Attraversare la guerra. Mondo in pezzi

Chi scampa a una guerra parla di continuo del pericolo scampato, oppure si chiude a chiave dentro il silenzio. Primo Levi sosteneva fossero i due istinti di chi sopravvive: chiedere alle parole di aggrapparsi al corrimano di chi è ancora vivo, o viceversa lasciare che, dentro la testa, le parole facciano scempio di tutti gli altri pensieri. Salvo eccezioni, dopo la seconda guerra mondiale vinse la reticenza. Chi sopravvisse pensò che portare il silenzio a tavola, a cena, fosse il modo migliore per proteggere i figli. Il teatro di guerra tenne in cartellone l’orrore solo per loro: fece repliche continue nei sogni, fece urlare gli ex combattenti contro il cuscino. Le donne li abbracciarono sperando passasse, e fu istinto di madre più che di moglie. Quanto ai figli, quando i padri poi morirono provarono a sollevare il macigno di quel silenzio di protezione e si accorsero di quanto era pesante non sapere nulla, avere il niente come unico ricordo del padre. Alcuni dei figli furono salvati dai bambini: anche i più silenziosi dei reduci spaccarono la reticenza davanti ai nipotini. E fu così che trasformarono l’orrore in avventura: aprirono le porte del teatro e fummo tutti meno soli.

 

 In Anatomia di un soldato, di Harry Parker, appena pubblicato da Sur nella traduzione di Martina Testa, chi racconta è uno di quei nipoti. Oggi il mondo è cambiato, chi è al fronte manda notizie, invia selfie stranianti, mostra a chi resta cos’è una guerra. E quando torna racconta. Harry Parker ha trentatré anni. È nato nel 1983, nello stesso anno di Phil Klay, un altro nipote diventato soldato, che nei racconti di Fine Missione (Einaudi 2015, traduzione di Silvia Pareschi) ci ha raccontato cosa significa tornare. Harry Parker si è arruolato nell’esercito britannico quando aveva ventitré anni. Nel 2007 era sul fronte iracheno, nel 2009 in Afghanistan. È lì che l’esplosione di una bomba gli ha fatto saltare in aria la prima vita, e la medicina e la tecnica gli hanno consegnato la seconda. Ha perso entrambe le gambe, le ha sostituite con due protesi, e dopo ha scritto questo libro potentissimo. Tra le pagine leggiamo: “Lo so che non posso cambiare niente comunque, quindi è stupido dirlo, ma se uno in questo momento venisse a chiedermi se voglio tornare indietro nel tempo e far sì che questa cosa non sia mai successa, io gli direi di no”. Il protagonista si chiama Tom Barnes, combatte sul fronte afghano, ed è identificato con la sigla “ba5799”. È quel codice alfanumerico, infatti, a far mostra di sé su tutti gli oggetti nei quali si scompone la personalità del capitano inglese. Sarà quel codice, per primo, a essere trasmesso quando Tom Barnes salterà in aria e si comincerà una corsa contro il tempo per tentare di salvare, se non proprio ogni porzione del suo corpo, almeno la sua vita. Come si fa a ritornare al nome?, si chiede in qualche modo Harry Parker attraverso Tom Barnes. Come si fa, cioè, a tornare a casa e poi a rimetterselo addosso quando tutto è ormai cambiato irrimediabilmente? Soprattutto: come si fa a tornare interi, quando non è solo il mondo a essere andato in pezzi, ma il corpo, ovvero l’estensione fisica dell’io? Quale sarà l’immagine finale, se i pezzi del puzzle non sono gli stessi, se il corpo ha due gambe in meno?

 

 

Per rispondere a questa domanda spaventosa, Harry Parker decide di interrogare i singoli pezzi nella scatola del mondo. Chiede cioè a 45 oggetti che hanno accompagnato quella tragedia di raccontarla. Dà loro la parola, chiede loro di soccorrere quel corpo mutilato, di aiutare il capitano a ridefinirsi, a riprendersi il nome che ha avuto quando è venuto al mondo. E di raccontare anche le storie complementari, quelle del ribelle Latif, e quella di Faridun che vorrebbe soltanto vivere in pace nel proprio villaggio. “Sono un lettino da campo, pieghevole. Il mio numero di inventario è 7105-99-383”. “Sono una miscela di globuli bianchi e rossi, fattori coagulanti, plasma e piastrine”. Invece di chiudere gli occhi per non vedere, Parker/Barnes si fa raccontare, chiede a loro di testimoniare. Gli oggetti che testimoniano per il testimone. E dunque lo zainetto verde oliva da trenta litri con cui è andato a combattere. L’orologio. L’elmetto con il quale pensava di salvarsi. Una lettera da imbucare. Il fungo che gli stava mandando in cancrena la gamba (“Mi identificarono come uno zigomicete. Io sarei sopravvissuto e tu no. Ti stavo facendo morire, e a quel punto sarei morto anch’io”). La medaglia al valore (“Io scintillavo. Sono una medaglia per servizio operativo, un disco d’argento di 36 millimetri di diametro con un’effigie coronata sul davanti”). Il catetere, la struggente borsa della madre, la protesi, la sega circolare che gli ha menomato il corpo per sempre. Una banconota. La bandiera nazionale che sventola un’insensatezza piena di colori.

 

Harry Parker ci racconta la guerra come non l’avevamo mai vista. Perché prova a dire che cosa resta di uomo dopo averla attraversata, ma senza che sia la vittima a dirlo, senza che a testimoniare sia lui. Che cosa resta del mondo, dopo che l’uomo l’ha fatto a pezzi? È questa la domanda che spegneva la luce dentro la testa di coloro che erano sopravvissuti alla seconda guerra mondiale. Era questo il buio apparecchiato per cena nelle cucine degli anni Cinquanta e Sessanta, e che nessun lampadario sopra la tavola riusciva a schiarire. Come si fa a ridefinire i confini del mondo? Parker lo fa chiedendo agli oggetti di farsi geografi, di avventurarsi nelle terre del terrore e poi tornare indietro a dare notizie. “Hic sunt leones”, scrivevano gli antichi cartografi quando con la matita arrivavano all’ignoto, quando dovevano disegnare le porzioni di mondo che nessuno aveva mai visto. Inventavano una storia: c’erano una volta dei leoni. Che era l’unico modo per riuscire a stare di fronte al mistero di quel che l’uomo non sapeva. “Hai guardato il punto dove adesso finivi”, dice uno dei geografi – la flebo – a Tom che guarda sgomento la sua mappa, la sua nuova anatomia.

 

Questo articolo è apparso su "La Repubblica".

© Francesco Cito

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