Bellezza

Il testimone, il chimico, lo scrittore, il narratore fantastico, l'etologo, l'antropologo, l'alpinista, il linguista, l'enigmista, e altro ancora. Primo Levi è un autore poliedrico la cui conoscenza è una scoperta continua. Nel centenario della sua nascita (31 luglio 1919) abbiamo pensato di costruire un Dizionario Levi con l'apporto dei nostri collaboratori per approfondire in una serie di brevi voci molti degli aspetti di questo fondamentale autore la cui opera è ancora da scoprire.

 

 

Crying Girl on the Border”, John Moore, World Press Photo of the Year 2019

 

Cercarla sempre, la bellezza, ma non crederci mai, come è anche per la poesia. Riconoscere della bellezza la dimensione sodale con il terrore. Un fine pudore e la sottigliezza dell’ironia sembrano accompagnare gli avvicinamenti di Primo Levi a queste manifestazioni dell’umano. Come quando parla delle possibilità di esprimersi, per Levi l’accessibilità a quelle esperienze sembra la questione. “Trasmettere in chiaro, esprimere, esprimersi e rendersi espliciti”, anche se è una necessità, riesce a pochi: “alcuni potrebbero e non vogliono, altri vorrebbero e non sanno, la maggior parte né vogliono né sanno” [“Decodificazione”, in Lilit, vol. II, Opere complete, a cura di Marco Belpoliti, Einaudi, Torino 2016; p. 400]. Il sentimento del possibile si propone quasi sempre come un esperimento in Levi, probabilmente sia per scienza che per esperienza. È come muoversi su una soglia dove l’ironia e il pudore possono aiutare a sostare per capire. Anche quando il possibile è spinto dall’immaginazione oltre la realtà. Come accade in “Angelica Farfalla” a Leeb, il quale “formula l’ipotesi che… insomma, che gli angeli non sono un’invenzione fantastica, né esseri soprannaturali, né un sogno poetico, ma sono il nostro futuro, ciò che diventeremo, ciò che potremmo diventare se vivessimo abbastanza a lungo, o se ci sottoponessimo alle sue manipolazioni” [in Storie naturali, vol. I, Opere complete, op. cit.; p. 520]. Una poetica materica trova in Levi la via di avvicinarci alla bellezza, come la farfalla e la fiamma della candela nella favola sufi del poeta Attar, compenetrandosi con l’esperienza vissuta. Avvicinarsi, o meglio approssimarsi, alla bellezza, è quanto traspare anche, ad esempio, dalla nota riflessione che, in La chiave a stella, Levi dedica al lavoro: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono”. L’incertezza dell’accessibilità, quindi, è un filo conduttore che tra l’altro rende attuale e anticipatore, come spesso in Levi, il suo modo di narrare la bellezza.

 

Oggi, infatti, nel tentativo di comprendere qualcosa di più della bellezza, riconosciamo che in essa vi è piacere e dolore. L’ipotesi è che l’accessibilità alla bellezza, intesa come espressione sufficientemente buona del proprio mondo interno nella relazione con gli altri e il mondo, sia possibile e difficile allo stesso tempo, perché la bellezza è ambigua e accedervi esalta il suo contrario, non lo supera ed elimina. Più s’intensifica la luce, più aumenta la sua separazione dall’ombra; i margini divengono confini e, perciò, più difficili da attraversare. Più alta è l’esperienza di bellezza che si para innanzi, più sembrano ridursi le possibilità e lo spazio del significato e del linguaggio per accedere all’espansione interna richiesta: quell’accesso esige un’apertura all’immediatezza dell’indicibile e allo stesso tempo riduce la resilienza degli equilibri e degli ordini di senso esistenti, esaltando il valore rassicurante di questi ultimi [U. Morelli, Eppur si crea. Creatività, bellezza, innovazione, Città Nuova, Roma 2018]. 

 

Scrive Beckett: “Non esiste suprema manifestazione della Bellezza di fronte a cui saliamo comodamente una scala di sensazioni per sederci leggeri sull’ultimo gradino ad assimilare il nostro appagamento: quello è il piacere della Leggiadria. Noi veniamo afferrati fisicamente e scagliati a perdifiato al sommo di una rupe a picco: che è il dolore della Bellezza.” [S. Beckett, Assumption, “transition”, 16 – 17, giugno 1929; ed. it. a cura di P. Bertinetti, trad. di M. Bocchiola, Einaudi, Torino 2010; p. 4]. Del resto Donald Meltzer ha sostenuto che “Il sentimento della bellezza porta con sé, intrinsecamente, la premonizione di poter essere distrutta” [D. Meltzer, Claustrum, Raffaello Cortina ed., Milano 1993]. Alla ricerca della bellezza, possiamo alfine intenderla come un sentimento particolarmente compiuto di risonanza incarnata che confermi o estenda il modello neurofenomenologico di sé. Così pare emerga, si presenti e sentiamo la bellezza. La stessa dinamica corporea e psichica può generare esperienze del terrore e dell’orrore se quelle esperienze minacciano o pregiudicano quel modello.

 

Il Calometro di Primo Levi, presentato dal signor Simpson, agente della NATCA, in “La misura della bellezza”, pur perseguendo, appunto, obiettivi di misura della bellezza, non trascura la complessità irriducibile della questione. A partire dalla prima apodittica affermazione: “Ci potevano essere delle incertezze fino a ieri, ma oggi la cosa è chiara: la bellezza è ciò che il Calometro misura” [Storie naturali, vol. I, Opere complete, op. cit.; p. 588], l’incertezza si farà strada, fino a una suggestiva malinconia per una certa difficoltà di approdo nel fare i conti con il fenomeno. “La bellezza, stavo per dirle”, sostiene Simpson, “è un numero puro: è un rapporto, o meglio un insieme di rapporti” [p. 589]. “La bellezza, secondo la nostra filosofia, è relativa a un modello, variabile a piacere, ad arbitrio della moda, o magari di un qualsiasi osservatore, e non esistono osservatori privilegiati. Ad arbitrio di un artista, di un persuasore occulto, od anche semplicemente del singolo cliente” [p. 589]. Da una certezza assoluta, la definizione ironicamente scivola verso tarature differenziali fino alla singolarità arbitraria. La differenziazione sarà poi portata da Levi fino al punto in cui la taratura del Calometro, misuratore della bellezza, sarà fatta sulla fotografia dell’acquirente, cosicché da una prospettiva oggettivante si finirà in una narcistica: la bellezza di ognuno corrisponde a se stesso.

 

Le derive narcisistiche e conformiste della contemporaneità trovano, anche nel caso della bellezza, una impressionante capacità anticipatrice, nella narrativa di Primo Levi. A noi rimane un’atmosfera di invito delicato e non insistito alla responsabilità: la bellezza può essere di tutti, ma l’accessibilità ad essa richiede l’elaborazione di una soglia la cui natura e le cui caratteristiche meritano di essere approfondite. Si tratta cioè di analizzare i vincoli e le possibilità che intervengono quando, per dirla con S. T. Coleridge, autore caro a Primo Levi, non ci dedichiamo soltanto alla “lanterna di poppa, che illumina solo le onde che ci siamo lasciati alle spalle” [The Table Talk and Omniana, 1888, Kessinger Publishing Co, Whitefish, MO, 2005; p. 146], ma cerchiamo di accendere la lanterna di prua che tende al futuro, all’autoelevazione di sé, all’espressione sufficientemente compiuta del proprio mondo interno, alla creazione di un proprio mondo come progetto e invenzione. Allorquando ci volgiamo a perseguire l’“oltre” per noi, quando cioè mettiamo a tema la nostra stessa vita, come Primo Levi ha fatto con la sua esistenza, fino in fondo.

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