Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza

Il 2019 si è chiuso con una nuova edizione di Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza uscito per La nave di Teseo a distanza di cinquanta anni dalla sua prima edizione, avvenuta nel 1969 per Garzanti, e nel frattempo nel 2003 per La Tartaruga edizioni. È di fatto il suo secondo romanzo, dopo Lettera aperta (vedi qui la nostra recensione) e avrebbe dovuto precedere un terzo volume per formare una trilogia, una sorta di autobiografia in fieri, in costante aggiornamento e rimpinguamento, “un’autobiografia delle contraddizioni”, come Goliarda stessa la chiamava. Il terzo volume non venne mai scritto, o si potrebbe affermare che venne scritto non in forma prevalentemente autobiografica ma in forma romanzata: sarà L’arte della gioia, uscito postumo nel 1998.

 

Come per molti, o forse tutti, gli scritti di questa autrice il tempo che passa non va a intaccare affatto i suoi testi, le sue idee, la sua scrittura, al contrario: più i decenni avanzano più la contemporaneità sembra il luogo migliore per rileggerla e riscoprila. Oggi più che mai Il filo di mezzogiorno è una profezia del quotidiano, una sorta di breviario della sopravvivenza alla caduta, anzi di più, citando un suo verso, un “discernere nel cadere”. È un verso tratto dalla silloge Ancestrale che Sapienza ha iniziato a comporre proprio la notte dopo la scomparsa della madre, Maria Giudice, con la stesura di “A mia madre”, testo di una potenza sconfinata. Come scrive Angelo Pellegrino nella postfazione alla raccolta: “La notte venne insonne e cominciò la poesia”. La raccolta di versi viene portata a termine dalla sua autrice in poco tempo, editata e con titolo sottoposta a vari critici raccogliendo pareri molto favorevoli. Poi, il silenzio. Come per molte delle opere composte da Goliarda cade il silenzio, escono postume a distanza di molti anni, portando con sé l’incredulità per tutta quella posteriorità che contenevano, per tutto quel reale che sarebbe stato vero e vivo per ancora molti decenni successivi. Ancestrale viene pubblicato nel 2013, a 58 anni circa dalla sua composizione a 41 anni dalla sua morte [qui un articolo sulla sua opera in generale]. 

Ancestrale è il tentativo di Goliarda di restare in vita mente mette al lutto per la perdita della madre, ma anche al lutto per tutte quelle parti di sé già morte con la morte degli altri e per la parte di sé che non vuole ancora vivere. Il filo di mezzogiorno testimonia la fase successiva, è il libro che nasce dalla vicenda psicoanalitica di Sapienza dopo una depressione importante, un tentativo di suicidio o forse due, il ricovero, gli elettroshock, il terrore di “uscire pazza” come la madre; un’analisi durata oltre due anni nel tentativo di dare fine a “una notte senza fine di veglia e di specchi deformanti”.

 

In 41 capitoli la storia si dipana in un allargato e slabbrato contemporaneo dentro il quale Goliarda vive la sua infanzia, la sua adolescenza, la sua età matura e il suo presente mescolati in un mondo ottundente ma vivo, in un continuo andare e venire tra giorno e notte. In questa narrazione il tempo non ha un peso specifico, tutto coesiste e vive nello stesso luogo: come un bambino che per mettere ordine sparpaglia tutti i suoi giochi sul pavimento, l’autrice dissemina i suoi personaggi lungo le pagine e li fa convivere nel suo quotidiano. 

Dalla foschia che pare non lasciare la sua memoria e la sua mente Goliarda estrae, come da un cilindro, i personaggi che hanno marchiato la propria storia – la madre, il padre, i fratelli, il compagno, le amiche, l’analista stesso – e li fa agire nel palcoscenico della sua stanza, parlando ora con uno e riconoscendone subito dopo un’altra. I piani temporali si intersecano e si diluiscono, la spiaggia e la città, le vie di Catania e quelle di Roma, gli interni si sovrappongono: una continua fuga avanti e indietro negli avvenimenti per tenerli tutti con sé, rincontrare e stringere tutte le persone a sé. Le parole che la narratrice dice al suo medico, parole che sono il sempre aperto teatro della sua mente, costruiscono il canovaccio della storia, il palinsesto della memoria, le battute dei personaggi. 

 

 

Avanzando nella lettura il lettore può dipanare le vicende salienti della storia della scrittrice, la vita a Catania, la partenza da casa verso Roma, le audizioni per entrare nella scuola teatrale, l’appartamento diviso con la madre e la povertà e la guerra e l’incontro con Citto Maselli e la morte dalla madre. Poi la depressione. La vita narrata tra autofiction e memoir parla di Goliarda e della condizione femminile, del disperato tentativo di riallacciare la sé attuale martoriata dalla sofferenza alle proprie radici, di affermare e confermare la propria estraneità a ogni pregiudizio morale in continuità con il suo essere. Ma le radici sostengono e avviluppano, aggrovigliano e nutrono, le radici “umide di muschio muravano le mie ciglia”. 

La terapia avrebbe dovuto dare una giusta collocazione a queste radici, una terapia che Goliarda identificava con un bisturi che andava togliendole strati di buio ma che non si fermava andando a toglierle strati di pelle fino a farla tremare di freddo sempre, fino a mettere in evidenza tendini e vene, fino a farla sentire una carta velina. Quella carta velina che la ricopre lievemente, la scrittrice la paragona alla speranza: “E quelle parole spalancarono un baratro davanti a me e capii come è difficile l’arte di non sperare più… la più difficile delle arti… con quella speranza di carta velina morta ripiegata nel mio petto che vibrava come una foglia secca a ogni sguardo, appena un po’ […]”.

L’analisi finisce bruscamente, Goliarda decide di fare a meno di quel bisturi nel momento in cui le è chiaro il procedimento “[…] capii che quel medico, nello smontarmi pezzo per pezzo, aveva portato alla luce vecchie piaghe cicatrizzate da compensi, come lui avrebbe detto e le aveva riaperte frugandoci dentro con bisturi e pinze e che non aveva saputo guarire… mi ricordai la fretta, quanta fretta di richiudere, ricucire quelle piaghe alla meno peggio… e in quella fretta spastica aveva dimenticato dentro qualche pinza”.

 

Già a metà analisi uno spiraglio le era parso, un’alternativa alla morte, un modo per afferrare con le dita il bordo, una via per guardare alle cose non solo nella nebbia; lo scrive chiaramente, salvo poi sembrare dimenticarsene: “Sì, oggi quindici aprile 1966 le dico sì, io non solo tendo ma aspiro alla morte come nutrimento, pienezza raggiunta in gioia. Ma devo tornare su nel freddo della stanza, devo finire di compiere questo lavoro del lutto, questa fatica dei panni neri […]. O scrivere una novella su questo tema “fuga dalla realtà”? O una poesia?...”.

Le radici sono tornate sotto terra e tengono saldo l’albero mentre Goliarda torna a risentire il tepore della luce, grazie alla sua strenua volontà e alla sua fiducia nella scrittura che sempre l’ha accompagnata. La parola scritta torna a fare capolino, la storia si dipana e così la nebbia diviene meno fitta. Tutte le persone del passato che si sono mischiate al presente durante la terapia ora riprendono forma accanto a lei, non le lascia più come cadaveri sezionati dall’analisi giacere nella cassapanca ma inizia a ricostruirli, lei gli ridà e si ridà forma e vita. Ecco così che prendono avvio i personaggi che, sotto altre spoglie, entreranno nel grande romanzo.

 

Goliarda rinasce nella scrittura, laddove da sempre voleva arrivare, e con lei rinascono le persone che avevano affollato la sua analisi, rivestiti di nuovi nomi. Rinasce dalla scrittura che si avvia con la poesia, quella poesia che alla morte della madre non le dà scampo e apre la strada alla narrazione. Citto Maselli, compagno di Goliarda per molti anni, durante il periodo della depressione e della psicoanalisi fa parte di un quotidiano condiviso sia nella realtà sia nella scrittura di Goliarda. Tanto che avranno in comune per un tratto di tempo il medesimo terapeuta con percorsi di analisi parallele. Dopo il secondo tentativo di suicidio di Goliarda, Citto inizia forse a vedere dove sia il bordo a cui lei si deve aggrappare, o lo intuisce, tanto che le sue notti abitate di norma da sonni profondi iniziano a essere più vigili su ogni movimento di lei, scoprendone così la strada: “[…] lui che dormiva sempre profondamente…anche quella notte sentì che accendevo la luce e “Iuzza che fai, scrivi? “Sì”. “Una poesia?” “Sì”. “Bene”.

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