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Attenti all'orso!

“L’orso è partito, ormai da ore, e io aspetto, aspetto che l’obnubilamento si dissolva. La steppa è rossa, le mani sono rosse, il viso tumefatto e lacerato non è più lo stesso. Come ai tempi del mito, è l’indistinto a regnare, io sono questa forma incerta dai tratti scomparsi sotto gli squarci aperti nel volto, ricoperti di umori e di sangue: è una nascita, perché manifestamente non è una morte.” Cosi comincia, senza tanti giri di parole, il bel libro scritto dall’antropologa Nastassjia Martin, Croire aux fauves, uscito l’autunno scorso in Francia e di prossima traduzione in Italia. Fin dalle prime righe, infatti, di questo si tratta: di “credere alle fiere”.

 

In queste giornate estive in cui le cronache parlano con frequenza di incontri e di scontri con orsi sulle montagne trentine (ma il discorso potrebbe allargarsi anche al lupo), e delle polemiche che li accompagnano, credere alle fiere non vuol dire prenderle sul serio perché selvaticamente pericolose. No. Qui, con uno di quegli spiazzamenti propri all’antropologia, vuol dire piuttosto: prestarvi fede. E, in un certo senso, come fa l’autrice, affidarvisi, consegnandosi all’altrui capacità. Con l’andamento frammentato del carnet di note, il libro è infatti un tentativo di comprendere cos’è realmente accaduto quel giorno di agosto di alcuni anni fa, da qualche parte su un plateau vulcanico nelle montagne della Kamčatka, quando superato un avvallamento del terreno che li nascondeva sottovento l’una all’altro – “lei non l’ha visto arrivare, lui non l’ha sentita” – un’antropologa francese in gita e un orso a spasso si trovano improvvisamente faccia a faccia. Entrambi sorpresi. Entrambi senza una via di fuga. Entrambi impauriti. A quel punto, non sono più soltanto i rispettivi sguardi a incrociarsi per un istante, ma sono gli stessi corpi che finiscono per “mescolarsi” nella lotta che segue. E il confine tra due mondi, quello umano e quello animale, salta. Come ai tempi del mito, certo. Solo che in questo caso, il mito è qui, si è ricongiunto con la “realtà”, incarnandosi nel corpo dell’una, come in quello dell’altro. 

 

È riflettendo su questa soglia tra mondi diversi improvvisamente fattasi incerta che Nastassja Martin, da specialista del mondo subartico, e in particolare, delle regioni delle grandi foreste che si trovano da una parte e dall’altra dello stretto di Bering, costruisce il suo racconto. Lo fa perché là dove ha a lungo vissuto per le sue ricerche – prima tra i Gwich'in di Fort Yukon, in Alaska (ai quali alcuni anni fa ha dedicato un’interessante monografia intitolata Les âmes sauvages. Face à l'Occident, la résistance d'un peuple d’Alaska) e, più di recente, tra gli Even che abitano lungo il fiume Icha, nell’estremo oriente siberiano della Kamčatka – si è confrontata con i sostrati e i sistemi di significazione animisti di queste popolazioni che ancora vivono, o sono ritornate a vivere (come nel caso degli Even), di caccia e raccolta e, allo stesso tempo, devono misurarsi con i profondi cambiamenti ambientali che rendono sempre più “incomprensibile e incontrollabile” il mondo in cui abitano. Lo fa anche perché è consapevole che l’antropologia è, tra le altre cose, anche una forma di testimonianza che si interessa a ciò che resta di un’esperienza particolare del mondo, alle relazioni che la attraversano, alle domande che solleva, accettando di interrogare e comprendere dentro la propria scrittura quel groviglio di sentimento e di ragionamento a cui ci si è esposti. Là, in quel luogo, a quel momento. E a come questo “resto”, gli archeologi lo sanno bene, possa avere non soltanto ancora una certa “potenza”, una qualche capacità euristica, ma anche una sua possibile “attualità”, qualcosa che possa riguardarci qui e ora. 

 

C’è qualcosa, si chiede a un certo punto l’antropologa, che in qualche modo possa aver anticipato, se non prefigurato, questo incontro inatteso, a tal punto da “spingerla” nelle fauci di un orso? Forse il fatto di averlo già incontrato più volte in sogno – il sogno come un vettore tra mondi diversi, talvolta insopportabilmente insistente e pervasivo – nei suoi lunghi periodi di ricerca sul campo? O, ancora, il fatto di averne già incrociato una volta lo sguardo nella foresta? La domanda aleggia sospesa attraverso tutto il racconto, e non potrebbe essere altrimenti.

 

 

Perché presa sul serio, quella domanda interroga radicalmente lo statuto, la “scientificità”, di un sapere come quello dell’antropologia che di fatto prende forma nell’imparare a pensare assieme a coloro con i quali si condivide l’esistenza. Il che rende in questo caso piuttosto illusoria l’idea di poter mantenere quella che siamo soliti chiamare “distanza critica” rispetto a tutte queste faccende “di anime mescolate e di sogni animici”. Soprattutto quando l’anima rimescolata è la tua, e non quella di coloro con cui stai vivendo. “Sai, vero, che tu sei già matukha (orsa)?” aveva detto all’autrice uno dei suoi amici Even, prima che il successivo incontro con l’orso la trasformasse in miedka (colei che è stata marcata dall’orso), rendendola di fatto agli occhi di alcuni una figura liminare, a metà tra l’umano e l’ursino (e proprio per questo, da evitare perché pericolosa). Perché fare ritorno dopo aver oltrepassato il limite con l’altro mondo, cosa di per sé rara, comporta sempre il rischio di alterarsi, di uscirne trasformati, e non solo nel corpo. 

 

Attraverso le sue vicissitudini dentro e fuori dagli ospedali, alle prese con i loro protocolli e con una mascella da risistemare, Nastassija Martin accetta il fatto che “non traversiamo solo i mondi che studiamo, ma siamo traversati da quegli stessi mondi”, e che il render conto della metamorfosi provocata da questi attraversamenti – ricordate la fine della citazione iniziale:  “è una nascita, perché manifestamente non è una morte” – non è affatto qualcosa che va da sé. Ecco allora la necessità di provare a riconsiderare riflessivamente anche la parte più personale, inquieta, di quanto è accaduto prima, durante e dopo l’incontro-scontro con l’orso. Senza ridurre quest’ultimo a uno specchio dell’anima. E anche quando il linguaggio incespica. “La stabilità degli esseri e delle cose mi sfugge, la loro organizzazione in sistemi intellegibili e istituiti anche, la possibilità della loro perennità nel tempo mi ha abbandonato. I miei “dati”, quelli che avevo accuratamente raccolto, quelli che avevo cominciato a mettere in fila per creare un mondo – quello che volevo condividere con i miei contemporanei – giacciono ora ai miei piedi come altrettanti legami spezzati che, più tardi, bisognerà pure rimettere assieme altrimenti. Perché? Potomou cheto nado jit dalché. Perché bisogna poter vivere ancora un po’, come dicono tutti quelli che abitano qui nella foresta sul fiume sotto il vulcano. Bisogna poter vivere dopo con e di fronte a quello: solo vivere ancora un po’.” (In tutt’altro ambito, il compositore György Kurtág ha detto una volta qualcosa di molto simile: “Là dove le parole non possono andare più lontano, si può ancora trovare qualche cosa...”).

 

Vivere in foresta, lontano da tutto, immersi in una cosmologia che si rapporta agli esseri del mondo con modalità diverse dalle nostre questo insegna: la necessità esistenziale di “mantenere una forma di comunicazione”, costantemente rinegoziata e non per forza amicale né pacifica, con l’insieme degli esseri viventi che la popolano e con i quali ci si trova a convivere. Perché, dice il figlio di Daria, la donna che ha accolto l’antropologa nella sua casa, “se l’orso ha attaccato, è perché ha incrociato qualcosa in quello sguardo”. L’idea tutta nostra, occidentale, che gli animali siano qualcosa di completamente altro da noi, un’esteriorità assoluta, si confronta qui con la varietà di forme attraverso le quali si stabiliscono concretamente i rapporti tra mondo umano e non-umano nel quotidiano, diurno e notturno, degli Even. Perché nelle storie, nei sogni, nelle battute di caccia quello che è in gioco è il tentativo continuo di delineare i limiti, per quanto incerti e mutevoli, intorno ai quali poter definire almeno provvisoriamente le relazioni spesso imprevedibili con i propri vicini non-umani.

 

Si potrebbe dire, prendendo in prestito un’espressione usa da Tim Ingold in un saggio importante, Sogno di una notte circumpolare (ora tradotto nel bel volume curato da Roberto Brigati e Valentina Gamberi, Metamorfosi. La svolta ontologica in antropologia, Quodlibet) che si tratta di ripensare il grado del nostro “coinvolgimento in un ambiente” in cui la nostra vita si intreccia con quella di “altri da noi”. Croire aux fauves di Nastassija Martin è un esempio magnifico di questa forma di coinvolgimento, di condizione di presenza nel mondo, e anche della tensione tra quello che la vita è per qualcuno, nel concreto del suo quotidiano, e quello che a partire da lì possiamo dire su ciò che la vita potrebbe essere, più in generale, che contraddistingue quella cosa che chiamiamo antropologia. Con tutti i rischi del caso, compreso quello di vedersi cambiare la vita per un incontro inaspettato.

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