Dora Maar: la mia vita con Picasso

Sorriderebbe compiaciuto il Dottor S. della Coscienza di Zeno. Se venisse a scoprire che il suo sbeffeggiato suggerimento elargito a Zeno Cosini (“Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero”) ha trovato terreno fertile nella letteratura del terzo millennio. Non tanto per sfornare esempi di autoanalisi a uso terapeutico, come proponeva il medico raccontato con parole poco lusinghiere” da Italo Svevo, ma piuttosto per immaginare autobiografie apocrife. Romanzi, insomma, capaci di mettere a fuoco personaggi del passato mai raccontati in piena luce. Perché rimasti intrappolati nella penombra delle loro vite.

 

Proprio lì, in mezzo a quella folla di volti anonimi, Slavenka Drakulić ama cercare le sue storie. Vicende di donne, passaggi terrestri di figure femminili rimaste sempre un passo indietro. Vite di mogli e compagne di artisti, di scienziati famosi, che sono transitate sul palcoscenico della Storia come se qualcuno camminasse sopra il loro corpo con degli scarponi chiodati.

Ascoltando le parole di Frida Kahlo (“Le cicatrici sono aperture attraverso le quali un essere entra nella solitudine dell’altro”), Slavenka Drakulić, la scrittrice nata a Rijeka-Fiume in Croazia, che si è laureata in Letterature comparate e Sociologia all’Università di Zagabria, ha trovato la via per ideare romanzi capaci di sintonizzarsi con la realtà. Storie sospese tra la ricerca biografica e il libero dilagare dell’immaginazione, che danno voce a chi, fino a quel momento, era considerato soltanto “l’altro”, lo sbiadito accompagnatore di qualche celebre personaggio.

 

Tra le pagine di Il letto di Frida (La Tartaruga, 2011), Slavenka Drakulić è riuscita a scandagliare l’amore ossessivo della pittrice messicana per la vita e per Diego Rivera. In Mileva Einstein. Teoria del dolore (Bottega Errante Edizioni, 2019) ha ritrovato i passi perduti di Mileva Marić, la ragazza serba sposata per 16 anni al padre della Teoria della relatività, che poi la ripudiò nel modo più umiliante. Pochi biografi osano raccontare che la donna aiutò il Premio Nobel per la Fisica a elaborare una parte delle sue rivoluzionarie idee. Senza che le venisse mai riconosciuto questo importante ruolo.

Per capire Dora Maar, la fascinosa fotografa di origine croata consegnata tra le braccia della follia dalla sua insoddisfatta fame d’amore per Pablo Picasso, Slavenka Drakulić doveva spingersi ancora più lontano. Le serviva una sintonia medianica, un rito di evocazione. Era necessario che si abbandonasse a una vera e propria possessione prima umana, poi letteraria. Ed è nato da lì, dall’ascolto della voce della donna registrata all’anagrafe come Henriette Theodora Markovitch, il suo romanzo Dora e il Minotauro: la mia vita con Picasso, tradotto con passione e grande precisione da Estera Miočić per Bottega Errante Edizioni (pagg. 222, euro 17).

 

Mai, prima di questo libro, Slavenka Drakulić si era calata nel ruolo della medium. Mai si era prestata in maniera così totale a fare da tramite a un altro-da-sé, lasciando che fluissero attraverso di lei le parole di Dora Maar. Al massimo si era avventurata, seguendo l’immaginazione, nella mente di una giovane donna assassina nel romanzo che in italiano è stato tradotto con il titolo L’accusata (Keller editore, 2016). Lì la scrittrice croata aveva squadernato davanti agli occhi del lettore la storia di una ragazza accusata di avere ucciso la madre. Ascoltando la voce di un personaggio inventato, eppure simile ai protagonisti di tanti fattacci di cronaca nera, anche se scollegato da un reale vissuto, si era trovata a raccontare i segreti più nascosti di un rapporto familiare violento, malato.       

 

 

In Dora e il Minotauro, Slavenka Drakulić rispolvera un vecchio, sempre efficace marchingegno narrativo. Immagina che salti fuori dall’archivio di un anonimo collezionista un diario scritto dalla stessa Dora Maar. Forse il leggendario “Quaderno di Ménerbes”, citato da parecchi biografi della musa di Picasso, messo assieme tra il 1958 e il 1959. Un segretissimo confessionale dove trovavano posto appunti scritti con una penna dall’inchiostro viola.

Ed è nel fluire di quella voce, che tanto sarebbe piaciuta allo sveviano Dottor S. (Scriva! Scriva! Vedrà come arriverà a vedersi intero”), nel ricordo dei colloqui con Jacques Lacan, l’eretico psicanalista che prese in cura Dora Maar senza riuscire a evitarle una devastante dose di elettroshock, nel rimettere assieme le schegge di una vita prima bellissima e poi disperata, che si dipana la storia della fotografa surrealista. Perché Slavenka Drakulić, immaginando di ascoltare l’eco delle sue parole, percorre un lungo viaggio tra la Croazia, Paese d’origine del padre della fotografa, la Buenos Aires dell’adolescente Dorina e la scintillante Parigi dov’era nata lei stessa, oltre che sua madre, il 22 novembre 1907.

 

Il romanzo si rivela, fin dalle primissime pagine, un documento prezioso. Dove le tappe del racconto, mitico e disperato, vengono scandite in prima persona da una Dora Maar trasgressiva in campo artistico, ma assai prossima alla normalità nei riti quotidiani della vita. Da una giovane artista di grande talento che credeva di domare la realtà ricreandola attraverso l’obiettivo della sua fotocamera. E che, invece, si costringerà a perdere se stessa, travolta dall’illusione che il rapporto d’amore con Picasso potesse bastare a riempirle la vita. 

 

Lasciando risuonare nel romanzo la voce di Dora Maar, Slavenka Drakulić va molto al di là di quello che tante biografie hanno già raccontato. Cerca negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza il significato della sua personalità forte eppure fragilissima, luminosa ma enigmatica. Racconta l’amore incondizionato del padre per Dorina, il rapporto complesso e tempestoso con la madre Julie. Individua in quel suo saper destreggiarsi tra la lingua croata delle origini, lo spagnolo imparato in Argentina, il francese di maman e degli amici surrealisti, uno dei motivi che le impedirono di trovare un centro di gravità permanente. Dal momento che la fotografa resterà sempre in equilibrio tra il desiderio di ribellarsi ai dettami borghesi, alle regole del perbenismo, e la paura di ritrovarsi emarginata nel ruolo della “francesa”. La donna di troppo facili costumi che a Buenos Aires veniva esorcizzata con il disprezzo riservato solo a chi arriva da lontano.

 

Del resto, Dora Maar aveva capito molto presto che Picasso non si era invaghito di lei per quello che era. Forse già dal primo incontro, nella sala del Caffè parigino “Les Deux Magots”, a ipnotizzare il pittore, che stava cambiando le regole della pittura nel ‘900, era stata la tenebrosa aura di trasgressione che circondava la fotografa. Di lei raccontavano che fosse l’amante di Georges Bataille, lo scrittore che sapeva scandalizzare le menti più libere. E poi, se non bastasse, quel giorno Dora si era messa a praticare un bizzarro giochetto imparato dal poeta Jacques Prevért. Si trattava di vibrare con un coltello potenti fendenti tra le dita della mano divaricate sopra un tavolino. Cercando di non sbagliare il bersaglio.

 

Fin dal primo sguardo, Dora Maar era apparsa agli occhi di Picasso come la donna che si fa beffe delle regole. Un’esotica bellezza che il fotografo statunitense Man Ray avrebbe trasformato di lì a poco in una sorta di principessa indiana dal fascino sfolgorante e misterioso. Ponendola in primo piano in una delle sue immagini più famose: “Portrait of Dora Maar with little hands”.

 

Man Ray


Non era un segreto che Picasso fosse incapace di amare. La ballerina russa Olga Khokhlova, sua prima moglie e madre del primo figlio Paulo, andava in giro a gridarlo con rabbia: “Lui si troverà sempre una più giovane, perché si nutre di noi donne”. Non deve stupire, allora, che il grande pittore, rinomato collezionista di bellezze femminili, si compiacesse nel sentirsi paragonare al Minotauro. Il figlio della regina di Creta Pasifae, personaggio mitico mezzo uomo e mezzo animale imprigionato in un luogo da incubo: il labirinto. “Una bestia triste scrive Slavenka Drakulić che si nutre di carne umana per sopravvivere”.

Eppure, sembra che le donne non riuscissero a sottrarsi al fascino di Picasso, dei suoi occhi scuri, di quell’energia incontenibile che sprizzava dal corpo tozzo. Se è vero che sette sono state le sue amanti più importanti, ma decine di altre hanno accettato di buon grado il suo pressante corteggiamento. Non ultima la splendida Nusch, modella e compagna di Paul Éluard, che sarà offerta in dono al pittore dallo stesso amico poeta. Come se transitare per il letto dell’insaziabile Pablo fosse un indispensabile rito di iniziazione.

 

Non era casuale che Picasso rivendicasse il suo rivivere il mito oscuro del Minotauro. Perché lui, come molti grandi artisti, portava nel rapporto con le donne qualcosa di animalesco. “Le personalità artistiche sono pericolose per gli altri scrive Slavenka Drakulić perché egoiste, perché prendono, si impossessano, rubano, divorano, distruggono tutto attorno a sé”. Picasso era totalmente concentrato sulla sua arte, sulle grandi intuizioni che lo hanno portato a rompere gli schemi della pittura e che gli richiedevano un’energia febbrile per realizzarle. Non aveva famiglia, frequentava sempre gli stessi amici che lo idolatravano. Non si esponeva mai politicamente: “I quadri sono il mio partito”, amava ripetere. Il resto, attorno a lui, doveva funzionare secondo i suoi desideri. Altrimenti era meglio che sparisse dall’orizzonte.

Così, in nove anni di tempestosa passione, Dora Maar si era trasformata da donna misteriosa, affascinante, libera, originale, nella piangente “Femme qui pleure” ritratta da Picasso nel quadro del 1937. Un essere insicuro, enigmatico, che non sapeva più sorridere. Forse perché lei e le altre amiche che vivevano la Parigi dei surrealisti (la modella e fotografa americana Lee Miller; Maria Benz ribattezzata Nusch; Jacqueline Lamba sposata a André Breton; Elena Dimitreva, l’amica della poetessa Marina Cvetaeva, che sarebbe diventata l’idolatrata Gala accanto a Salvador Dalí) si illudevano di raggiungere la parità di diritti con gli uomini sperimentando ogni tipo di trasgressione. “Credevamo di essere artiste e muse le fa dire Slavenka Drakulić , di occupare una posizione privilegiata a cui nessuna voleva rinunciare”.

 

Il risveglio da quell’illusione sarebbe stato molto brusco. Dora Maar, l’Adora che era stata per Pablo oggetto di furore erotico, la fotografa che sapeva “épater le bourgeois” con scatti arditi (come “Jeux interdits”, dove una donna discinta cavalca un uomo vestito di tutto punto sotto gli occhi curiosi di un bimbo; “Hand emerging from shell”, con una mano che sbuca da una grande conchiglia; i ritratti di Assia sospesi tra la mistica sensualità della Maddalena di Caravaggio e l’arcano fascino delle donne di René Magritte; l’immagine di una modella di spalle, su un fondale nero, con un cappello a forma di stella che anticipa di settant’anni le stranezze della popstar Lady Gaga) sarebbe diventata presto una Mater Dolorosa. Una macchina della sofferenza incapace di governare la propria vita, di sopravvivere all’assenza d’amore. Un soggetto, insomma, sempre più grottesco, respingente, che Picasso si ostinerà a ritrarre sulla tela più e più volte in maniera beffarda. Come farà con altre sue amanti, quando l’attrazione diventerà solo un pallido ricordo.

 

Slavenka Drakulić conosce bene il destino delle donne che si appiattiscono nell’ombra di un uomo. Lo ha raccontato nei suoi primi libri, in cui tratteggiava le contraddizioni del regime comunista di Tito nell’ex Jugoslavia (Balkan Express, il Saggiatore 1993; Come siamo sopravvissuti al comunismo, il Saggiatore 1994). Lo ha esplorato in maniera beffarda, dirompente e del tutto libera in romanzi come Il gusto di un uomo (il Saggiatore, 1996) e Pelle di marmo (Giunti, 1994). Lo ha seguito fino alla terribile discesa nel maelstrom della follia anche in Dora e il Minotauro. Quando immagina la fotografa ammettere che “vivere con Picasso è stato come contrarre una malattia”. Perché rinnegando se stessa, la propria arte, la capacità trasgressiva di creare immagini che conservano ancora oggi la loro carica eversiva, Dora Maar si è ridotta all’afasia.

 

 

Quando vedrà avvicinarsi lo spettro della follia, Dora Maar dovrà affidarsi prima ai silenzi di Jacques Lacan (“Alla domanda che rivolsi a Jacques durante uno dei nostri incontri non ebbi risposta, così come a nessuna delle domande che gli avevo posto”), poi alla trascendente quiete della scoperta di Dio. Rivivrà, insomma, quello che lo psicanalista parigino chiamava la fase dello specchio, provando a riflettere la propria immagine dentro se stessa. Per ritrovare il suo volto, quasi fosse quello di un’estranea, di una sorta di doppio, Dora ripeterà le parole di Sigmund Freud come fossero un mantra: “Non sono nulla di ciò che mi accade”.

 

Solo allora, tutto ritornerà ad avere un senso. Perfino gli anni di apprendistato come amante dello scrittore più provocatorio e inquieto di Parigi. Quel Georges Bataille che diceva di sé: “Io non sono un filosofo, ma un santo, forse un pazzo”. Salvo, poi, iniziare un lungo corteggiamento alle pratiche psicanalitiche già 1925, quando incontrò lo psichiatra Adrien Borel. E perfezionare la sua fuga verso un misticismo senza Dio, secondo la definizione di Jean Paul Sartre, quando la prima moglie, l’ebrea rumena Sylvia Macklès, si allontanerà da lui per diventare la compagna proprio di Jacques Lacan.

Dagli anni passati accanto a Bataille, Dora trarrà un insegnamento di cui non saprà, poi, fare tesoro. Sì, perché sarà lei stessa a suggerire allo scrittore il personaggio di Xénie (”Era semplicemente una ragazza scioperata e troppo ricca”), la vicina del Troppmann protagonista dello scandaloso romanzo Le bleu du ciel (L’azzurro del cielo), iniziato nel 1935 e pubblicato soltanto ventidue anni più tardi. Ma Bataille preferirà sempre minimizzare il ruolo della sua musa ispiratrice.

Succederà di nuovo con Picasso, quando l’artista dipingerà “Guernica”. E Dora sarà lì a incoraggiarlo, a rendere immortale con i suoi scatti tutta la fase di lavorazione del capolavoro, “strumento contro la brutalità e l’oscurità della guerra”. Ma Pablo non riconoscerà mai l’importanza di quelle immagini. Convinto che la fotografia abbia un valore del tutto inferiore alla pittura. O piuttosto incapace di ammettere, come scrive Slavenka Drakulić, che “il mestiere di fotografo richiede molta competenza e bravura tecnica, e il rapporto con la luce è completamente diverso”.

Proverà anche lui a cimentarsi con la fotografia. Per un breve periodo, Picasso si divertirà a disegnare sopra le lastre fotografiche, tentando di lasciare la sua inconfondibile impronta anche su quelle. Ma ritornerà in fretta alla pittura. Perché, racconta Dora Maar con le parole di Slavenka Drakulić, capirà che le sue immagini sarebbero apparse mediocri. E lui “non sopportava di non essere il migliore in qualunque cosa facesse”.

 

Dora e il Minotauro non è solo un ritratto nitido, implacabile, di quanto sia impossibile arginare il dilagare di un io geniale, che non ammette interferenze di sorta, aggrappandosi all’amore e alla dedizione assoluta. In questo romanzo medianico, Slavenka Drakulić esplora senza retorica, evitando sbavature linguistiche e stilistiche, il sempre complesso scenario dei rapporti tra il mondo maschile e quello femminile. E consegna ai lettori uno dei suoi libri più incalzanti, appassionati e perturbanti.

Proprio in queste settimane, l’ombra inquieta di Dora Maar ritorna anche in un altro libro di storie scritte a più mani. Si intitola Musa e getta, lo pubblica Ponte alle Grazie (pagg. 382, euro 18), coinvolge sedici scrittrici per raccontare altrettante “donne indimenticabili (ma a volte dimenticate)”. A girare Parigi “Nelle scarpe di Dora” è Anna Siccardi. L’autrice che vive a Milano, e ha debuttato nel 2020 con il romanzo La parola magica (NN Editore), immagina che sia la stessa Maar, o uno spirito guida che si spaccia per lei, ad accompagnarla per ritrovare i luoghi che ha abitato con e senza Picasso. Partendo dalle sale della grande retrospettiva che il Beaubourg ha dedicato due anni fa a Dora, dove non potevano mancare i quadri dipinti dal Minotauro: “Dora con le unghie verdi”, “Dora sulla spiaggia”, “Dora seduta”. E una parete intera con le diverse versioni di “Dora che piange”. Allineate una accanto all’altra, come in un incubo senza fine.

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Pablo Picasso