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Enrico Palandri, Le condizioni atmosferiche

“L’innocenza diventa astratta man mano che con gli anni ci si abitua a sentirsi tutti un po’ colpevoli di qualcosa. Per pigrizia, rassegnazione, prudenza, si finisce con l’occuparsi degli altri solo quando è necessario difendersene e non c’è nulla come l’ipotesi della loro innocenza che faccia paura perché metterebbe a nudo la nostra misantropia.”

Se ci guardassimo alle spalle, come da uno specchietto retrovisore mentre la nostra auto accelera, lasciandoci dietro, alberi, asfalto e case, cosa vedremmo tra la polvere e la luce del sole che cala? Vedremmo i nostri anni a terra, il tempo che abbiamo attraversato (o che ci ha attraversati). Vedremmo certamente gli affetti, gli amori, tutti i posti dove siamo stati, forse anche quelli dove avremmo voluto stare e non ci siamo riusciti. Vedremmo gli errori commessi, magari non tutti, magari su qualcuno saremmo disposti a chiudere un occhio.

 

Vedremmo la storia, quella che abbiamo fatto, volenti o meno, quella che ci è passata accanto e qualche volta sopra. Vedremmo, come in Le condizioni atmosferiche (Bompiani, 2020) di Enrico Palandri, quaranta o cinquanta e, con un po’ di sforzo, sessant’anni di questa terra che chiamiamo Italia e poi Europa, i suoi destini, le sue colpe, il suo fascino intramontabile, le leggerezze, gli obblighi, la bellezza, la morte, il potere, i colpevoli, gli innocenti, misteri, treni, aerei, stazioni, bombe, orologi fermi, rapimenti, scoperte scientifiche, dei bellissimi film, qualche canzone, le persone molte persone.

“Anche se un mondo passato non torna, sapevo che abitava le cose come un segreto e ne era la ricchezza, ciò che le riempiva di senso.”

 

Enrico Palandri ha scelto di riscrivere i sei romanzi pubblicati tra il 1986 e il 2010, quindi quelli successivi all’indimenticabile Boccalone (ultima edizione Bompiani), nati (vedi postfazione) più liberi, scritti pensando a modelli letterari, in un “ambito interamente artistico”. Gli anni lungo i quali si dipanano le vicende vanno dai primi settanta al 2016. Palandri non ha più il timore di somigliare agli indimenticabili Pauline, Marco – narratore e punto d’unione tra tutti i personaggi – Luca, Nina, Zdena, Herbert Markus, Carlo, Angela. Sono cambiati i luoghi e i tempi, tutto quello che si è accaduto non riguarda più solo l’Italia o le meravigliose Parigi e Londra, il teatro è l’Europa. Sei destini principali, scelti dallo scrittore veneziano, che maturano attraverso i sei libri. Ogni romanzo finisce e ritrova un filo del libro che lo ha preceduto e lancia un nuovo appiglio che troveremo due romanzi più in là. Le condizioni atmosferiche è oggi un corpo unico ma non dimentica di venire da sei storie diverse immaginate in momenti e in anni differenti. Le tracce sono varie, lo svolgimento è ampio, la vista e la memoria si allargano a macchia d’olio e portano chi legge nelle vite dei protagonisti, a volte riconoscendo qualcosa di sé, un ricordo, un campo veneziano, una via di Roma, un boulevard parigino, la stazione di Bologna.

 

Le condizioni atmosferiche quali sono? Sono, per Marco, in apparenza quelle che fanno scegliere agli inglesi di trasferirsi in Italia per il cibo o per il clima e – al contrario – le stesse che ti piazzano un terremoto dietro l’angolo. Naturalmente, per Palandri, sono anche qualcosa di più intimo e poco gestibile, riguardano da vicino le indecisioni, le debolezze, gli arrivi e le partenze, le inquietudini, e, ampliando il raggio d’azione, la voglia di scappare, di legarsi e di non volersi legare, la nostalgia, la paura, il peso della storia. Le condizioni ambientali, perciò noi stessi, di quanto ci tradiamo, di quanto ci perdoniamo.

In un passaggio particolarmente bello, Marco, di ritorno in Italia dall’Inghilterra, perde una coincidenza alla stazione di Bologna. Si siede, guarda l’orologio fermo dal due agosto del 1980, immagina quel giorno andando all’indietro, alle persone che magari avevano perso una coincidenza come lui, dice che una strage riguarda tutti, anche chi non c’era. E poi: “Tra le pietre un gettone, la testa di una bambolina, un paio di occhiali, un mocassino di pelle morbida. Le autoambulanze arrivano a decine, i cadaveri, coperti da un lenzuolo, vengono provvisoriamente allineati sul piazzale e mentre guardo la  gente in questa sala oggi e i nomi su questa lapide non capisco ancora che cosa ci allontani da loro.” Ci riguarda tutti e però qualcosa ci allontana dai morti, dai nomi sulla lapide. Le storie scritte da Palandri,  e i protagonisti, si muovono con delicatezza e forza lungo questo confine sottile, da un lato la storia che ci riguarda, che ci appartiene nostro malgrado, dall’altro la nostra voglia di non farci toccare, la nostra – molto spesso involontaria – indifferenza.

 

 

Il romanzo comincia a Venezia, la città lagunare degli anni settanta, con le passeggiate notturne di un giornalista solitario – Marco – che offre la sua casa a due ragazzi che non hanno un posto per fare l’amore. Luca e Nina, lui è ricco, lei è povera, lei è bravissima a scuola, lui ha difficoltà. Luca è preso di mira dal professor Markus, uno dei personaggi più interessanti e controversi di Palandri. Luca e Nina, lasciarsi e prendersi, aver voglia di partire. Da quel momento il legame con Marco rimarrà forte. Luca e Nina che spariranno, si perderanno e si ritroveranno. Li vedremo di nuovo molti anni dopo prima a Londra e poi in nave verso Venezia, per una promessa, per un tentativo di sopravvivenza.

“La tua voce mi raggiunge dalla cucina e mi chiedo se sei la stessa di allora. Se la vita che ci siamo costruiti è cresciuta sulla nostra felicità o se a un certo punto siamo cascati in qualcos’altro. Da dove è scappata la nostra promessa?”

 

Marco e Herbert amici da ragazzini. Herbert intellettuale da subito, per naturale predisposizione, per autodifesa. Marco indolente, annoiato, con una valigia sempre in mano. Marco che si lega ma mai troppo. Marco e Pauline, un grande amore. Tra Londra e Roma, con deviazioni parigine. Herbert a Venezia, poi a Londra scrittore di successo, brillante studioso, innamorato di Zdena, scappata da Praga e poi sempre precaria, sempre alla ricerca di qualcosa, sempre bella. Uomini e donne che crescono, fanno figli, cambiano, si perdono a ripetizione, e si ritrovano, a volte per caso, altre per un’intuizione, per una promessa fatta molti anni prima, perché così vanno i casi e le sorti.

Intanto che le vicende personali evolvono, la storia accade. Le Brigate rosse, i cambi della scena politica, le situazioni degli stati europei, le stragi, la caduta del muro di Berlino, gli scontri per le strade di Parigi durante gli Europei di calcio, le morti per droga, i complotti.

“Basta che esista il rischio di perdersi ed è già iniziata una separazione.”

 

Lo sguardo attento di Marco e il suo distacco, mai troppo politico, mai troppo sentimentale (pur avendo molto amato) gli consentono di guardare al tempo e ai fatti con lucidità. Ci sono la cronaca e le persone, le case e i luoghi, c’è molto amore, ci sono dolore e sgomento, ma anche coraggio e voglia di esplorare. I personaggi ogni tanto rinunciano, ma in fondo restano loro stessi, nel bene e nel male, come tutti noi. 

Enrico Palandri ha modificato le scelte linguistiche, semplificandole soprattutto, lo spiega nella postfazione. Scelte, scrive, che dialogavano con una scena letteraria che col tempo (come quella politica) risulta essere incomprensibile.

Il futuro accade, semplicemente. Più della felicità conta il desiderio di felicità come quello che sente Marco quando Pauline, a Parigi, lo prenderà di nuovo per mano.

 

Il risultato è un libro ricco, colto, pieno di sfumature, di descrizioni precise, mai sciatte, mai eccessive; fatto di personaggi intensi che hanno viaggiato per decenni sullo stesso treno, in vecchi scompartimenti vicini, talvolta cambiando di posto, scendendo, risalendo più avanti. Tutti hanno guardato fuori dal finestrino, tutti hanno perduto e trovato qualcosa. 

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