Il centenario di Achille Castiglioni in Triennale

Circa il costume antico di celebrare il dì natalizio o genetliaco delle persone insigni per letteratura ec. anche dopo la loro morte” (Leopardi), ecco che Milano, la sua città, rende omaggio al centenario della nascita di Achille Castiglioni (1918 - 2002). E lo fa in una delle sue sedi espositive più prestigiose, la Triennale, dove, dal 6 ottobre 2018 al 20 gennaio 2019 è possibile visitare la mostra A Castiglioni, curata da Patricia Urquiola – che di Achille è stata dapprima allieva e quindi assistente al Polimi – in team con Federica Sala e con il progetto grafico di Dallas (Francesco Valtolina & Kevin Pedron). Catalogo Electa (pagg.288; euro 39,00).

 

Il 16 febbraio di quest'anno, giorno del suo compleanno, Doppiozero aveva già trattato delle celebrazioni in onore del maestro, iniziate con la mostra 100 x 100 Achille, (si legga qui) organizzata dalla Fondazione che reca il suo nome e ci si era lasciati con la promessa di tornare ad occuparci di lui quando la preannunciata mostra presso la Triennale avesse aperto i battenti.

 

A Castiglioni, uno scorcio della mostra allestita in Triennale (ph. MLG).


Una mostra giocosa

 

Quella allestita in Triennale è una rassegna godibilissima, gioiosa e giocosa, così come era giocoso e ludico lo spirito di Achille Castiglioni, che si divertiva sempre moltissimo nel suo incessante sperimentare e nel suo progettare cose serie e belle perché semplici e spesso addirittura geniali.

Chi si aspettasse però di poterne ammirare le creazioni nella sequenza cronologica in cui egli (e Pier Giacomo) le ha (hanno) concepite, progettate o eseguite, resterebbe deluso. Il percorso espositivo, si articola, infatti, in sezioni tematiche, in sintonia con il trend milanese del momento, cui aveva soggiaciuto anche la mostra dedicata al centenario di Ettore Sottsass allestita lo scorso anno in questa stessa sede. A differenza di quella, le sezioni tematiche qui volute dalle curatrici sono dette cluster, termine con cui in informatica si intende un insieme di computer connessi in rete.

Nella sua presentazione della mostra, per evidenziare i nessi esistenti tra le varie parti, Patricia Urquiola dichiara di essersi ispirata alla rete e al suo universo multirelazionale, prendendo spunto dal rizoma.

Il rizoma è una figura geometrica “impossibile” che Gilles Deleuze e Félix Guattari, i suoi teorizzatori, così hanno motivato quasi dieci anni prima della nascita di internet: «il rizoma collega un punto qualsiasi con un altro punto qualsiasi, e ciascuno dei suoi tratti non rimanda necessariamente a tratti dello stesso genere, mettendo in gioco regimi di segni molto differenti ed anche stati di non-segni. (…). Rispetto ai sistemi centrici (anche policentrici), a comunicazione gerarchica e collegamenti prestabiliti, il rizoma è un sistema acentrico, non gerarchico e non significante (Gilles Deleuze e Félix Guattari, Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, 1980).

 

E di fatto i venti cluster tematici, più tre, che compongono la rassegna (comunicare; costruzioni; dislivelli; forse non tutti sanno che; fumo; geometrie; in moto; innovazioni; keep it simple; l’è un gran Milan; mappa mentale; morfismi; playfulness; raccontare il progresso; ready making; redesigning; regesto; reiterare; se telefonando; serviti e serventi; specchio/riflesso; testi; traParentesi; vuoto) e che spaziano dal design all’architettura del maestro, dai suoi allestimenti alle mostre da lui curate, pur essendo distinti, non sono circoscritti ma si offrono invece, in un vasto open space, sito al secondo piano, a una “rete" di collegamenti da tessersi secondo l'estro del visitatore, invitato, in alcuni casi, anche a interagire con i pezzi esposti.

È spesso la voce registrata di Achille, che fuoriesce dai numerosi schermi proiettanti suoi video e filmati, a guidare il pubblico nel far funzionare un pezzo o a illustrargliene la genesi creativa, cosicché egli viene avvinto e coinvolto non soltanto attraverso la vista ma anche per il tramite dell'udito. Si tratta in vero di una mostra piuttosto sonora, il cui acme è rappresentato senza dubbio dall'installazione TraParentesi, posta al piano primo, attraversando la quale si accede poi alla bella scala elicoidale muziana che conduce al clou dell'esposizione.

 

A Castiglioni, la scala di Giovanni Muzio in Triennale; gigantografia di Achille Castiglioni sulla scala che conduce al secondo piano dove prosegue la mostra.


TraParentesi

 

TraParentesi, o delle cento candeline, costituisce l'omaggio di Flos-Urquiola al centenario del maestro. Oltrepassando una grande tenda, che riproduce una bella gigantografia di Achille e Pier Giacomo al lavoro nel loro studio, si entra in una stanza buia, abitata da cento lampade spente che si accendono random guidate da stimoli sonori. A volte è la voce di Achille ad azionarle. Altre è un rumore, un twit, una sirena o il rombo di un motore (e allora ad accendersi sono due Parentesi, simulanti i fari di un'automobile). Il ronzio di una zanzara in volo ne fa accendere parecchie che tracciano una scia luminosa lungo il suo percorso. Al canto di Maramao, poi, per le mitiche voci del Trio Lescano, se ne illumina un insieme, come se si fosse su un proscenio. E molto, molto altro ancora. Insomma, la sensazione è quella di trovarsi in una selva oscura costituita da cento Parentesi/albero in cui, a tratti, se ne riescono a intravvedere alcune spente, fiocamente illuminate da quelle accese ad esse contigue e dove l’attenzione è costantemente sollecitata da nuovi stimoli uditivi, alla Jacques Tati, contrappuntati dai milanesissimi accenti del maestro con i suoi spiritosi “Urca!” esclamativi, che inducono a girare per istinto la testa, ora di qua, ora di là, verso la direzione da cui provengono.

E la subitanea inquietudine che si era provata nel trovarsi all'improvviso al buio è immediatamente fugata da questi rassicuranti e divertenti stimoli sonori.

 

A Castiglioni, il cluster TraParentesi della mostra allestita in Triennale (ph. MLG).


Geometrie

 

In Geometrie è la mise en page ad avvincere il visitatore: la parete è stata infatti trattata come un’enorme pagina bianca, su cui sono stati proiettati, con marcati tratti grigi, i profili degli oggetti esposti ai suoi piedi o appesi su di essa, come fossero le ombre delle loro forme generatrici. Per la lampada Arco è disegnato infatti un arco a tutto sesto, mentre per il lampadario Taraxacum, ad esservi stata tracciata è la sequenza dei venti triangoli equilateri che lo compone, tra loro connessi a formare lo sviluppo sul piano di un icosaedro, il poliedro a venti facce che rappresenta la forma platonica più vicina alla sfera. Accogliendo ciascun triangolo tre globi luminosi, è il totale di sessanta a generare la sfera che simula l'inflorescenza del Taraxacum, da cui il lampadario mutua sia la forma che il nome.

Progettato nel 1988, in occasione della fiera milanese Euroluce, così lo descrive lo stesso Castiglioni:

«È un colpo basso per il risparmio energetico, ma un grande lampadario destinato ad ampi spazi comunitari, atri e stanze che necessitano di molta luce per occasioni speciali, e deve dunque essere decorativo». 

E decorativo lo è di sicuro, oltre che di una disarmante semplicità da “uovo di Colombo", che ci fa esclamare, come al cospetto di molte delle creazioni di Castiglioni: “Ah, ad averci pensato!”

Ma a pensarle tutte è stato lui per primo e lo ha fatto con una capacità intuitiva ed immaginifica senza eguali. 

 

 

 

A Castiglioni, alcuni scorci della mostra allestita in Triennale (ph. MLG), sopra il cluster Geometrie, sotto Serviti e riveriti. (ph. MLG).


Achille Castiglioni e il suo studio, tra i più prestigiosi al mondo, hanno allestito più di 400 mostre temporanee e fiere e hanno progettato oggetti per importanti aziende di settore, tra cui Alessi, Brionvega, B&B Italia, BBB Bonacina, Cimbali, Danese, Driade, De Padova, Flos, Cassina, Moroso, Knoll International, Kartell, Zanotta.

Il materiale esposto in mostra, dagli oggetti alle foto, ai disegni e ai documenti, proviene in gran parte dall'archivio della Fondazione Achille Castiglioni, ma è anche stato messo a disposizione da istituzioni, fondazioni e archivi pubblici e privati dove sono conservate molte delle creazioni dei Castiglioni, tutte concepite secondo un linguaggio progettuale assolutamente privo di retorica, consistente nel togliere all'oggetto il non indispensabile, fino a raggiungere la pura essenza formale e l'esatta efficacia funzionale, nel più assoluto rispetto dell'utilizzatore finale, quel linguaggio che è diventato famoso come ‘metodo Castiglioni' e che ha fatto scuola nel mondo del design internazionale generando innumerevoli epigoni.

 

Achille, Pier Giacomo e Livio Castiglioni al lavoro nel loro studio (1952).


Una riflessione

 

Achille Castiglioni era un gentleman d'altri tempi e, si sa, oltre che per la sua bravura e correttezza professionale, era rinomato anche per la sua levatura morale. Di sicuro avrebbe preferito (e con lui quelli che tra noi hanno a cuore il rispetto della realtà storica, o per averla vissuta, o semplicemente per non volerla tradire) che la preposizione semplice “A" presente nel titolo della mostra allestita in Triennale – dunque in uno spazio pubblico e non nel luogo in fondo privato della Fondazione a lui dedicata – fosse invece una preposizione articolata e plurale, di modo che il titolo suonasse: “Ai Castiglioni", se non per il tutto, almeno per la parte relativa ai progetti fino al 1968.

Perché è indubbio che Achille avrebbe ritenuto giusto (e con lui i soliti tra noi) che si fosse fatto riferimento in qualche modo anche nel titolo, oltre che, ovviamente all’interno del percorso espositivo (e non solo, come accade invece qui, nelle didascalie alle opere – siglate A. + P.G. – e, en passant, nei testi di commento e in rare fotografie, se pure gigantesche), al sodalizio intellettuale e progettuale, all’assoluta simbiosi creativa durata più di vent'anni con suo fratello Pier Giacomo (1913 - 1968). Pier Giacomo ha purtroppo avuto la sfortuna di morire troppo giovane ma con lui Achille ha condiviso lo studio, le idee, i progetti, i successi e i riconoscimenti internazionali ed è insieme a lui che in quegli anni cruciali, ha scritto fondamentali pagine della storia del design, non soltanto italiana. 

Tobia Scarpa, in una recente intervista, ha ricordato: “Ho visto sempre lavorare in coppia i due Castiglioni: uno cominciava la frase, l'altro la finiva. Quando li ho conosciuti era esattamente così: Popo (Pier Giacomo) partiva e il Cicci (Achille) finiva la frase."

Ad Achille (e a quelli di noi) sarebbe sicuramente molto piaciuto che in mostra fosse stato documentato anche il suo rapporto con Livio (1911-1979), anch'egli architetto geniale, con un coté più indipendente, almeno a partire dal 1952, quando, lasciato lo studio che condivideva con i fratelli, preferì occuparsi di suoni e di luci, e anch'egli, ovviamente, uscito fuori dai lombi di quel cotanto padre, quel Giannino Castiglioni che, fra le molte sue opere, nel 1950 ha firmato anche la Porta bronzea del Duomo di Milano dedicata nientemeno che a Sant'Ambrogio, il nume tutelare della città, di cui la triade castiglionica è illustre progenie e inscindibile trinomico vanto. 

Perché, come di loro ebbe mirabilmente a dire Dino Buzzati, Livio, Pier Giacomo e Achille furono "tre corpi con una testa sola".

 

Multa paucis.

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