Come il capitalismo ha colonizzato la terra

C’è un filo diretto che parte dai campi di concentramento nazisti dove si sterminavano uomini e arriva direttamente nei supermercati di oggi dove si nutrono consumatori. I fornitori di materia prima sono gli stessi, il disinteresse per l’utente terminale è lo stesso. Nel 1927 la Standard Oil americana dei Rockfeller e la IG Farben tedesca, futuro pilastro economico del potere hitleriano, fondarono la Standard IG Farben e, quando i nazisti arrivarono al potere, collaborarono all’apertura del campo di concentramento di Auschwitz fornendo capitale e tecnologie. La IG Farben, che era in società con la Monsanto, e di cui faceva parte anche Bayer, produceva lo Zyklon B, un pesticida a base di cianuro usato per lo sterminio dei prigionieri nei campi di concentramento nazisti, considerato “arma del delitto” al processo di Norimberga, dove IG Farben e associate, tra cui Bayer, Basf e Hoechst, furono condannate per crimini di guerra. “I prodotti chimici sviluppati per uccidere la gente nei campi di concentramento nazisti durante la seconda guerra mondiale sono diventati prodotti agrochimici utilizzati nell’agroindustria dopo la fine della guerra. Questa agricoltura industriale è stata poi imposta alla gente di tutto il mondo.” 

 

A parlare è Vandana Shiva nel libro Il pianeta di tutti. Come il capitalismo ha colonizzato la terra, uscito per Feltrinelli nel maggio 2019. Vandana Shiva è un’ambientalista indiana che da anni si batte per una maggiore giustizia sui temi dell’alimentazione, dell’agricoltura e di tutti gli argomenti collegati. Scritto con passione e veemenza, il libro fa nomi e cognomi di chi ha contribuito a portare il mondo sull’orlo del collasso, facendo partire l’analisi dal cambiamento di passo avvenuto nell’agricoltura. “L’agricoltura industriale, basata sull’uso di sostanze tossiche e di combustibili fossili, è il principale volano sia della sesta estinzione di massa sia del cambiamento climatico.” Il sistema alimentare e agricolo moderno consuma dieci volte l’energia necessaria ai sistemi di coltivazione precedenti, ha già distrutto il 75% del suolo, dell’acqua e della biodiversità, è responsabile del 50% delle emissioni di gas serra. In altre parole, l’agricoltura industriale è responsabile di oltre i tre quarti di tutti i problemi ecologici e sanitari del mondo. Più del 90% delle varietà agricole è scomparso e il 75% della diversità genetica vegetale è stato portato all’estinzione dalle monoculture del’agricoltura industriale. Tutto questo per fornire a malapena il 30% del cibo di cui ci nutriamo. 

 

L’autrice punta l’attenzione sulla mentalità colonialista, ritrovando gli stessi identici meccanismi. Cecil Rhodes, l’inglese che fondò il suo impero economico sullo sfruttamento dello Zimbabwe, a fine Ottocento scriveva: “Dobbiamo trovare nuove terre, da cui ricavare facilmente materie prime, e allo stesso tempo sfruttare la conveniente manodopera servile messa a disposizione dai nativi delle colonie. Le colonie serviranno poi anche come discarica per le merci in sovrappiù prodotte dalle nostre fabbriche.” Il colonialismo classico si appropriava delle risorse in Africa, in Asia, nelle Americhe per trasferirle in Europa invocando Dio e la religione al servizio della “missione colonizzatrice” per trasformare questi atti criminali in beni a disposizione dei monarchi europei e dei mercanti. Oggi il meccanismo è lo stesso, la religione è stata sostituita dalla “proprietà intellettuale” che crea monopoli sui semi, sul cibo, sulle comunicazioni, sulle transazioni finanziarie. I robber barons odierni operano nelle tecnologie dell’informazione, nella finanza, nell’agricoltura, nelle biotecnologie, settori che convergono tutti nell’economia digitale. Le tecnologie dell’informazione, grazie alla digitalizzazione, trainano il mondo finanziario e l’economia. In questo panorama la natura è vista come nemica, è iniziata una nuova fase dell’agroindustria, la chiamano Agricoltura Digitale, l’agricoltura senza agricoltori.

 

 

Le multinazionali, fondate sul paradigma neoliberale, sono nate da una grande accumulazione di denaro e potere unita all’assenza di democrazia e sono l’ultimo strumento della colonizzazione. “Con l’introduzione delle nuove regole del libero scambio aspetti della vita che non erano mai stati di pertinenza del commercio sono stati privatizzati. Le sementi sono diventate proprietà intellettuale di Monsanto, che ne ricava royalty e rendite. Il cibo è ormai una merce scambiata da mercanti di granaglie come Cargill e trasformata in spazzatura da Coca-Cola e Pepsi, Nestlé e Kellogg’s. Le grandi corporazioni riducono la libertà a “libero scambio”, ossia alla globalizzazione delle multinazionali.” Le regole del libero scambio sono scritte dalle stesse multinazionali che le usano per mercificare e privatizzare tutto, terra, acqua, semi, cibo, informazione. Il potere economico va sempre più concentrandosi nelle mani di poche persone. Secondo il Wall Street Journal durante la crisi finanziaria del 2008 negli Stati Uniti l’1% più ricco si è accaparrato il 95% della ricchezza. Mentre la gente comune perdeva lavoro, casa, pensione e sicurezza, pochi giocatori d’azzardo dei mercati finanziari si sono arricchiti a dismisura. Nel 2010, 388 miliardari controllavano un patrimonio pari a quello della metà più povera dell’umanità, l’anno successivo il numero è sceso a 177 ed è diminuito anno dopo anno fino ad arrivare a 62 nel 2016 e a sole 8 persone nel 2017. 

 

Tra gli esempi che troviamo nel libro, uno dei più paradigmatici degli effetti della nuova agricoltura gestita dalla multinazionali, troviamo quello del cotone Bt, geneticamente modificato e brevettato dalla Monsanto, che richiede un grande utilizzo di sostanze chimiche per controllare i parassiti. Nel 1995 Monsanto l’ha introdotto illegalmente in India, raggiungendo in alcune regioni il monopolio delle sementi, anche se la brevettazione delle sementi è vietata dalla legge indiana. Il meccanismo fa in modo che i contadini siano costretti a comprare i semi dalla Monsanto, a utilizzare sempre più pesticidi perché il cotone Bt si è rivelato non solo incapace di controllare il parassita per il quale era stato sviluppato ma ha favorito l’emergere di nuovi parassiti. Risultato: dal ’95 al 2015 nella regione del Maharashtra ci sono stati oltre 300.000 suicidi e secondo Vandana Shiva almeno l’85% di quelle morti è riconducibile all’azione della Monsanto, che nel frattempo ha incassato oltre 70 miliardi di rupie. Ma non si pensi che il problema riguardi terre lontane, un altro dei bestseller della Monsanto è il Roundup, un erbicida a base di glifosato, considerato “probabile carcinogeno” dalla Oms. Nel 2017 diversi studi hanno rilevato come il 45% del suolo agricolo europeo sia ormai contaminato dal Roundup. 

 

La tesi di Vandana Shiva secondo cui il principale responsabile dell’ondata di suicidi che ha colpito gli agricoltori indiani sia la Monsanto, è stata messa pesantemente in discussione. Colpisce che nella pagina di Wikipedia a lei dedicata, la parte che riguarda la critica al suo pensiero sia corposa quanto quella che lo spiega, accumulando accuse che fanno pensare a quanto l’azione di questa donna sia temuta dal potere economico. Fino a metà Novecento, i nemici li si eliminava fisicamente, ora le armi si sono fatte più subdole e sofisticate, nell’era della rete la guerra si combatte con i mezzi della comunicazione. Monsanto gestisce un programma chiamato “Let Nothing Go”, Non lasciar passare niente, che impiega un esercito di troll su Internet accanto a giornalisti e persino scienziati prezzolati. Nel 2013 ha acquisito la Climate Corporation, una delle più grandi società di raccolta dati sul clima e per non farsi mancare nulla l’anno dopo ha comprato anche la Solum, la principale società per la raccolta dati sul suolo. Queste società non danno un servizio di monitoraggio su clima e suolo, ma, come si legge sul sito della Climate, forniscono “una gamma di strumenti che aiutano gli agricoltori a gestire il rischio con prodotti e servizi agricoli di precisione”. In altri termini, vendono i prodotti della Monsanto. Con una costante azione di comunicazione lentamente ci siamo convinti che “non ci sarebbe cibo senza Monsanto e Cargrill, non ci sarebbe da bere senza Coca cola e Pepsi, non ci sarebbe salute senza Big Farma, non avemmo amici senza Facebook, non potremmo comunicare senza Twitter, non ci sarebbe denaro senza le grandi banche né energia senza le compagnie petrolifere, né conoscenza senza Big Data.”

 

Tra le strade che indica Vandana Shiva c’è quella del lavoro sul “selvatico”, inteso come “la capacità di auto-organizzazione di tutte le forme di vita, delle specie diverse della Terra e della Terra stessa in quanto organismo vivente.” È in atto una ridefinizione degli organismi viventi che parte dai semi, che sono ormai considerati come macchine biologiche inventate dalle multinazionali. Prendono dalle banche dei geni pubbliche le varietà tradizionali ritenute interessanti, ne mappano il genoma e le brevettano, acquisendo così ogni diritto sulla loro riproduzione e cercando di rendere illegale la conservazione di sementi da parte degli agricoltori. Su questa strada, non solo semi e piante, ogni organismo vivente diventa un prodotto industriale equivalente a qualsiasi altro, da questo punto di vista, tra una sedia e una pianta non c’è alcuna differenza. Da qui a considerare tali anche animali e uomini il passo è talmente breve che nel caso degli animali è già stato fatto, mancano solo gli umani. Forse. 

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