Caravaggio, La conversione di Matteo

“Ma questa è una stamberga!”. Quello si credeva a teatro allo spettacolo: I quadri viventi, e invece era, a San Luigi dei Francesi, bellissima chiesa di Roma, davanti a uno dei più famosi quadri del Caravaggio. Tre metri per tre, quadrato come i palcoscenici da marionette.

“Vivente” è dire poco, come poi si vedrà, dato che si vede subito l’agitarsi di sette omaccioni (così appaiono per le dimensioni del quadro, la corporeità muscolosa e l’animosità caravaggesca): affannosi, affannati, sbigottiti, allertati o incaponiti. Cinque son vestiti alla romanesca del fastoso ‘600 e siedono scomposti attorno a un tavolo; invece due levantini sono all’in piedi, scalzi, coperti di stracci, impolverati e sudaticci, alla moda del 32 post Christum natum.

 

Ma, sbucati da dove? Il quadro è atemporale, intertemporale, astorico e i suoi personaggi si muovono nella dimensione narrativa, il cui misuratore minimo non è il minuto secondo, il millimetro o il secolo, ma il brivido.

La luce che trapela dalla finestrina incastrata in un muro muffito serve a connotare la categoria “Stamberghe luride”, luce fioca ancor prima di arrivare ai vetri lerci che, però riuscirebbe a trapassare se non fosse per un lampo che non si spegne, di quelli che arrivano dal cielo, o da una quinta, a illuminare inizio e fine delle tragedie. Protagonista e antagonista, per ora ignoti, sono colti in un momento “cruciale”.

 

Ecco perché i quattro vetracci sono sorretti da una intelaiatura in forma di croce, da non prendere però in considerazione, almeno dapprincipio. Un grezzo portellone interno sprangherà la finestrina affinché la scena tumultuosa non sia esistita e non possa essere scovata mai più. 

Non si scorgono sull’unico tavolo bottiglie e bicchieri. Dunque non è un’osteria, ma un postaccio di quelli dove si gioca d’azzardo contro chissà quante ordinanze di Sua Santità? O anche peggio, a giudicar dai sacchetti di monete, certo preziose, posti sul tavolo in attesa di non si sa che. Comunque un che nella sfera del crimine.

Qualcosa è di certo successo prima, prima che venisse dipinto il quadro. Si è sentito un boato prorompere dalla porta che veniva sfondata a calci? Nella luce accecante è allora che sono apparsi i due orientali: Gesù e il suo apostolo Pietro.

Quasi tutti gli astanti, quelli di prima del dipinto, avevano sussultato temendo fosse arrivata la Guardia Svizzera. E invece no…

 

 

Dato che ci siam cascati a nominarli, quei due viandanti del passato, ci tocca ora leggerli pian piano nel dipinto: stanno sulla destra, e Pietro, rintronato dall’età e dal viaggio esplosivo, si rivolge a Gesù come per chiedere: “Maestro, ma, ma, quale di questi?”. Gesù non risponde, continua a indicare fisso, mascella tesa, con l’indice e lo sguardo il giovane accasciato all’altro capo del tavolo. Tanto che si può pensare che voglia ipnotizzarlo, l’uomo disperato, che invece pensa: “Lui è lì, è arrivato, lo so, ma non voglio guardare!”.

Lui, quello che è appena arrivato, è l’antagonista Gesù, il protagonista invece è l’uomo disperato: Matteo, baro biscazziere, cambiavalute sporche in pulite e viceversa, è un membro della malavita di Roma come attestano i due azzimati malandrini con sciabola, che guardano minacciosi il dito tremolante di Pietro. Bramano trapassare l’apostolo a sciabolate. Il vecchietto è il più debole, e, da professionisti, lo preferiscono al temibile ipnotizzatore. Che il protagonista fosse il futuro San Matteo ex-baro biscazziere, è una scoperta della seconda metà del XX secolo: questa ipotesi è dovuta ad accurate analisi, ed è attraverso di essa che il quadro, fatto di brividi balenanti, riacquista il suo carisma originario di labirinto delle supposizioni.

 

Non è stata ancora del tutto affossata una tesi più antica sul vero protagonista, ma il continuare a discutere di un particolare così rilevante aggiunge fascino al quadro.

Subito dietro la schiena del biscazziere c’è il nero profondo. Dove manca la luce della verità, l’Universo di Caravaggio è buio. Alla sinistra del biscazziere c’è una figura che, ignota ai più, potrebbe essere una comparsa. Un complice che gli passa documenti mendaci, o che lo sta confortando per il momento di collasso? 

Il complice comparsa sta guardando il dito di chi gli sta accanto, il dito dell’uomo elegante e pomposo seduto alla sua sinistra. Quel barbuto lì è lui che fu ritenuto per secoli San Matteo, perché, rosso di pelo, vestito di nero, la faccia ambigua, l’aspetto da benestante esattore delle imposte, non poteva essere altro che un ebreaccio da redimere. Il gesto poi dell’elegantone pareva indicare sé medesimo, mentre oggi si suppone che intenda denunciare alle inesistenti Guardie Svizzere il briccone smascherato: “Eccolo qua!”. Caravaggio ha tratteggiato, volutamente ambigui sguardi e atteggiamenti degli interpreti.

Si dice inoltre che, nel quadro magico, il dito dell’elegantone si sarebbe spostato da sé verso l’interpretazione moderna…

 

E dopo il quadro? Il portellone spranga la finestra e, nel buio dell’Universo, i quattro malfattori romaneschi scendono dal cocciuto Monte del Testaccio per rientrare nei palcoscenici dei loro raggiri di quartiere. 

I tre orientali, Gesù Cristo, San Pietro e San Matteo, tornano al loro lavoro di messaggeri del destino nelle abituali vesti di sarcastici viandanti.

E allora? Il quadro è un’allegoria morale di quel che capita talvolta a qualcuno: decidere.

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