Antonella Anedda, Geografie

«Perché scriviamo? Non per lasciare le nostre tracce ma perché le cose così disperatamente irreali e fugaci si attardino ancora un po’ nel mondo». Così scrive Antonella Anedda, voce lirica tra le maggiori della nostra lingua, in questo suo ultimo imprevedibile e fulmineo libro che sfida con riservata e composta discrezione i generi letterari. Trattato poetico-filosofico, midrash, antologia di racconti-saggio, raccolta di aforismi. Geografie (Garzanti, pp. 168, euro 16) accetta tutte queste definizioni e insieme le trasgredisce in una sfida ai generi, come già aveva fatto, seppure in altre forme, con i precedenti La vita dei dettagli (Donzelli 2009) e Nomi distanti, uscito per la prima volta nel 1998, recentemente ripubblicato nella bella edizione Aragno. 

 

Dentro queste pagine di viaggi e microviaggi, reali e immaginari, ci si sposta attraverso paesaggi, ambienti e personaggi (una sintesi di quello che Fosco Maraini ha definito con il binomio “endocosmo” e “esocosmo”) che potrebbero sembrare insignificanti senza il concreto apporto dell’intelligenza e della sensibilità di una mente allenata a rilevare i particolari, i “dettagli”, appunto: milioni di causa ed effetto che possono rendere indimenticabile e unica l’esperienza più banale, come le sfaccettature di una pietra preziosa. 

La prosa poetica di Anedda fonde, nella materia incandescente della parola, particolare e universale, infinito e infinitesimo, cosmo e microcosmo perché, come osserva l’autrice: «Immaginiamo sempre cose ulteriori, nel momento in cui vediamo quelle che chiamiamo reali, le sovrapponiamo e le apriamo, sviscerando e dentro si infila tutto».

Il racconto del tempo presente è incastonato nella descrizione di eventi storici, la quotidianità si mescola ironicamente allo Spirito del Mondo: ogni luogo, se lo si sa osservare, è impregnato della storia del suo popolo, tanto quanto di quella personale dei suoi attuali abitanti. Così come ontogenesi e filogenesi sono processi che riguardano lo stesso organismo.

 

«La storia è un’ininterrotta geografia, la geografia è una storia interrotta? La geografia è uno spazio dove la storia potrebbe spezzarsi, pestata dai passi di vivi e morti?», si chiede Antonella Anedda. In queste pagine protagonista è la materia terrestre della vicenda umana, con i suoi orrori e le sue altezze. La cultura e la storia tanto dell’Occidente quanto dell’Oriente, dalla Grecia alla Mongolia, dal Sinai a Osaka, vengono calate direttamente nelle cose, nelle pietre, nelle rughe sul volto degli uomini. Qui il tempo della storia, cioè il tempo in cui viviamo, non è però l’unico tempo del mondo; e tener presente l’altra dimensione temporale, quella geologica e biologica, ci aiuta a comprendere meglio molte cose, e forse anche a tener viva, quando il tempo storico sembra farsi più cupo, un po’ di speranza. «Sgretolarsi significa putrefazione ma anche cambiamento. Il seme cade nella terra, il monte poggia sulla terra, la terra può smottare. Se la base della montagna è grande lo sgretolamento può essere evitato», scrive l’autrice in uno dei passi più toccanti del libro.

 

La storia è fatta di tanti piccoli fatti, di eventi grandi e minimi che spesso s’ingarbugliano tra loro. Diversi fili conduttori tessono la “trama” del libro e accompagnano il lettore, quali immagini o figure ricorrenti: i rapporti fra i paesaggi e senso del tempo, l’identità e la sua incertezza, l’amore, l’ombra della morte.

Anedda fa originalmente propria la “doppia vita” di Gottfried Benn: un responsabile, caldo e forte io di una mente che racchiude un insondabile, impersonale, anarchico io lirico, lo stesso che abbiamo incontrato nella sua poesia, in particolare nell’ultima raccolta Historiae (Einaudi 2018). La sua narrazione prende spesso avvio da piccoli elementi per elaborare considerazioni generali, ripercorre la storia; descrive incontri con figure umane particolari, spesso frequentatori abituali dei luoghi con una loro vicenda da raccontare.

 

 

L’io che percorre queste “geografie” si dimostra un saggio e dolente conoscitore della vita e degli uomini, sensibile ascoltatore delle vicende più varie – divertenti, liete, o tragiche – e delle voci della natura, degli animali, delle piante, delle pietre, delle onde, della luce e delle stelle. Ciascuno di questi mondi così diversi – che tuttavia si rispecchiano e si integrano – vive nella compresenza di presente e di passato, epifania dell’attimo e memoria, ore fuggitive e secoli lontani. 

 

Nello scorrere del tempo, Anedda scorge la presenza di una piega, un risvolto impercettibile che può far dialogare la Storia e i suoi contorti tentacoli con l’umiltà delle nostre apparentemente insignificanti microstorie. Come avviene nelle pagine intense dedicate a Lesbos, l’isola nata «non dalla separazione ma emersa dall’acqua e scavata di lava», dove «Aristotele in esilio nel 344 a.C. ha scritto [...] la sua opera più protoevoluzionistica: l’Historia animalium». Tutto comincia da un dettaglio: una giacca femminile abbandonata sulla strada, una giacca inusuale, di buona fattura in stile orientale, ma strappata. Questa è la prima scena che l’osservatore-narrante vede appena atterrato sull’isola, con un volo da Roma; a poca distanza un gommone grigio scuro quasi sgonfio e ancora un salvagente.

 

Da questo particolare, che l’occhio del narratore descrive con la tecnica di uno zoom fotografico, inizia la discesa agli Inferi, il disvelamento della tragedia che segna la nostra storia più recente, quella dei migranti arrivati su questa terra dopo viaggi lunghi e estenuanti, uomini e donne che indossano cappotti e sciarpe, nonostante l’afa e i 32° di temperatura, perché scappando devono portare più cose che possono. «Ci ha impietrito l’impotenza di fronte a una realtà vista senza lo schermo del televisore, oltre il vetro, la concretezza dei bisogni, del cibo, della paura, ma anche della speranza e della spinta verso un’altra forma di esistenza, più forte della disperazione. Tutte queste persone sembravano completamente sole, esauste, ma sostenute da qualcosa che non so definire se non come coraggio dell’attesa». Nello scorrere delle parole e del racconto, la prima persona plurale si stempera nella prima singolare, la realtà si cuce nella stoffa della memoria personale: «Erano sfollati e di colpo mi sono ricordata – era questa la parola usata da mia nonna e da mia madre che allora era ragazzina: sfollati, via dalla folla e dalla follia».

 

Guardare in faccia la Medusa è l’unica possibilità di resisterle, sembra dirci Anedda: «Forse l’unica cosa che gli esseri umani possono fare è imparare e imparando cambiare, guardando davvero le persone negli occhi, una a una. È impossibile che dalla consapevolezza di andare comunque verso la morte non riesca a nascere – almeno a tratti – almeno una volta una solidarietà? Risposta: è così, a tratti nasce, si dilegua, ritorna». Con queste pagine, che – come direbbe Kafka – colpiscono come un pugno, Anedda scuote il lettore e la sua consueta visione delle cose, facendo i conti con quella sgradevolezza talora insopportabile della vita che è una sua verità e non può essere elusa o ammorbidita.

 

Geografie è un libro epico e pieno di pietas per ognuno degli innumerevoli destini di cui parla. E in questo senso è anche un libro politico, ancora più prezioso oggi di fronte al volgare e sgomento rifiuto della politica che minaccia la visione del mondo e il senso del futuro. La coscienza contemporanea si dibatte, soprattutto in Occidente, in un’impasse inaccettabile e fatale, fra Scilla e Cariddi, fra un realismo o classicismo progressista, le cui istanze umanistiche s’irrigidiscono in un conservatorismo anacronistico e repressivo, e una rivendicazione libertaria, che si degrada in una nietzscheana “anarchia di atomi”. Pochi autori, e ancor meno poeti, oggi aiutano ad affrontare quest’ingorgo come Anedda, che con la sua signorilità intellettuale – e la sua dialettica di vicinanza-lontananza alla vita, alla storia e alle cose – difende la soggettività senza abdicare all’universalità, resiste al totalitarismo senza perdere di vista una prospettiva globale della realtà. Con questa opera, che sotterraneamente può essere letta anche come appassionata e lucida riflessione sul rapporto della letteratura con l’etica e la politica, l’autrice mette in luce contemporaneamente la necessità dell’impegno e l’altrettanto necessaria irresponsabilità della letteratura.

 

In questo libro troviamo dunque al più alto livello anche il pensiero poetico dell’autrice, nella meditazione sulla natura e sul tempo, nell’oscillare tra oggetti e precarietà dell’esserci, sostenuto da un’originale forza autonoma e innovativa della scrittura, dove l’occhio del poeta che osserva sceglie e conduce in una dimensione ulteriore la materialità delle situazioni e della reale esperienza. «Sgretolarsi – ricorda Anedda nella pagina finale del libro – significa lasciarsi erodere, sgretolarsi permette di coagularsi di nuovo. Ricominciamo».

 

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