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Disuguaglianze

Le disuguaglianze investono tutte le dimensioni del vivere (Barca, in De Rossi, Riabitare l’Italia. Le aree interne tra abbandoni e riconquiste, Donzelli, 2018). Per lungo tempo l’attenzione degli scienziati sociali si è soffermata sulle disuguaglianze di reddito e di produzione, tralasciando le numerose altre dimensioni che concorrono a determinare asimmetrie di opportunità, come ad esempio, l’istruzione, le cure sanitarie, la sicurezza personale, la qualità ambientale, la dotazione di infrastrutture materiali e immateriali, le reti di mobilità, l’efficienza amministrativa e giudiziaria. Allargando la prospettiva alla qualità della vita delle persone, lo spazio delle disuguaglianze si dilata ben oltre le disparità di ricchezza e reddito, rendendo più complesse e urgenti le politiche di contrasto.

Le disuguaglianze di opportunità che derivano dalle differenti possibilità di accesso a servizi essenziali condizionano i risultati che le persone sono in grado di ottenere nel corso della loro vita (Accessibilità), pur senza alcuna connessione con la volontà o l’impegno dei singoli perché generate in una «lotteria alla nascita» che assegna posizioni di partenza differenti per genere, luogo di origine, razza, famiglia di appartenenza (Franzini – Pianta, Disuguaglianze. Quante sono, come combatterle, Laterza, 2016).

 

Certo, le disuguaglianze nei risultati che le persone conseguono non possono essere associate soltanto a differenze relative a circostanze predeterminate, avulse da consapevoli scelte individuali, ma possono derivare dal grado di impegno nello studio o nel lavoro, da preferenze su determinati stili di vita, talvolta sono associate a eventi casuali favorevoli o di fortuna (a cui spesso si fa riferimento come «disuguaglianza residua»). Né vanno dimenticate le disuguaglianze che originano dal fatto che posizioni vantaggiose, di lavoro o di status sociale, vengono assegnate in base a specifici tratti personali o abilità innate, secondo criteri meritocratici. In questi ultimi due casi le disuguaglianze tendono ad essere socialmente accettate, come prodotto di un approccio non discriminatorio che seleziona e distingue le persone in base ad abilità e impegno.

 

Ma quanti di questi tratti individuali e abilità derivano anch’essi da contesti di appartenenza e situazioni di partenza non livellati all’origine? La «favola del merito», non è stata storicamente usata anche per giustificare le disuguaglianze (Piketty, Capitale e ideologia, La nave di Teseo, 2020)? Ad esempio: i risultati che i giovani conseguono all’università, che condizionano il futuro lavorativo e professionale individuale, possono essere considerati del tutto estranei alla qualità della formazione scolastica pregressa, alla disponibilità di strutture formative adeguate nei luoghi di residenza, alle condizioni culturali e reddituali delle famiglie di origine, alla possibilità di beneficiare di processi di apprendimento strutturato in età prescolare? I tratti della personalità che definiscono capacità relazionali, le cosiddette soft skills, sono davvero indipendenti dalle possibilità di accesso a eventi culturali, alle infrastrutture di connessione fisica e remota, alla diffusione della criminalità e all’insicurezza per l’incolumità personale, alle cure sanitarie e all’attenzione per un appropriato sviluppo psico-fisico dell’individuo anche in assenza di patologie? Queste condizioni sono spesso assai diverse, variano in base a elementi casuali di «fortuna» su dove si nasce e si cresce. Sono assai diverse tra continenti e nazioni, ma anche all’interno di uno stesso Stato unitario, e ancora all’interno delle regioni e dei comuni, sono caratteristiche dei luoghi che hanno confini che non sono necessariamente quelli amministrativi ma che vengono disegnati da condizioni oggettive di qualità del vivere (Confini; Luoghi). Questi tratti sono tutt’altro che innati e immodificabili: al contrario possono essere scardinati e plasmati, ripensati e ridefiniti attraverso politiche attente, basate sui luoghi e sul benessere delle persone (Persone).

 

 

Accade così che shock esogeni mettano a nudo fratture territoriali e sociali, rendano visibili distorsioni a cui solo la lente d’ingrandimento dell’emergenza e dell’eccezionalità può restituire il rango di disuguaglianze di opportunità. Quando è esplosa la pandemia da Covid-19, centinaia di migliaia di lavoratori in Italia sono transitati in breve tempo al lavoro «agile», da casa, portando alla ribalta della cronaca che la banda larga ultraveloce raggiunge solo una parte minoritaria della popolazione nazionale: un quarto contro una media europea del 60%, deprivando una parte di cittadini della possibilità di lavorare in maniera efficiente, soprattutto quelli residenti in aree interne e demograficamente rarefatte. Nello stesso tempo, la scuola ha cercato di non fermarsi, ovunque in Italia, ma le lezioni sono continuate in maniera assai diversa lungo la penisola, a seconda delle possibilità organizzative e tecnologiche delle singole scuole e, soprattutto, della possibilità di accesso degli studenti alla didattica a distanza, condizionata ancora una volta dalla differente qualità della connessione di rete e dalla disponibilità di un personal computer, anche queste a sfavore degli studenti delle aree più fragili e marginalizzate (Scuola). Metà anno scolastico sarà un bene pubblico non più recuperabile per molti studenti italiani, per molti tra quelli per i quali l’impegno non basta a conquistarsi il merito, perché il merito è irraggiungibile senza il computer e senza l’accesso alla rete che, di fatto, nel periodo dell’emergenza pandemica hanno rappresentato condizioni di accesso per esercitare il diritto costituzionale allo studio.

 

D’altro canto, le stesse misure di contenimento della diffusione del coronavirus hanno rafforzato le distanze tra le classi sociali, tra gli individui, tra i lavoratori, con una possibilità variabile di godere pienamente dei diritti di cittadinanza a seconda dei luoghi in cui si vive. Il deficit di strutture sanitarie nel Mezzogiorno adeguate a fronteggiare anche un iniziale diffondersi del contagio e l’assoluta carenza della medicina di territorio e dell’assistenza domiciliare, hanno allenato la mente, nel quotidiano snocciolarsi dei bollettini medici, a immaginare, e a temere, cosa sarebbe successo all’Italia se la diffusione del virus fosse stata al Sud di uguale aggressività e velocità di quella manifestatasi in altre regioni del Nord. A cospetto della malattia ci siamo, dunque, scoperti ancora più diseguali (Piketty, cit.).

 

Accade così che le drammatiche evidenze degli effetti di uno shock esogeno mettano in luce contemporaneamente l’inadeguatezza delle politiche pregresse e gli effetti distorsivi di quelle correnti nel fronteggiare le disuguaglianze (Barca – Luongo, Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale, il Mulino, 2020). L’inadeguatezza per avere troppo a lungo concentrato gli interventi sui divari di reddito e di produzione, al più per attenuarli ma quasi mai per impedire la loro riproduzione, tralasciando che le disuguaglianze sono multidimensionali, che i cambiamenti demografici, la nuova conoscenza, la globalizzazione richiedono ovunque miglioramenti adeguati alla domanda di nuovi bisogni, di servizi di cura delle persone di tutte le età, di tecnologie adeguate e diffuse, di amministrazioni efficienti; gli effetti distorsivi per continuare a pensare che le misure di intervento possano essere neutrali ai luoghi, che producano gli stessi effetti qualunque sia la loro destinazione, che la riduzione delle disuguaglianze non richieda attenzioni specifiche calibrate sulle dimensioni del vivere e sui bisogni specifici dei territori e delle persone.

 

La multidimensionalità delle disuguaglianze è strettamente legata alle disarticolazioni dei territori e supera la dicotomia tradizionale Nord/Sud, città/campagna, urbano/rurale; influenza l’articolazione tra luoghi vuoti e pieni, laddove la decisione di restare o abbandonare è condizionata dalla qualità del vivere. Una ragione in più per invertire lo sguardo e, come sosteneva Atkinson (2013), capovolgere il processo di costruzione delle politiche: partire dagli standard di vita e dal benessere degli individui e delle loro famiglie.

 

Questo testo è estratto da Domenico Cerosimo e Carmine Donzelli (a cura di), Manifesto per riabitare l’Italia, Donzelli 2020, che ringraziamo. I termini in corsivo tra parentesi rimandano ai lemmi del “Dizionario di parole chiave”, contenuto nel volume.

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