Babij Jar. Polvere e cenere

«Corsi a guardare i bambini tedeschi. I finestrini erano aperti, i bambini sedevano liberamente, ben vestiti, con le guance rosee, ed erano piuttosto chiassosi: urlavano, strillavano, si sporgevano dal finestrino –, un vero giardino zoologico. E a un tratto mi arrivò uno sputo dritto in faccia. Non me l’apettavo, ma loro, ragazzini proprio come me, tutti con le camicie uguali […], si raschiavano la gola, prendevano la mira e mi sputavano addosso con una sorta di freddo disprezzo e di odio negli occhi. Dal rimorchio sputavano le bambine. Senza riprenderle, le educatrici sedevano impellicciate (le adoravano, quelle pellicce, non se ne separavano neppure in estate). Il tram e il rimorchio scivolarono davanti a me che li guardavano inebetito e davanti a tutta la fila, come due gabbie piene di scimmie inferocite e urlanti, che coprivano di sputi la folla». Dopo decenni di sostanziale latitanza per parte del nostro mercato editoriale esce finalmente una nuova edizione, curata con acribia filologica da Emanuela Guercetti, del volume di Anatolij Kuznecov Babij Jar (Adelphi, Milano 2019, pp. 454, euro 22,00). Le fortune, ma soprattutto le avversità, che accompagnarono il manoscritto, prima accetto, poi editato dopo una draconiana censura della sua composizione dalle autorità sovietiche, quindi consegnato all’oblio e solo oggi a nostra integrale disposizione, sono in parte ricostruite dallo stesso autore, scomparso oramai quarant’anni fa. Le vicende resocontate in forma di testimonianza letteraria – «romanzo-documento» è il sottotitolo del volume – inseriscono una della pagine più brutali del Novecento, lo sterminio degli ebrei europei, dentro un tempo ampio, quello delle vicende dell’Ucraina del primo Novecento, e nella dimensione della coscienza che di esse ne maturarono i protagonisti nel mentre i fatti si svolgevano.

 

D’altro canto, la storia di una fresca giovinezza, quella del protagonista, il dodicenne Tolik, nel Paese occupato dai tedeschi e poi riconquistato dai sovietici, non poteva non confrontarsi con il lungo respiro degli eventi storici di cui furono protagonisti e vittime quanti abitarono quei luoghi. Si trattava di fatti tragici, destinati a segnare non solo quelle popolazioni ma l’intero Continente. La loro evoluzione, nel mentre si consumavano, si incontra, nella testimonianza dell’autore, con le pratiche di sopravvivenza che un’intera comunità di esseri umani cercava di alimentare dinanzi alla disintegrazione della sua dignità e alla riduzione in schiavitù. Le maggiori brutalità nelle politiche di conquista e di sottomissione praticate dal Terzo Reich, infatti, si misurarono proprio nei territori dell’Europa orientale, tra il 1939 e il 1944, dalla spartizione della Polonia in avanti, fino all’arrivo dell’Armata rossa, quando questa pose termine all’efferato dominio nazista. Il richiamo a Babij Jar, variamente traslitterato, raccoglie il senso di quegli eventi. Ma anche di molti altri, che li precedettero e li seguirono. Per meglio capirsi, è bene allora concentrarsi sui fatti, per poi ricostruire il filo logico del libro, insieme non solo alle storie di vita che racconta ma anche alla sua stessa storia di testo sezionato, purgato, “devirilizzato”, privato delle sue continue incursioni critiche nei riguardi dei sovietici, quindi opera sospesa nel limbo incerto del poststalinismo. Babij Jar è una località, in prossimità della città di Kiev, capitale dell’Ucraina, in cui sono ubicate delle fosse naturali. Note alla popolazione locale, di fatto fino all’arrivo dei tedeschi durante la Seconda guerra mondiale costituivano parte dell’orografia minore dell’area extraurbana.

 

Con l’«operazione Barbarossa», l’invasione nazista dell’Unione Sovietica, la rapida avanzata delle truppe portò alla conquista della capitale ucraina già il 19 settembre 1941, due mesi dopo lo scatenamento dell’aggressione. Si trattava di una guerra non solo di conquista ma anche di sterminio, basata su una serie di presupposti spietati, tra i quali l’eliminazione sistematica della popolazione ebraica, la distruzione dell’articolazione organizzativa del partito comunista, l’assassinio dei suoi membri, l’asservimento delle popolazioni slave, il soggiogamento totale delle società e delle economie locali agli interessi di Berlino. L’idea di fondo era quella di praticare la guerra come uno strumento di trasformazione socio-demografica dell’Est. A conclusione del conflitto, nel volgere di un paio di generazioni, il consolidamento germanico si sarebbe tradotto in una signoria assoluta. La visione nazista dell’Oriente, anzi del Drang nach Osten, la «spinta verso Est», era informata a un imperialismo biologico, fondato sul combinato disposto tra colonizzazione, schiavismo e annientamento fisico. Verso gli ebrei era praticato il genocidio; agli slavi veniva imposto l’etnocidio. Se questa è la cornice storico-politica, il rimando a Babij Yar assume un significato specifico. Cinque giorni dopo l’ingresso dei tedeschi in città, alcune mine, antecedentemente collocate negli edifici del centro, laddove gli occupanti si erano nel mentre acquartierati, furono fatte brillare. Era un clamoroso “omaggio di benvenuto” che provocò un grande numero di morti, sia tra i nuovi padroni che nella popolazione civile. I quartieri centrali furono colpiti con particolare intensità, tra l’altro lasciando un grande numero di abitanti, forse quasi cinquantamila, a lungo senza tetto. Lo sconcerto tra le autorità d’occupazione fu grande, non aspettandosi per nulla un attentato di tali dimensioni. All’epoca, in città risiedevano ancora sessantamila ebrei ucraini. Gli altri, circa centomila, erano nel frattempo fuggiti, seguento le truppe sovietiche in ritirata. L’abbandono dei luoghi di residenza era peraltro estremamente problematico e gravoso, scontrandosi con le priorità operative che l’esercito di Stalin doveva soddisfare: salvare il maggior numero possibile di combattenti, trasferire gli impianti industriali, danneggiare in maniera irreparabile ciò che non poteva essere asportato ma anche impedire che troppi civili si spostassero verso Est, intasando le già ingolfate vie di comunicazione.

 

 

L’aviazione tedesca provvedeva peraltro a bersagliare sistematicamente le colonne dei fuggitivi, arrecando ulteriore scompiglio e cercando di trasformare quella che era una gravosa ritirata in una rotta totale. L’obiettivo era quello di arrivare a Mosca in autunno, prima dell’inizio del rigido inverno russo. Dopo l’esplosione delle bombe a tempo, la reazione degli occupanti non si fece quindi attendere. Nella giornata del 28 settembre vennero affissi per tutta la città dei manifesti che imponevano per la mattina del giorno successivo il concentramento di tutta la popolazione ebraica in un punto prestabilito. Ad essa, pena l’immediata fucilazione se non avesse ottemperato alle ingiunzioni, si chiedeva inoltre di presentarsi con i propri documenti, denaro e valori mobili, biancheria e capi di vestiario. Buona parte degli ebrei rimasti a Kiev erano tra quanti per ragioni personali (salute, famiglia, lavoro, illusoria protezione dei pochi averi non trasferibili) non si erano potuti spostare con i sovietici. La convinzione diffusa tra di loro era che i tedeschi avrebbero provveduto a concentrarli in un’altra zona, lontano dall’area urbana, prevedibilmente per obbligarli al lavoro coatto. Quasi nessuno si faceva illusione sulla sua possibile irreperibilità, temendo, non a torto, le denunce che sarebbero arrivate dai concittadini non ebrei, oltre alla capacità di rastrellare l’intera città che i nuovi padroni andavano mettendo a punto molto velocemente. Questi ultimi, peraltro, già il 26 settembre, in una riunione operativa tra alti ufficiali, avevano convenuto sull’obiettivo di procedere all’eliminazione totale della popolazione ebraica. La decisione fu presa dal governatore militare e generale Kurt Eberhard, dal comandante della polizia del Gruppo d'armate Sud, dallo SS-Obergruppenführer Friedrich Jeckeln e dal comandante dell’Einsatzgruppe C, l’unità speciale di annienamento, Otto Rasch.

 

L’atto sarebbe stato consumato “a cielo aperto”, occultando i corpi delle vittime in un luogo universalmente conosciuto dagli abitanti di Kiev, le fosse di Babij Jar. Si sarebbe proceduto allo sterminio senza assumere particolari misure di segretezza ma comunque in un luogo separato dall’ambiente urbano. Sangue sì, ma non sulle pubbliche piazze. Era evidente che i tedeschi confidassero in una sostanziale indifferenza da parte degli ucraini, avendo peraltro fomentato ad arte la propaganda che descriveva gli ebrei come artefici prima, e poi beneficiari, del regime sovietico, vissuto da una parte della popolazione slava, quella più nazionalista, al pari di una calamità. Le vicende successive a quanto avvenne a partire dalla mattinata del 29 settembre sono sufficientemente note e Kutnecov ci aiuta a ricostruirle in prima persona, attraverso la voce narrante del giovanissimo Tolik, il quale cerca anche di farsi una ragione della catastrofe che si sta consumando. Tutto si risolse in due giorni. Le decine di migliaia di convenuti furono incamminati, in lunghe file, verso i luoghi delle esecuzioni. Il clima era quello dello stordimento collettivo.

 

Mentre le vittime si aspettavano di essere caricate su dei mezzi di trasporto, erano invece obbligate ad eseguire l’ordine di mettersi in cammino, seccamente imposto e poi accompagnato da colpi di bastone, di manganello o dai calci di fucile. Chi si rifiutava o tentava una qualche forma di resistenza, veniva ucciso sul posto. Arrivati in prossimità delle fosse, erano quindi obbligati ad abbandonare i loro averi, a spogliarsi e poi, una volta raccolti in gruppi ristretti, passate per le armi attraverso i colpi delle mitragliatrici e dei fucili automatici. La conta ufficiale, compiuta dagli stessi tedeschi, certifica 33.771 vittime. Ad adoperarsi nella carneficina, oltre ai membri dell’Einsatzgruppe C, erano elementi delle Waffen SS e della polizia ausiliaria ucraina. Un tema, quello del collaborazionismo locale, che costituisce a tutt’oggi questione dolorosa (e controversa) nel dibattito nazionale ucraino. La peculiarità del racconto dell’autore, che va ad aggiungersi alla documentazione ufficiale e alle molte testimonianze già esistenti, è offerta dalla sua presa diretta. Il volume dà corpo a una sorta di racconto in forma di "epica convulsa", quella che promana dalle parole del dodicenne protagonista, partecipe di eventi così catastrofici da non potere essere concepiti dalla mente umana nel mentre si consumavano. Benché alla popolazione locale fosse interdetto l’accesso immediato ai luoghi dello sterminio, tuttavia era chiaro a molti cosa stesse avvenendo. Babij Jar si stava trasformando in un immenso cimitero, laddove il tempo sembrava essersi sospeso, come in una bolgia dantesca, tra strepitii delle mitragliatrici, carnefici ubriachi ed assassini ferocemente divertiti, il rigore geometrico della processione delle file dei condannati alla morte e lo sguardo, tra il risentito e il pietoso, il compiaciuto e il disperato, del resto della popolazione.

 

Questo e molto altro traspare dalle terribili pagine, in mezzo a polvere, calore, mosche, sangue, sputi, insulti e poi ancora fame, servitù, colpi da evitare, trappole da risparmiarsi, commerci di sopravvivenza, accattonaggio, espedienti e molto altro. Mentre i tedeschi rivelavano il loro vero volto, facendo letteralmente “giustizia” delle aspettative dell’indipendentismo antisovietico, anch’esso consegnato poi alle fosse della morte. Anatolij Kuznecov inserisce la specificità del crimine nazista all’interno della lunga storia ucraina, quella che parte dalla fine degli anni Venti, attraversa la guerra per poi coincidere con il ritorno dei sovietici. Alcune stime, difficili tuttavia da verificare con certezza, indicano i corpi complessivamente occultati nelle fosse di Babij Jar nell’ordine di un centinaio di migliaia. Oltre ai massacrati nei due giorni di grande mattanza, nel primo autunno del 1941, vanno aggiunti infatti altri ebrei, una parte delle popolazioni nomadi cadute prigioniere delle armate naziste, militanti e quadri del partito comunista, prigionieri di guerra sovietici tra i quali i marinai della flotta del Mar Nero di stanza a Sebastopoli, infine gli stessi esponenti del movimento nazionalista ucraino.

 

La vicenda di questi ultimi è particolarmente significativa poiché segnata da una forte ambivalenza: se l’arrivo dei tedeschi, nel 1941, venne interpretato come una liberazione dal giogo comunista e se una parte di essi, con irresponsabile acquiescenza, si mise al servizio dell’occupante in funzione antibolscevica, successivamente la strategia del rullo compressore adottato dalle autorità naziste si riflesse su dirigenti e militanti ucraini arrivando alla loro eliminazione. Quanto ciò abbia pesato nel dopoguerra, all’atto del tentativo – presto abortito – del formarsi di una cognizione compiuta e matura della natura del conflitto da poco conclusosi, è questione che accompagna le pagine del libro di Kutnecov dal momento che intervalla il secco resoconto della tragedia a considerazioni più generali sulla brutalità del potere, che sia quello tedesco o russo. Per parte germanica, l’efferatezza del crimine condusse, nell’estate dal 1943, quando oramai l’esercito sovietico, in piena offensiva, si stava dirigendo alla riconquista di Kiev, a dare corso all’Azione 1005, una ripugnante ed efferata operazione, condotta in circa sei settimane, nel corso della quale alcune centinaia di prigionieri furono costretti a disseppelire i cadaveri delle vittime di due anni prima per poi bruciarli e incenerirli in gigantesche pire erette all’aperto. A guerra conclusa, la rilevanza dei massacri consumati a Babij Jar fu di fatto disconosciuta se non occultata. Mentre esisteva una memoria popolare che si sviluppava in maniera carsica, comunque underground, e della quale il libro rende in qualche modo disperata testimonianza, l’Unione Sovietica rimosse la questione dalla sua agenda. Lo sterminio sistematico degli ebrei non costituiva un tema centrale della coscienza politica e civile del Paese. Semmai era fonte di imbarazzi ripetuti, chiamando in causa le corresponsabilità di nazioni che erano parte costitutiva dell’Urss. Anche quando la Germania, nel 1967, processò undici imputati per i crimini commessi a Kiev, a fronte del grande numero di testimonianze che furono raccolte, scarsa o nulla fu l’eco ad Est.

 

Non era solo Mosca ad adoperarsi in tale senso ma anche Kiev, laddove una revisione critica di quanto era successo avrebbe riaperto il capitolo della collaborazione dei nazionalisti e, con essa, delle politiche sovietiche negli anni precedenti all’invasione nazista. Poiché pesava, come uno spettro, con il quale non si poteva fare una volta per sempre i conti, la truce vicenda dell’Holodomor, la morte sistematica per carestia che nei primi anni Trenta sconvolse le campagne e le città ucraine. Benché Kuznecov non intenda consegnare al lettore un saggio storico bensì un accorato appello a favore della pace, nei confronti di chi invece intenda trasformare le società in un «frantoio per le pietre», la cifra unificante della sua testimonianza, oltre all’urgenza di urlare al mondo la disperazione contro il silenzio, rimane il conflitto tra l’esasperato vitalismo del protagonista e il tracollo delle comunità quand’esse perdono il senso del limite etico nei confronti della vita umana. Un elemento, quest’ultimo, che per l’autore lega il potere sovietico a quello nazista. 

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