Ballata per uomini e bestie

Un suono cupo, vibrante, profondo che sembra davvero arrivare dall’inizio del mondo ci introduce subito in una grotta antica, forse siamo a Lescaux e forse anche noi guardiamo ammirati quei disegni sulla roccia, fatti da un nostro lontano antenato. Perché? Perché disegnare quegli animali, grandi bovini? Per auspicarne la cattura? Per chiedere scusa alla loro anima dopo averli uccisi? Il suono ci avvolge sempre di più e poi arriva dritto al cuore quella sorta di grido: “Uro!”.

Inizia così Ballate per uomini e bestie, l’ultimo lavoro di Vinicio Capossela, con un viaggio all’inizio della nostra storia, quando “antropos sollevò la testa e dipinse uro”, animale primordiale, lontano antenato dei bovini attuali. Ma quello che Capossela ci vuole raccontare è quel gesto, quella mano che si muove per ritrarre sulla roccia ciò che aveva visto o ciò che sperava di vedere. Tramutare in segno la realtà, il mondo. Forse il primo gesto creativo della nostra specie. L’inizio dell’arte: “E cominciò a giocare il gioco di diventare uomo”. 

 

È quindi una “bestia” a ispirare l’uomo, questo sembra volerci dire l’autore, che a questo primo pezzo dal sound corposo e pieno, fa seguire immediatamente una ballata delicata, suonata in punta di arpeggio in cui Il povero Cristo scende dalla croce e si scontra con la miseria dell’umanità, si corrompe, viene trascinato nel gorgo della violenza e della sopraffazione. “Il povero Cristo è sceso dalla croce / e ha visto che per l’uomo non può esserci unità / non una cosa sola cattiva oppure buona / ma a pezzi frantumato com’è stato creato / dovrà sempre mentire a chi gli sta vicino”. Quasi a volerci dire che noi umani possiamo essere capaci di fare cose meravigliose, come creare dal nulla nuove realtà, ma anche di compiere nefandezze senza pari.

 

È tra uomini e bestie che vivono i germi, come quelli della peste di manzoniana memoria, che Capossela porta ai nostri giorni per trasformarli in liberatori dalla schiavitù della connessione: “La peste è nella vita / Commenta e condividi / Onanista immobile col telefono mobile / Con lo schermo in mano”. Sarcastico poi il ritornello che canta “Let’s tweet again, let’s tweet again, let’s tweet again...”.

 

 

Ironia, critica sociale, misticismo si alternano nei vari brani: Il testamento del porco potrebbe essere stato scritto da Rabelais. Qui l’animale dell’abbondanza per eccellenza, quello del cui corpo non si butta niente, si offre in sacrificio irridendo la società, le sue ipocrisie, i suoi vizi. Un carnevale sboccato, che sa di festa contadina, di botti piene di vino, di risate sull’aia, di balli sensuali ed erotici. Da questo palco di festa si passa poi alla triste, ma intensa, Ballata del carcere di Reading, tratta dal componimento di Oscar Wilde, drammatico atto di denuncia della pena di morte, in cui risuona il grave monito: “ogni uomo uccide quello che ama”. In questo suo lavoro Capossela attinge a piene mani dal patrimonio letterario dal John Keats di La belle dame sans merci a Francesco d’Assisi di Perfetta letizia.

 

C’è anche la fiaba dei musicanti Brema, trasformata in critica sociale: l’asino, il cane, il gatto e il gallo sono una sorta di esodati, che non si rassegnano alla loro sorte: “Cacciati superflui e inutili, andiamo a suonare insieme”. 

Il viaggio di Vinicio continua lungo quella linea contorta che ci separa dall’animalità, con una canzone sulla licantropia (Le loup garou), una sulla giraffa scappata dal circo che si perde per Imola e una ballata dedicata a uno di quei vecchi cantastorie, che giravano di paese in paese con un orso che ballava a comando. Infine l’elogio della lentezza la cui protagonista non poteva che essere la lumaca.

Un lavoro ambizioso questo Ballate per uomini e bestie, uno dei più ricercati di Capossela, un concept album il cui filo conduttore si rivela poco a poco di canzone in canzone e che ci fa riflettere sul nostro essere sempre di confine.

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