Il nostro immane fallimento collettivo

Circondati dal ripetitivo clamore di un desolante immaginario post-apocalittico, noi abitanti di questo tratto di tempo siamo un pubblico di lettori e spettatori ormai avvezzo ai plurimi disastri di tutte quelle narrazioni, escatologiche o simil tali, vocate tendenzialmente a svelare la futura e a quanto pare inevitabile disfatta dell’intrapresa umana sulla Terra. Narrazioni generate da numerosi autori più o meno apprezzati che hanno immaginato come potrebbe essere il mondo una volta che i foschi presagi dell’annichilimento globale saranno diventati realtà. Tra questi autori è senza dubbio possibile annoverare l’ombroso franco-russo Antoine Volodine, tradotto inizialmente in italiano dalla casa editrice fiorentina Clichy, che nel 2013 ha dato alle stampe il romanzo travestito da raccolta di racconti Scrittori (trad. it. di Didier Contadini e Federica Di Lella) e il romanzo Undici sogni neri (in questo secondo caso a firma di uno dei molteplici pseudonimi: Manuela Draeger; trad. it. di Federica Di Lella), e ora diventato autore rinomato e da più parti discusso grazie a una sensazionale doppietta di romanzi: Angeli Minori (trad. it. di Albino Crovetto, L’Orma, Roma, 2016) e Terminus radioso (trad. it. di Anna D’Elia, 66thand2nd, Roma, 2016).

 

Volodine, iniziatore del cosiddetto post-esotismo, letteratura dell’altrove per l’altrove, filone inventato da lui stesso e dalla nutrita legione dei suoi eteronomi, ci ha offerto nuovo materiale per rinverdire il genere post-apocalittico, facendoci spostare (anche se di certo non per primo) il nostro sguardo di occidentali disillusi e imbolsiti verso un centro che non ha le sembianze del capitalismo più tetro, quello che per intenderci ha dato il là alle usuali narrazioni post-apocalittiche con cui abbiamo cominciato, nelle quali l’ecumenica catastrofe attecchisce generalmente in una società molto liberale e ultraliberista (la nostra) grazie all’imperio anaffettivo delle macchine, alla cupidigia dell’industria farmaceutica, oppure ancora all’inevitabile esaurimento delle risorse naturali già scarse – quando ovviamente non ci si mettono di mezzo efferati viaggiatori provenienti dalle stelle, tirandoci opportunamente fuori da ogni responsabilità sulle cause della fine.

 

Nell’opera di Volodine, invece, il “dopo” è uno scenario poco o per nulla adattato sul modello delle più classiche paure occidentali, quelle che per intenderci hanno portato allo sviluppo del largo movimento dei cosiddetti prepper (coloro che si preparano all’apocalisse), reale e concreto come l’economia che attorno a esso si muove. Quello di Volodine è un mondo diverso: successivo alla caduta della Seconda Unione Sovietica, grande impero esteso quasi sull’interezza dell’Orbe, che chissà quanti secoli dopo la Prima Unione Sovietica ha tentato di tradurre l’ideale egualitarista sulle terre emerse e forse anche sulle acque. Qui, in questo mondo in costante declino, nel disfacimento dell’imperativo comunitarista capita talvolta che qualche sparuto traditore dei princìpi bolscevichi cerchi di ristabilire le leggi del “libero” mercato per innescare così la narrazione.

 

È quello che per esempio accade nel primo dei due libri da poco stampati qui da noi, Angeli minori, un romanzo fatto di brevi frammenti (quasi dei microracconti: i “narrat”, come li chiama lo stesso Volodine in apertura), che ci riportano la testimonianza di Will Scheidmann, maldestro restauratore dell’ordine capitalistico condannato per la sua tremenda colpa a morire, o alternativamente a recitare ogni sera un racconto al cospetto dell’avvizzito politburo che ha deciso la condanna. Questo politburo, somigliante più che altro a una setta di divinità anteriori prossime all’immortalità, o comunque destinate a una vita lunghissima di secoli e secoli, è costituito esclusivamente dalle Nonne, personaggi apicali ricorrenti nella narrativa di Volodine, che in mancanza del governo e del partito cercano di decidere le sorti degli sparuti e affranti superstiti. Nel suo continuo narrare, Scheidmann espone alle Nonne la sua stessa vicenda, che poi altro non è che la vicenda di molti, artificio di un narratore personaggio che, come il suo autore, rifugge dalla frustrante costrizione dei nomi propri e del più lurido di tutti i pronomi, realizzando così, nel racconto, un nuovo comunitarismo delle anime. In tal senso Scheidmann non è solo Scheidmann, ma diventa egli stesso protagonista di ogni singolo nucleo narrativo, acquisendo (come Volodine coi suoi numerosi eteronomi) nomi ibridi e sempre diversi: Wulf Ogoïne, Armanda Ichkouat, Maria Clementi, Nayadja Aghatourane, Igoulghaï Thotaï e molti altri.

 

 

Ognuno di questi personaggi, a ben vedere, è protagonista della stessa vicenda: esattamente l’apocalisse. Un’apocalisse che, come negli altri testi di Volodine pubblicati da noi, sembra non avere una precisa causa. Nessuna causa se non il lavorio della Storia: una Storia di sogno disancorata dal reale e favorevole all’ingranaggio del fantastico, diversa dalla nostra e non per forza ad essa corrispondente, in cui l’unico imperativo finalistico (un rovesciamento dell’hegeliano raggiungimento dello Spirito?) potrebbe essere il fallimento.

In questo senso, la letteratura di Volodine non contempla la supponenza etico-politica che spesso dà origine alla necessità romanzesca del post-apocalittico di raccontare la distopia; essa è invece generata soltanto da una sorta di proiezione sognata e futura, più o meno remota, di una caratteristica ben piantata nell’azione umana: nient’altro che il fallimento, appunto. D’altronde è lo stesso autore a sottolineare quanto quest’ultimo abbia un ruolo fondamentale, per non dire generativo, nei suoi scritti: «Niente di distopico […] negli universi che compaiono nel mio progetto letterario, o, per meglio dire, negli universi descritti libro dopo libro nell’edificio post-esotico della mia opera. Soltanto una visione onirica del nostro immane fallimento collettivo. […] Tutti i nostri libri [qui Volodine parla per sé e per i suoi eteronomi] prendono le mosse dalla constatazione che ormai la partita è persa, che si è trattato di una lotta entusiasmante e ideologicamente nobile e irreprensibile, ma che ha portato a una sconfitta. Alludo alla lotta che aveva come obiettivi la dignità e un futuro di luminosa felicità per l’uomo, un egualitarismo radicale, la scomparsa delle diseguaglianze e di ogni forma di oppressione» (Luca Mignola e Antonio Russo De Vivo, Intervista a Antoine Volodine, trad. it. di Giuseppe Girimonti Greco, in «Ô Metis», n. 6, 2016).

 

In quanto onirica, dunque, e in quanto non corrispondente con la nostra, la Storia dei libri di Volodine rappresenta, mai in maniera predittiva o prescrittiva, l’impossibilità di sopravvivenza del consorzio umano, l’incapacità di donne e uomini e anziani e bambini di essere popolo teso verso uno scopo che sia appunto collettivo: diseguaglianze e oppressioni sono invalicabili, a meno che non avvenga, va da sé, uno sterminio generale che si porti via tutti, lasciando tutto al dominio incontrastato del regno vegetale.

È infatti questo che sembra avvenire nell’ultimo libro di Volodine edito in Italia. Parliamo del super romanzo Terminus radioso, per struttura e lunghezza una rarità nella produzione del post-esotismo. Qui, in un rigoglioso rinascimento botanico post-nucleare (la natura sopravvivrà all’uomo), assistiamo a un’ipertrofica estremizzazione del ritualismo burocratico dei dignitosi superstiti: indefessi lavoratori di kolchoz, archivisti intenti a ordinare documenti che nessuno consulterà mai, cantastorie al cospetto di un pubblico composto da un solo corvo. Siano prigionieri o uomini liberi (ancorché uomini liberi possano esistere in quello o in questo mondo), essi restano in vita nella diuturna apocalisse grazie a un’ostinata chiusura nelle pratiche del passato: continuano a rendere omaggio al collettivismo ideologico e all’organizzazione statale verticistica che davano un senso sovradeterminato agli abitanti della Prima e della Seconda Unione Sovietica. Pratiche che resistono anche dopo il crollo di quest’ultima e dopo le goffe minacce dell’ennesima restaurazione del capitalismo: eventi generatori di un fosco precipizio, fatto delle profondità umbratili dell’assenza, in cui la Terra si è trovata gettata.

 

Ecco che nel vuoto prospettico rappresentato da un presente statico eppure infinito, un’era ormai orfana di un concreto scopo collettivo, i protagonisti di Terminus radioso trovano un senso (parodia del realismo socialista?) alla loro forzata sopravvivenza nell’abnegazione verso una procedura che sembra essere l’unica e sola ragione di vita.

E quando questa stessa procedura supera lo status di mezzo per diventare anche scopo, e dunque habitus burocratico, l’amministrazione del disastro (unico elemento di azione lasciato agli esseri umani spogliati dell’individualità) trasforma gli sparuti insiemi di superstiti in isolati arcipelaghi acefali composti da individui che, come le falene di notte che picchiano di continuo la testa sulla luce della lampada, procedono con dignità a seguire il protocollo.

 

Nelle narrazioni di Volodine, come lettori e come personaggi, precipitiamo in una costanza perturbante il cui irrimediabile spaesamento viene contrastato da una specie di tentativo di superamento ontologico, una sorta di tremulo passaggio dall’io al noi (come quello di Scheidmann, come quello di Volodine), nell’autorialità e nella percezione del mondo, tema che a sua volta sembra propedeutico al prorompere dell’impersonalità di un “si” che vive in ellissi. Un movimento che prende corpo in una sofferta tensione, tuttavia incompiuta, verso quell’egualitarismo ubiquitario di matrice politico-sociale che, non avendo la possibilità di sostantivarsi nel concreto dei progetti di convivenza, su questo è feroce maestra la Storia (di questo e quel mondo), si trasferisce sulla dimensione frastagliata e brulicante del mito, riproducendo anche dopo il disastro, tra le rovine dell’orbe, un’apocalisse costante, incapace di perseguire il suo naturale obiettivo che è fine, morte, annichilimento.

 

Gli universi di Volodine, per quanto generati anche dall’ironia del suo autore, si modellano così sul fallimento, ristagnandovi con la rassegnazione della pratica ma cercando di trasferirlo su un piano superno in cui come detto i pronomi si confondono, là dove io sono tu e insieme, nell’aria di estinzione totale che tira sotto cieli di piombo, siamo entrambi parte di un noi che desidera accomiatarsi dal reale riparandosi negli ambienti onirici di un’infinita e sospesa comunione, là dove la responsabilità non è faccenda per individui isolati. Ed ecco che proprio l’incessante riprodursi del fallimento pullula di frammenti autonomi che si coagulano in combinazioni variabili (come i narrat di Scheidmann in Angeli minori): un autore o molti autori destinati ristagnare nella terribile continuità di un ritualizzato stato d’assedio che, da causa del disastro, diventa finalmente motore unico dell’istinto di sopravvivenza o di ciò che ne resta. Attorno, solo la fine.

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