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Che memoria nell'era della post-memoria?

C’è una pietra scolpita nella casa che fu di Nuto Revelli, ora diventata Fondazione: a lungo è stata seminascosta sul ciglio in legno del divano a fiori del luminoso soggiorno. Riporta i versi che Primo Levi vi aveva scolpito, dedicandola agli amici Mario Rigoni Stern e a Nuto stesso, a suggello della comune drammatica esperienza negli anni del fascismo:

 

                                                  A Mario e a Nuto

 

Ho due fratelli con molta vita alle spalle / nati all’ombra delle montagne. / Hanno imparato l’indignazione / nella neve di un Paese lontano, / e hanno scritto libri non inutili. / Come me hanno tollerato la vista / di Medusa, che non li ha impietriti. / Non si sono lasciati impietrire / dalla lenta nevicata dei giorni.

 

Quelle parole, scolpite non casualmente nella pietra, alludono con forza a un patto di memoria tra chi non ha dimenticato, essendo sopravvissuto allo sguardo pietrificante di Medusa ad Auschwitz come nella maledetta campagna di Russia. Non era scontato, infatti, il contraccolpo traumatico postbellico può annichilire i ricordi – è la vicenda della Shoah a insegnarcelo – come un urlo muto per sopravvivere. Un ricordo personale mi affiora alla memoria: proprio il monito di Nuto Revelli (lo racconta in una video intervista di Laura Pariani) che nel delirio assordante dei soldati, in quei giorni glaciali oltre che innevati della ritirata di Russia, ripeteva a se stesso con la violenza della disperazione: “o dimentico tutto, o ricordo tutto, ma proprio tutto”. 

 

Ora quel patto di memoria, che ha legato intere generazioni, nell’esaurirsi inevitabile dei Testimoni e nello sfilacciamento degli intermedi Testimoni dei Testimoni (ce l’ha mostrato Annette Wieviorka nel suo l’Era del testimone) è finito per lo più inciso nella pietra o fra le pietre, spesso in rovina, dei tanti luoghi di memoria, assurti loro, a dire il vero, a nuovi testimoni. Penso a un luogo in particolare che ha segnato con i suoi muri sbrecciati, ancora anneriti dalle fiamme del 1944, la mia visione di una memoria possibile nell’era della postmemoria. È il villaggio martire francese del Limousin, Oradour sur Glane, distrutto dai tedeschi nel giugno di quell’anno: 600 abitanti uccisi, bambini e donne nella chiesa data alle fiamme, due soli sopravvissuti. Lì, tra le rovine del paese – conservate, per decisione dei pochi superstiti, con l’avallo di De Gaulle – “in forma di rovina”: tra quegli edifici anneriti, quasi sempre scoperchiati, in mezzo a desuete macchine da cucire che sbucano oltre vuoti portoni, ho capito il senso del ricordare oggi. La scure che ha segnato, in un prima e in un dopo, il Novecento e oltre. Ho percepito, nel corso di quel viaggio, parlo dei primi anni Duemila, che solo la vista dei resti di un passeggino annerito dal fuoco nella chiesa sventrata mi ha davvero fatto capire che cosa sia stata la guerra. Un’immagine “domestica”, un passeggino, nota a tutti, in un contesto però rovesciato, perturbante. Dove la stessa quotidianità, che noi diamo per scontata, finisce sotto assedio, e i bambini, la vita, parte di un gioco di morte.

 

Oradour sur Glane __title__

Camminando tra le macerie delle case in pietra e la ferraglia dell’automobile del dottore che fa mostra di sé all’ingresso del villaggio, mi ero convinta che sono proprio i luoghi del quotidiano, non più lo spazio pubblico che si è ritratto già nel finale del secolo scorso, i mediatori del ricordo per chi non ha ricordi. Le case, o i luoghi della socialità nei loro significati universali, sono gli unici tramiti che ci possono connettere al tempo trascorso, in un’era, la nostra, che un brillante storico francese F. Hartog ha definito l’età del Presentismo, a indicare il carattere dispotico del nostro tempo in cui ogni passato, anche quello più prossimo, evapora nel giro di un istante, nel battito di un clik. A Oradour era già in nuce la domanda ossessiva che mi facevo: come ritrovare la memoria del Novecento feroce della guerra e della lotta di liberazione che è insieme vicino e lontanissimo? Forse, mi rispondevo: proprio ripartendo da quegli unici ordini dell’esistenza comuni ai vivi di oggi e alle vittime di ieri. Le forme dell’abitare, i luoghi, le case e il loro corredo di oggetti, immagini: del resto non abitano forse le immagini della memoria i recessi più profondi della mente? Abitano o, secondo un’espressione più aulica, “dimorano”...

 

 

Quel che prendeva forma già in quei primi anni Duemila era un progetto che ho poi denominato successivamente Memoranda. Luoghi quotidiani per ricordare. Le case, o in senso lato i luoghi domestici, dunque, pensavo, rileggendo brani del Diario di Ada Gobetti, partigiana tra le montagne della Val di Susa (cui anche la doccia nella sua casa di Torino era negata per la presenza della polizia nel cortile) sono i contenitori ideali per far parlare la memoria dall’“interno”, rivelando in primis quei grumi di forte socialità che diedero vita (pensavo inizialmente proprio a Torino) all’antifascismo.

 

Casa Gobetti e poi forse per estensione casa Bobbio, la villa in collina di Barbara Allason dove si ritrovavano gli Antonicelli e gli Agosti, bar come il Caffè Rattazzi, dove s’incontravano dopo la scuola Augusto Monti, Cesare Pavese, Massimo Mila, Vittorio Foa…; redazioni come la prima Einaudi di via Arcivescovado con Leone Ginzburg e Giulio Einaudi. E poi di lì i Venturi a casa Bianco a Valdieri, a casa Revelli a Cuneo, a casa Galimberti… Per poi ricollegarsi alla Valle Belbo, e ai grandi luoghi fenogliani del comandante Nord detto Poli, Piero Balbo col cugino Adriano…

 

Sarebbe importante costruire una Rete – mi consultavo con amici, studiosi e parenti –. Ma come? Utilizzando quale medium, tanto più pensando ai “fruitori”, i giovani, gli studenti, quelli per i quali la memoria non ha nemmeno più canali di trasmissione culturale, familiare? Giusto utilizzare un linguaggio consono, predisponendo – ci siamo detti – installazioni telematiche capaci di far parlare le case, i luoghi (quando si può) con la voce di una pagina di diario, immagini, fotografie del tempo. Non certo un museo, tutto il contrario. Da quei luoghi “parlanti” con i loro oggetti, quadri, fotografie ciò che mi immagino dovrà scaturire è il senso di una scelta, per così dire antropologica: un confronto tra chi, i giovani di allora, cresciuti sotto un regime autoritario e illiberale, che decisero di opporvisi, e i giovani di oggi che per recuperare la memoria dell’antifascismo e di quella scelta, sono chiamati, ancor prima, a comprendere che cosa significasse, nella vita quotidiana, vivere in un regime autoritario. Che cosa voglia dire, per assonanze imperfette – le forme della storia non si ripetono – correre il rischio di rinunciare alla libertà senza essere del tutto consapevoli di che cosa significhi il suo contrario. Non mi nascondo che la recrudescenza di certa destra nostrana razzista che invoca l’Italianità e i pieni poteri mi ha ulteriormente convinto dell’urgenza di una propedeutica nuova che vada oltre certe retoriche unanimistiche e ormai svuotate.

 

La pietra di Primo Levi __title__

Certo la pietra di Primo Levi che i giovani avranno occasione di osservare nel tour materiale e virtuale di Memoranda sottintendeva un patto antico, quello di ricordare la morte dei tanti compagni di prigionia o di guerre forzate a fondamento del tempo nuovo (la memoria è legata all’archetipo della morte e della battaglia fin dai tempi più lontani) ma di più: era un patto per ricordare l’inimmaginabile, che sconfina nell’immemorabile per quel carico di violenza indicibile, innominabile (che la stessa denominazione di Shoah del resto porta con sé) tale da pietrificare il ricordo stesso. Ma ora, si diceva?

 

Ecco che nell’era del post testimone ci soccorre quel nuovo Patto di compassione evocato dalla stessa Wieviorka: la condivisione di un passato attraverso il pathos, il carico di emozioni, suscitato dalla sua rinarrazione. Se il patto testimoniale si fondava sull’esibizione di un corpo, dotato di pelle, vista e parole, il patto di compassione presuppone la condivisione di un’emozione reperendo “qualcosa di noi” nel racconto di memoria. Offrendo ai ricordi – per parafrasare una espressione del testimone/scrittore israeliano Aaron Appelfeld – che rimanda proprio allo scenario della vita di tutti i giorni a cui Memoranda si ispira – “una tazzina di caffè”. Che cosa intendere però nello specifico per compassione? Marta Nussbaum, che ha dedicato studi importanti all’argomento, precisa che la compassione dello spettatore deve sorgere dalla considerazione di quel che egli stesso sentirebbe se si trovasse ridotto nella medesima infelice situazione di ciò che osserva. E come?

 

Certo nel nostro caso mediante la rinarrazione dei frammenti di vita quotidiana, ancora intrisi di memoria, dell’esperienza della guerra e della lotta di liberazione. La compassione dunque è ciò che nell’impianto della Nussbaum fornisce alla memoria pubblica sottesa elementi di sapere etico senza i quali ogni cultura è pericolosamente sradicata. Spingendosi a parlare di “cittadinanza compassionevole”. E in ciò, nella consapevolezza di quanto il passato pesi anche su chi non lo ricorda, un ruolo cruciale giocano proprio le immagini sopravvissute di quel mondo rinarrato, le fotografie anzitutto, come ci indica G. Didi-Huberman (penso in particolare ai passi sull’Occhio della storia) capaci di evocare proprio attraverso il pathos (che talvolta deborda nell’epos) quel “presente reminiscente” di warburghiana memoria. Smontando e rimontando, per l’occhio di chi reincontra la memoria, segmenti, tracce dell’orrore e dei valori del riscatto con cui continuiamo a fare i conti.

 

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