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Hannah Arendt e Martin Heidegger: le lettere

«Il démone mi ha colpito...non mi era ancora mai capitato niente di simile». Lo scrive in una lettera il professore di filosofia alla studentessa, che subito comprende. Il grande démone è quello del Simposio di Platone, Eros. 

Con questi toni inizia, nel febbraio del 1925, la corrispondenza amoroso-filosofica di Martin Heidegger – che sarebbe divenuto il filosofo di fama mondiale e all’epoca aveva trentasei anni, una moglie e due figli piccoli - con Hannah Arendt – anch’essa qualche decennio dopo non meno famosa del maestro e amante – mentre entrambi si trovavano nella piccola città universitaria di Marburg nel centro della Germania, tra Kassel e Francoforte. A Marburg l’università vecchia è una specie di costruzione massiccia, sorta di castello-chiesa-fortezza nel cuore della città (la nuova università, un po’ fuori, è di uno squallore e di una bruttezza insostenibili, ma ai tempi per fortuna non c’era). Lì la studentessa venuta dal nord (Königsberg) incontra il docente venuto dal sud (Meßkirch); è colpita dal suo pensiero, pensa che la filosofia sia tornata a vivere, che finalmente qualcuno abbia ridato la parola ai tesori del passato che sembravano morti.

 

Anch’egli è colpito dall’apparizione di questa ragazza intelligente e attentissima; Arendt si era appassionata alla filosofia fin dagli anni giovanili e già a 14 anni aveva letto la Critica della ragion pura di Kant, e conosceva così bene il greco e il latino da aver fondato un circolo di lettura per la letteratura antica. Aveva anche ascoltato qualche lezione di Romano Guardini, e letto Kierkegaard, prima di iscriversi alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Marburg proprio per sentire le lezioni di Bulmann e Heidegger, già ben conosciuto. La giovane viveva in una camera da studente in una soffitta di Marburg: una decina di anni prima Edith Stein, studentessa di Filosofia iscritta all’Università di Göttingen per seguire le lezioni di Husserl, conduceva una vita analoga, nella sua stanzetta da studente. Questa l’ho vista con i miei occhi, ci sono passata davanti non so quante volte, sempre pensando che queste studiose erano contemporanee di mia nonna, che non aveva potuto studiare perché era femmina, e anche una delle sue figlie, mia zia, non era stata mandata avanti negli studi perché era donna, eppure era bravissima, la più brava in tutte le materie, e per questo motivo era stata mandata in gita al Cimitero Militare di Redipuglia, in Friuli, che raccoglie molti caduti della Prima guerra mondiale, insieme agli altri bambini bravi d’Italia. Luogo un po’ macabro, per una gita scolastica, ma erano gli anni del fascismo e del suo culto della patria. Ogni volta che penso alle loro vite ammiro l’apertura mentale del nord dell’Europa.  

 

Ma torniamo a Arendt che nel sottotetto della sua cameretta accoglieva Heidegger, un giovane uomo magro, sportivo, asciutto, con i capelli e i baffi scuri, perennemente abbronzato del sole delle sue montagne dove scappava ogni volta gli fosse possibile. Rigidissime erano le regole dei loro incontri, da lui disposte per la loro storia d’amore. Né la moglie Elfriede né alcuno nella piccola città doveva sospettare alcunché. Accurati segnali davano il via libera o l’altolà. Lampade accese o spente, finestre e porte aperte e chiuse indicavano pericolo o agibilità. Hannah segue le prescrizioni, ben conscia del fatto che questa storia non ha storia, mentre Martin compone per lei poesie e le manda piccoli fiori di caro di montagna.

 

E però nel loro rapporto Arendt impara da Heidegger, e lo riconoscerà sempre, la cosa più importante per un filosofo ma non soltanto: impara, dalle sue lezioni, a leggere. Noi abbiamo banalizzato la lezione e il suo senso; ma tenere una lezione vuol dire letteralmente leggere davanti a un pubblico generalmente di studenti, interpretare, spiegare, immaginare, a guisa del maestro medievale che commentava le opere di Aristotele. Come «leggeva» lui, ripete Arendt nelle sue lettere, compresa quella del 25 settembre 1968 dedicata all’ottantesimo compleanno di Heidegger, non l’ha mai fatto nessuno né prima né dopo di lui. Da Heidegger Arendt impara infatti non banalmente «a» pensare, ma «il» pensare; apprende come si pensa proprio dal maestro del pensiero che nella casa del pensiero viveva ogni giorno.

 

L’epistolario Arendt-Heidegger: una sorpresa

Per me che questo epistolario non avevo ancora letto – è a disposizione del pubblico tedesco dal 1998 nell’edizione curata da Ursula Ludz (Frankfurt, Klostermann) e di quello italiano dal 2007, nell’edizione Einaudi curata da Massimo Bonola – è stata una sorpresa cogliere gli accenti di un amore sincero, di una passione condivisa. Quelli di Heidegger non sono i toni di un vecchio marpione perso per una ragazzetta, anche se nelle prime lettere un po’ di retorica la spende, soprattutto sul «femminile» e sulla caratteristica del donare che gli viene attribuita; sono parole d’amore e di stima per la giovane ebrea – Heidegger era circondato da studenti ebrei per i quali non aveva alcun problema a spendersi, ma soprattutto la sua filosofia non c’entra nulla con le posizioni antisemite da lui assunte per un certo periodo, né con l’antisemitismo dichiarato della moglie –. La giovane risponde con un po’ di timore e tremore, con termini appassionati ma anche contenuti, forse per la soggezione nei confronti dell’età e della posizione dell’amante.

 

Un’altra sorpresa è stata per me vedere il loro rapporto di intimità, di stima e di reciproca comprensione umana e filosofica correre per l’intero cinquantennio della corrispondenza. Ci furono sì pause, interruzioni, reticenze, riprese, momenti di crisi, di gelosia e di incomprensione politica; l’impressione generale è però che questo sia stato l’incontro più importante delle loro vite, e che abbia continuato a determinarle entrambe, e che questo non sia nemmeno stato indifferente al loro sviluppo filosofico, per dir così. Con Arendt che impara da Heidegger a leggere e Heidegger che riceve impulso dallo sguardo così attento della studentessa, se studente è chi at-tende con sforzo al sapere, a leggere sempre più profondamente.

 

La ragazza straniera/Das Mädchen aus der Fremde

 

Entrambi amavano, oltre al pensiero, filosofico e politico, la musica classica, sulla quale si consigliano autori e pezzi: Prätorius, Pachelbel, Buxtehude, Beethoven; l’arte, la letteratura. Forse Arendt non era trascinata dall’amore per la montagna che sprizza dalle pagine di Heidegger e del quale Rüdiger Safranski, nella sua bellissima biografia (Ein Meister aus Deutschland, 1994, tradotto nel 2001 come Heidegger e il suo tempo), racconta narrando del leggendario incontro nel 1929 a Davos con Ernst Cassirer: elegante e raffinato quest’ultimo, il gran signore dell’Umanesimo politico; appena arrivato da una discesa in sci, trafelato e sudato l’altro, con i calzoni alla zuava, scusate ma cito a memoria. Arendt, che veniva dal paese piatto delle regioni settentrionali non sapeva che cosa vuol dire avere nostalgia del profilo delle montagne, anche se si trattava semplicemente del panorama delle Alpi visto dalla finestra di una cameretta da bimba a Milano, la mia, quando la giornata era serena e ventosa.

 

 

Arendt non sembra avere preferenze di luogo o di territorio; vive dove riesce a vivere, a pensare, a scrivere. Non si considera una donna tedesca e neanche una donna ebrea: lo scrive a Heideger nel 1950, quando riprende la corrispondenza che si era interrotta nell’inverno del ‘32-33, allorché Arendt era riparata prima in Francia e poi negli Stati Uniti con il secondo amato marito Heinrich Blüchner, che fu tutto, amato, amico, fratello, padre, collega, scrive Safranski; mentre dal primo, Günther Stern, poi Anders, aveva divorziato dopo un breve matrimonio. Io sono soltanto, scrive di sé Arendt, Das Mädchen aus der Fremde, la ragazza straniera, straniera ovunque, che è di casa soltanto nella sua lingua madre – dirà nella celebre intervista – l’unica lingua nella quale poteva recitare le poesie imparate a scuola, tra le quali sicuramente anche i versi di Schiller sulla fanciulla straniera che distribuiva i suoi doni, fiori e frutta, a tutti, ma specialmente alla coppia di innamorati del finale. 

 

Hannah Arendt è sempre la stessa ragazza dai capelli ricci nei quali lui passava «il pettine delle sue dita», le scrive Heidegger nel 1950, e per la quale il professore scrive poesie, una delle quali porta lo stesso titolo della poesia di Schiller, La ragazza straniera. I versi di Heidegger non sono melodiosi come quelli di Schiller, sono ruvidi, criptici, pesanti, senza bellezza. Un’altra delle poesie che Heidegger dedica a Arendt si intitola Die Sterblichen, I mortali. Su questo tema, come su altri, le considerazioni di Arendt e Heidegger erano andate in direzioni opposte: all’«essere per la morte» e alla filosofia della mortalità di Heidegger Arendt infatti rispose con la filosofia della natalità, l’«essere per la vita», «essere per la nascita», la filosofia dell’essere non soltanto mortali ma anche, e soprattutto, nascibili. L’inno filosofico al nascere, che si affaccia alla mente di Arendt mentre ascolta le note dell’Alleluja del Messiah di Händel, fu forse una sorta di compensazione per i figli che Hannah Arendt non ebbe mai, perché «quando poteva non fu possibile e quando fu possibile non poteva», come le fa dire Margarete von Trotta nell’omonimo film (Hannah Arendt, con Barbara Sukowa, Germania, Lussemburgo, Francia 2012).

Ebbe però quell’amore grande, e Heidegger ebbe l’amore di lei, e il loro amore si mischiava con l’amore per il pensiero e il desiderio di comprendere, era un amore che Heidegger espesse nei primi tempi della loro storia con le parole di Agostino, senza sapere che proprio sul concetto di amore in Agostino Arendt avrebbe scritto la tesi di dottorato, non più con lui ma con Jaspers, a Heidelberg e non a Marburg, da cui si era allontana proprio a causa di quell’amore impossibile. «Amo», scrive Heidegger citando per la prima volta il filosofo di Tagaste nella lettera del 13 maggio 1925, significa «volo ut sis». Ti amo, cioè voglio che tu sia ciò che sei, «felice, raggiante e libera come venisti a me», le aveva scritto appena il mese prima, firmandosi non più semplicemente Martin ma «il tuo Martin». Anche Hannah comincerà a firmarsi «la tua Hannah», quella che nel 1929 gli bacia «la fronte e gli occhi».

 

Poi la lunga interruzione e la ripresa nel 1950, timida, dove le lettere un po’ sostenute di quel periodo, gli anni della gelosia sono stati definiti, vengono firmate semplicemente Martin. Finché negli anni dell’autunno, così chiamati dal titolo di un’altra poesia, Autunno, questa volta di Hölderlin, arriva di nuovo un segnale da parte di lei che si firma «come sempre (wie immer) Hannah». E da allora, dagli anni autunnali fino all’inverno della morte di lei – Heidegger le sopravvivrà per sei mesi, attendendo la fine tranquillo, sereno, rilassato – sarà «come sempre» per entrambi.

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