’obiettivo del bottino quale fonte improvvisa di arricchimento resta centrale nell’idea di una guerra che ha tutti  i tratti del brigantaggio semi-legalizzato. Ecco allora che il raid da forma eccezionale e completa in ogni elemento quale si incontrava nel mito, negli episodi dell’epica omerica e cavalleresca, diviene pratica quotidiana utilizzata un poco da tutti contro tutti. Allo stesso modo della guerriglia delle popolazioni più deboli contro la potenza romana è fatto endemico, in cui la preparazione, l’estremo coraggio e il rischio, l’eccezionalità dei protagonisti e la memorabilità dell’impresa si ridimensionano vertiginosamente, cosicché domina la sola dimensione dell’astuzia crudele. Anzi coloro che sono soliti praticare il raid vengono definiti con termini che, transitati dal linguaggio militare a quello comune, restano tuttora in uso con una valenza negativa d’area banditesca: scherano, per esempio non designa più già dal XII secolo tanto militi inquadrati in una scara (schiera) ma semplici razziatori, così masnadiero o brigante.

 

Effettivamente la Chiesa cercò di ridurre la terrorizzante onnipresenza di guerre e guerricciole private nel mondo cristiano introducendo una serie di luoghi e tempi franchi (i mercati e gli ospizi, l’avvento e la Quaresima etc.), nonché di persone intangibili quali le vedove, gli orfani, i pellegrini e i chierici. Ancor più radicalmente cercò poi di spostare al di fuori dei confini della cristianità le ribollenti forze dei cavalieri fissando mete nobili: Gerusalemme da liberare, gli infedeli da combattere. Il cavaliere diviene allora un garante della pace, con strane consonanze rispetto alla pax romana di ieri o alle espressioni di oggi che censurano sempre più il termine guerra tranne per chi la porta dell’esterno o la subisce in quanto fuori dalla vera comunità. Operazione ancora più ambiziosa la rifondazione morale del cavaliere onorato, coraggioso, difensore spontaneo e gratuito dei deboli e dei correligionari. Tuttavia il cavaliere feudale, che domina militarmente l’Europa dal X al XIII secolo, proprio in virtù della sua dimora – il castello – del suo strumento – il cavallo – viene maggiormente trascinato al raid. L’incastellamento, segno di distanza e di superba superiorità, di imprendibilità che eccita però la volontà di reciproca violazione, è il luogo da cui partire per rapide scorribande a cavallo e dove ritornare intatti e carichi di preda. Questioni di confine, d’onore, di parentela e di arricchimento fanno scoccare la scintilla.

 

Le scorrerie che hanno lo scopo di sostentarsi a spese delle risorse dei vicini attraverso raid di sottrazione avvengono comunemente dall’alto Medioevo all’età delle signorie e del consolidamento degli stati nazionali in una infinita ridda di colpi di mano, vendette, riprese del bottino rubato, inseguimenti, trappole, accuse e querimonie. Può essere interessante citare il caso della Spagna sia per la continuità con la resistenza celtibera con i Romani e le vicende già citate di Sertorio che anticipano la guerrilla antinapoleonica, sia per la significatività ideologica della frontiera che separava cristiani e mussulmani durante il lunghissimo periodo della Reconquista. Qui i termini che designano i raid di razzia con varie sfumature non per caso si moltiplicano; i principali sono algara, una razzia con cavalleria leggera, e cavalgada, che vede la presenza di un maggior numero di soldati. Qui, tra i montanari aragonesi e catalani, nascono, già menzionati nel XIII secolo spontanei corpi franchi “campioni nella razzia e nell’attacco a sorpresa […] vestiti ed equipaggiati in modo semplice e disadorno: una correggia, un accendino e uno zaino di cuoio in cui hanno una sporta di pane per tre giorni, ma la loro sobrietà è tale che all’occorrenza sanno vivere anche di sole erbe; sono armati con un coltellaccio, due dardi e una lancia” (Settia).

 

Se si prende l’epopea della Reconquista, ovvero il cantare del leggendario Rodrigo Diaz detto il Cid, si riscontrano veri elementi paradigmatici delle operazioni di guerra del tempo. Egli combatté come alférez (capo delle forze armate) prima per Sancio II di Castiglia contro il fratello Alfonso VI di Leon, poi al fianco di quest’ultimo; combatté quindi per sé stesso contro gli emirati della Spagna meridionale, e talvolta al loro servizio, fino a crearsi un proprio dominio personale a Valencia dove morì nel 1099. Cominciò allora la glorificazione da parte cristiana appunto nel Poema del mio Cid, redatto intorno alla metà del 1100, e nei successivi e numerosi cantari e romances, nonché opere teatrali quale quella di Corneille giù giù verso il Novecento. Basta citare la prima avventura del cantare, cioè l’entrata nel regno moro di Toledo, e la presa di Castrejon di Henares, per ritrovare il raid a cavallo, con la sua consueta mitologia e la sua sete di bottino. Al centro della narrazione si trovano i cavalieri: “Volle vedere le sue genti il Cid Campeador/ senza por mente ai fanti, uomini di valore,/ contò trecento lance e tutte hanno il pennone (XXI, vv. 417-19). Seguono le istruzioni che evidenziano i caratteri di sorpresa e di scorribanda (“Voi, con cento uomini di questa brigata,/ dopo che avremo colto Castrejon d’imboscata/ vi prenderete stanza…/ Voi con duecento uscirete in cavalcata” XXIII, vv. 440-42), quindi l’esortazione del Campeador, con implicito paragone alla caccia, a sottrarre ogni cosa senza timidezze (“fino a Alcalà giunga la cavalcata,/ razziando ogni cosa, facendo buona caccia:/ che per paura dei Mori nessuna preda sia tralasciata” XXIII, vv. 446-48). La città scarsamente presidiata viene presa e attorno si scatena ugualmente la razzia che non fa distinzioni tra uomini e animali (“a mori e a more davano la caccia/ ed alle greggi sparse per la campagna” XXIII, vv. 465-6) e si compiace del ricco, mescolato bottino (“vasta è la preda che viene riportata./ Di pecore e di vacche han fatto gran caccia,/ e di vesti e di altre ricchezze in abbondanza” XXIII, vv. 480-81b).

 

All’interno del ristretto e rissoso mondo comunale italiano sono numerosissimi i raid utilizzati come provocazione e sfida per indurre l’avversario a combattere, per irriderlo e riportar gloria da novellare attorno al proprio campanile come per sfregio fecero i fiorentini diroccando l’abbazia di San Savino e abbattendo un simbolico albero secolare. Ancora non si contano le spedizioni punitive scambiatesi tra città rivali oppure organizzate da potenze superiori per castigare ribelli o traditori (esemplare dell’ira imperiale quella di Federico I contro la recalcitrante Milano nel 1167. L’esercito comunale affiancava allora alla cavalleria – il fiore del Medioevo – composta da cittadini abbienti che potevano mantenere i propri animali, da mercenari o ancora da contingenti alleati, di nuovo un gran numero di appiedati provenienti dalle classi inferiori della città e del contado. Ai primi la cavalcatura, ferrata e munita di staffa, consentiva di essere i professionisti del raid, i pedites invece, che provenivano per tradizione nel Medioevo dalle classi più basse, se non proprio da marginali di differente risma, con il comune ormai consolidatosi vengono reclutati sulla base dei quartieri o delle corporazioni, cosicché, meglio armati (con lancia lunga o arco) e animati da spirito civico, cominciano a ricoprire un ruolo importante come nella storica vittoria fiorentina di Campaldino contro gli aretini. All’interno dell’esercito comunale stavano reparti speciali addetti appunto al raid distruttivo; per esempio la Firenze del 1260 contava duecento guastatori pagati con dodici denari alla giornata, agli ordini di propri ufficiali e dotati di bandiere di riconoscimento. Ad essi nel medesimo periodo si affiancava la gualdana, un insieme di uomini più simile a una banda che ad un vero e proprio reparto, con compiti precipui di ruberia e devastazione. I saccardi o saccomanni infine raccoglievano quel variopinto bottino fatto d’oggetti domestici, armi e bagagli, animali d’ogni specie, masserizie e attrezzi da lavoro, legname, preziosi e uomini ben nati da riscatto.

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