I tre finali di Muhammad Ali

La boxe esiste, per me, in bianco e nero ed è un racconto al rallentatore che non si ferma mai; un replay che non riuscirà mai a riprodurre lo stesso scambio di colpi. Non guardo un incontro di boxe da molti anni, gli ultimi che ho guardato sono stati i primi match di Mike Tyson, che mi impressionava ma non mi divertiva. La boxe vera, per cui, quella a cui sono legato e che mi provoca sempre un sussulto, è quella che mi ha raccontato mio padre, quella che nel tempo ho guardato spesso in vecchi video, che ho letto sui libri, alcuni di questi davvero strepitosi. La boxe ha molto a che fare con la letteratura, è vera e propria materia narrativa, mai uguale, un romanzo che va oltre tutte le riprese, oltre tutti i suoni del gong. Un libro in costante costruzione, non c’è un finale.

 

Muhammad Ali, scomparso oggi, di finali ne ha scritti e vissuti almeno tre, se ci limitiamo alla vita sportiva.

 

Nella prima parte di una sua bellissima raccolta di saggi e articoli “Sulla boxe” (66thand2nd, 2015 – trad. di Leonardo Marcello Pignataro) Joyce Carol Oates scrive:

 

“Allo stesso modo non mi riesce di pensare alla boxe in termini letterari come metafora di qualcos’altro. […] Posso però valutare l’idea che la vita sia una metafora della boxe – di uno di quegli incontri che si protraggono all’infinito, ripresa dopo ripresa, jab, colpi a vuoto, corpi avvinghiati, un niente di fatto, di nuovo il gong, e poi di nuovo, e tu e il tuo avversario così simili che è impossibile non accorgersi che il tuo avversario sei tu: e perché questa lotta su un palco rialzato, delimitato da corde come un recinto, sotto luci infuocate, crude, spietate, davanti a una folla scalpitante? -, il genere di metafora letteraria dell’inferno. La vita è come la boxe per molti e sconcertanti aspetti. La boxe però è soltanto come la boxe.  Perché se uno ha visto cinquecento incontri di boxe ha visto cinquecento incontri di boxe, e non è il loro comune denominatore, che di certo esiste, la cosa che gli interessa di più.”

 

La boxe è tutta qui, in pochissime battute. Oates riesce a spiegarcene l’essenza in maniera esemplare per due motivi: perché è un’appassionata e perché è una scrittrice meravigliosa. Le parole e il ring, la vita e la boxe, le luci, la folla, i colpi, tu e l’avversario, tu contro te stesso. Come a dire che non la scamperai mai, o che la scamperai per sempre. La boxe è Muhammad Ali, più di ogni altro è lui che maggiormente incarna lo spirito racchiuso nel brano di Oates, e va anche oltre.

 

Ali, credo sapesse che la vita somigliava alla boxe per molti aspetti e sapeva che la boxe era solo come la boxe; a lui interessava la vita, essere se stesso, manifestarsi e manifestare, mostrarsi al mondo, dire quello che riteneva giusto dire, fare ciò che andava fatto, non gli importava il numero di volte in cui sarebbe sceso dal ring. Era il migliore, ma la boxe era il mezzo non il fine. Ali deciso e sprezzante, pronto a sfottere i suoi avversari, a istigarli. Ali che scriveva poesie su di loro. Ali che aveva in testa una causa e che non perdonava nessun cedimento. Ali che vinse 56 incontri e che ne perse solo 5.

 

"La boxe non significava niente. Non aveva proprio nessuna importanza. La boxe era solo un mezzo per farmi conoscere al mondo" (1983).

 

La carriera di Ali ha vissuto tre fasi: quella della leggerezza – quella in cui sul ring ballava, quella in cui nessuno riusciva a colpirlo, il periodo in cui era ape e farfalla. Furono i suoi primi tre anni, quelli che vanno dal 1964 (febbraio) al 1967, anno in cui venne costretto all’esilio forzato dal ring per essersi rifiutato di partire per il Vietnam. Tra le sue frasi - è citatissimo -, forse la più celebre è:  I got nothing against the Vietcong, they never called me "nigger". Il rifiuto di andare in guerra gli costò una condanna a 5 anni di carcere (non finì ma in cella, i soldi e i buoni avvocati contavano già moltissimo negli Stati Uniti). Ali mise via i guantoni e aspettò, ma nel frattempo parlava, manifestava, diceva ciò che pensava: “Ero determinato a essere il negro che i bianchi non avevano avuto” affermò nel 1970. Fu proprio così, ogni sua azione divenne manifestazione, si mostrava col corpo e con le parole, condannava il razzismo dei bianchi, l’accontentarsi – la debolezza – della sua gente. Cambiò nome e anche questo pesò. Molti giornali (anche il New York Times, come nota sempre Oates) continuarono a chiamarlo per diverso tempo ancora Cassius Clay, come se non riconoscerne il nuovo nome (cambiarsi il nome era già perfettamente legale) potesse in qualche maniera restringere il suo campo d’azione: non sei andato in guerra, non sei dei nostri, non sei dei tuoi, non sei del ring. Ali era più forte, più determinato e più intelligente di loro - a scuola aveva punteggi molto bassi nei test per il quoziente d’intelligenza, ma fu pugile e uomo di intelligenza straordinaria – come straordinario fu il suo coraggio, che deve essere un esempio per tutti noi. La guerra in Vietnam finì, l’opinione pubblica e la stampa cominciarono a capire quanto fosse sbagliata, tutti presero a chiamarlo Ali.

 

Nel 1971 tornò sul ring, fu il periodo delle sfide stellari, forse il suo migliore, che durò fino al 1978. Il periodo degli incontri con Foreman e Frazier. Gli anni di inattività gli tolsero leggerezza, ma lui lo capì per primo, e cambio il modo di giocare. Continuò a colpire come sapeva fare, ma non poteva più schivare tutti i ganci e i jab come faceva sei, sette anni prima, e imparò a incassare. Si legge, sempre in “Sulla boxe” di Oates, cosa disse il medico di Ali, Ferdie Pacheco:

 

“Scoprì qualcosa che era al tempo stesso molto buono e molto cattivo. Molto cattivo perché portò ai danni fisici che subì sul finire della carriera; molto buono perché alla fine gli permise di prendersi il titolo. Scoprì che era capace di incassare un pugno.”

 

Nei match che hanno fatto la storia del pugilato e che si svolsero in quegli anni, Ali incassò un sacco di pugni, ma diede quelli che doveva dare. Le tre sfide con Frazier (1971, 1974, 1975) e quella con Foreman (1974), furono infinite e durissime, forse quelle in assoluto in cui boxe e vita sono diventate la stessa cosa. Dopo la sfida con Frazier del 1975, Ali disse che quel combattimento era stato – per lui - la cosa più vicina alla morte. La carriera vera finì nel 1978, con la sconfitta ai punti contro Spinks. La sua seconda vita sportiva. Ali il cocciuto, il testardo, il coraggioso, il combattente decise di continuare e fu abbastanza pietoso. Forse era nel suo carattere uscire di scena precipitando invece che a braccia alzate.

 

Il triennio 1978 – 1981 fu l’ultimo atto, finì con un incontro alle Bahamas, dove non c’era nemmeno il gong ma un campanaccio da mucca. Fine.

 

Ali è diventato un simbolo e dopo un’icona, è stato l’americano da mostrare: l’uomo che aveva lottato sul ring e sui giornali, l’uomo che aveva saputo parlare e mettere corpo e faccia nella partita dei diritti, l’uomo che non ha rinnegato mai un pensiero o una frase. L’uomo grazie al quale molte cose sono state possibili, l’uomo che veniva usato come termine di paragone per indicare una cosa fatta bene: “L’hai fatta come Muhammad Ali”. È stato forse il più grande atleta di tutti i tempi, ed è stato l’uomo che ci ha commossi alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, con quella dolcissima fatica che fece per accendere il braciere olimpico, ma lo accese, sapeva che lo avrebbe acceso. Ali è una leggenda dello sport, come Michael Jordan o Diego Maradona, ma è stato anche qualcosa di più. Per lui scrivere la storia sportiva è stato un passaggio per scriverne un’altra decisiva, che ci riguarda tutti, ed ecco perché siamo tutti commossi. Superficialmente, specie negli ultimi anni, si pensa alla boxe come sport violento. Certo non è un gioco, ma pensate per un attimo ad Ali e vedrete che la violenza sarà l’ultima cosa che vi verrà in mente.

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO