Capitalism without capital

Dalle fabbriche di General Motors ai programmi Windows di Microsoft, dalle piattaforme petrolifere di Standard Oil all’algoritmo PageRank di Google. Rispetto a 50 anni fa, non soltanto sono cambiate le aziende in cima alle classifiche di Forbes sulla capitalizzazione di mercato, ma è avvenuta una trasformazione strutturale dell’economia mondiale: il capitale produttivo non è più costituito solamente da impianti, macchinari e infrastrutture fisiche, ma anche – e in misura crescente – da software, brevetti, know-how, in breve “il capitale intangibile”. Questa trasformazione dal capitale tangibile a quello intangibile è l’oggetto del libro di Haskel e Westlake, che ne analizzano in dettaglio le implicazioni sull’economia, sulla società e sulle politiche pubbliche. Va precisato subito che non si tratta di una trasformazione che accadrà nel futuro, ma di qualcosa che è già molto “tangibile” (scusate il gioco di parole) nel presente. Da diversi anni in alcune economie avanzate (anche se non in Italia) gli investimenti intangibili hanno infatti già superato quelli tangibili, nonostante siano più difficili da misurare (sia nella contabilità aziendale sia nelle statistiche ufficiali).


In cosa si distinguono le attività intangibili da quelle tangibili? Gli autori mettono in evidenza quattro proprietà (le quattro S: scalability, sunkenness, synergies e spillovers). La prima S (“scalability”) indica le fortissime economie di scala: a differenza di un macchinario, che può produrre soltanto una determinata quantità in un determinato luogo, un brevetto può essere utilizzato contemporaneamente in molteplici unità produttive; le economie di scala sono spesso amplificate dagli “effetti rete” che caratterizzano alcune attività intangibili. La seconda S (“sunkenness”) è legata al fatto che alcune attività intangibili sono molto specifiche all’impresa che le ha prodotte e, a differenza di un macchinario o di un edificio, hanno pertanto un valore di rivendita più basso. La terza S (“synergies”) sottolinea gli enormi vantaggi che spesso possono essere utilizzati con la combinazione di diverse attività intangibili. La quarta S (“spillovers”) riflette la facilità con cui le attività intangibili possono essere utilizzate da soggetti diversi dal proprietario (è più semplice copiare un software rispetto a un macchinario complesso). Queste proprietà delle attività intangibili hanno effetti pervasivi sulle imprese, sull’economia e più in generale sulla società attuale. Un punto di forza del volume consiste nel cogliere tali effetti nella loro ampiezza, utilizzando prospettive di volta in volta differenti (dalla macroeconomia all’economia industriale, dall’economia regionale alle teorie sull’organizzazione delle imprese).

 

Una prima trasformazione è quella della struttura di mercato, che mostra in diversi settori una tendenza verso la concentrazione, al fine di beneficiare di economie di scala e sinergie. Aumenta anche l’incertezza e la rischiosità degli investimenti, sia perché le economie di scala danno vita a effetti “winner-take-all” sia per il rischio di spillover a favore dei concorrenti. Tali sviluppi hanno conseguenze macro, contribuendo a spiegare la debolezza degli investimenti nell’ultimo decennio. Si modifica l’organizzazione dell’impresa, favorendo da un lato strutture aziendali più flessibili e creative ma dall’altro anche, grazie alle nuove tecnologie, un monitoraggio più intenso dei lavoratori e un’azione di coordinamento più efficace dai vertici manageriali. Cambia anche la distribuzione geografica delle attività economiche, con il ritorno delle agglomerazioni urbane come centri in cui si conduce innovazione e più ampi sono i possibili spillover. In alcuni momenti forse gli autori cedono alla tentazione di spiegare troppi fenomeni come causati dagli investimenti intangibili: è questo il caso della stagnazione secolare e della crescita della disuguaglianza, per i quali il legame causale con il capitalismo intangibile è più tenue e possono aver giocato altri fattori (si pensi alla demografia per la stagnazione secolare). La crescita degli investimenti intangibili comporta infine una sfida per il sistema finanziario, in quanto la loro maggiore opacità e incertezza li rende più difficili da finanziarie con il solo credito bancario, mentre il modello del venture capital non sembra applicabile su larga scala.

 

Foto di Alex Prager.


A fronte dell’ampia ricchezza e documentazione dell’analisi, il lavoro adotta una prospettiva più limitata nel discutere le implicazioni del capitale intangibile sulle politiche pubbliche. Gli autori suggeriscono di ridurre l’incertezza sui diritti di proprietà intellettuale, potenziare le infrastrutture “virtuali” (ad esempio le tecnologie di comunicazione), investire nella ricerca pubblica e nell’istruzione, prestare attenzione alla pianificazione urbana. Se tali indicazioni sono in larga parte condivisibili, si possono riscontrare tre temi sui quali sarebbero state desiderabili discussioni più approfondite e forse anche posizioni più decise da parte degli autori.

 

Il primo è il tema della regolamentazione della proprietà intellettuale, sul quale gli autori suggeriscono un approccio conservativo: il legislatore dovrebbe soprattutto ridurre l'incertezza sulle modalità con cui vengono assegnati e tutelati i diritti di proprietà intellettuale, lasciando sostanzialmente il livello di protezione previsto dalla legislazione vigente. In questo ambito gli autori avrebbero potuto domandarsi se la regolamentazione attuale non sia già eccessivamente restrittiva, rischiando di tutelare rendite di posizione (come nel caso del provvedimento noto come Mickey Mouse Protection Act, che a ridosso della scadenza del copyright di Topolino aveva esteso la tutela del diritto di autore sulle opere registrate negli Stati Uniti dopo il 1923) e soprattutto di impedire quella combinazione di diverse tecnologie che spesso è alla base delle grandi innovazioni. La questione è molto dibattuta, con alcuni autori (ad esempio Boldrin e Levine) che arrivano a paragonare la battaglia per ridurre (se non abolire) la proprietà intellettuale a quella in favore del libero commercio del XIX secolo.

 

Il secondo tema riguarda le politiche antitrust. Se il capitale intangibile è caratterizzato da grandi economie di scala, effetti di rete e “winner-take-all”, la questione di come tutelare la concorrenza e prevenire l'abuso di posizioni dominanti diventa chiaramente cruciale, eppure è solamente accennata nel volume (e, si potrebbe aggiungere, anche nel dibattito corrente). Un confronto con le politiche antitrust intraprese nella Old economy (si pensi alle lotte di Theodore Roosevelt contro i monopoli del petrolio o del tabacco negli Stati Uniti all'inizio del XX secolo) e un’analisi dei problemi specifici che contraddistinguono la tutela della concorrenza nei settori intangibili sarebbero di grande aiuto per il policymaker.

 

Il terzo tema è relativo alla tassazione delle multinazionali. Per fare un esempio molto personale, ho acquistato il libro su Kindle e la ricevuta della mia carta di credito riporta un conto bancario lussemburghese come beneficiario del pagamento. Per quanto riguarda il caso specifico, Amazon ha stipulato di recente accordi con le autorità fiscali dei vari paesi europei per le modalità di pagamento delle imposte sui beni venduti in Italia, quindi questa recensione non dovrebbe aver contribuito a gonfiare i profitti “offhsore”. Il punto più generale è che con le attività intangibili è diventato molto più facile eludere il sistema fiscale: è sufficiente andare in uno studio legale e spostare la proprietà di tali attività in una “scatola vuota” residente in un paradiso fiscale. L’attuale approccio di contrasto all’elusione fiscale si basa sul confronto dei prezzi applicati in transazioni infragruppo con quelli di mercato per transazioni analoghe (“transfer pricing”). Come dimostrato ad esempio dall’economista Zucman, si tratta di un approccio largamente insufficiente: a differenza di beni tangibili, per quelli intangibili spesso è ben più difficile, se non impossibile, individuare prezzi di mercato. Il dibattito su strumenti alternativi di contrasto all’elusione fiscale è aperto. Di sicuro il capitalismo intangibile rischia di essere anche un capitalismo meno tracciabile per il fisco.  

 

Leggi anche:

Roberto Ciccarelli. Quando il capitalismo è senza capitali

 

Capitalism without capital: the rise of the intangible economy (Jonathan Haskel e Stian Westlake, Princeton University Press, 2018; ed. italiana: Capitalismo senza capitale. L'ascesa dell'economia intangibile, FrancoAngeli). 

Foto di Alex Prager.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO