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Il ritorno dei lunatici

Sono passati più di trent’anni dall’uscita per i tipi di Bollati Boringhieri del romanzo d’esordio di Ermanno Cavazzoni, Il poema dei lunatici, prima tappa di un percorso narrativo felice e prolifico, che dura a tutt’oggi. Il libro è stato ristampato recentemente per La Nave di Teseo, l’editore che si è occupato della diffusione delle ultime opere dello scrittore reggiano: La galassia dei dementi (2018), romanzo ‘fanta-nescientifico’, e il recentissimo Storie vere e verissime (2019), raccolta di testi ibridi, un po’ corsivi e un po’ narrazioni, che costituisce la terza puntata di un filone parallelo alla produzione di romanzi e racconti, inaugurato con Il limbo delle fantasticazioni (Quodlibet 2009) e proseguito con Il pensatore solitario (Guanda 2015). Periodicamente riproposto negli anni, Il poema dei lunatici torna in libreria in una ricercata corrispondenza con il centenario dalla nascita di Federico Fellini, che realizzò a partire dal romanzo quella che sarebbe stata la sua ultima pellicola, La voce della Luna (1990), con Roberto Benigni e Paolo Villaggio nei panni di Savini (Salvini nel film) e Gonnella, i personaggi principali. 

 

Nel novembre del 1987 Cavazzoni ha quarant’anni compiuti, è un esordiente maturo con alle spalle alcuni testi e contributi occasionali risalenti anche al decennio precedente, che testimoniano sia una riflessione saggistica intorno al tema della follia quanto la lunga gestazione dell’esito più specificamente letterario di questo interesse di lungo corso: Il poema dei lunatici. Nel 1989, l’anno prima di morire, Giorgio Manganelli – anch’egli a suo tempo esordiente tardivo – chiamato dal quotidiano romano «Il Messaggero» a dire la sua su un pugno di esordi notevoli, spese qualche riga sul libro: «Quando affrontai il libro di Cavazzoni ebbi dapprima l’impressione che mi incuriosisse troppo; c’era, mi pareva, un eccesso di consapevolezza. Ma che fosse prosa interessante, non c’era da dubitare. Era un libro esplicitamente ‘strano’» (G. Manganelli, Il rumore sottile della prosa, a c. di P. Italia, Adelphi, 1994, pp. 141-142). Un battesimo autorevole e inconsueto, proveniente da uno scrittore che nella lotta con il demone della consapevolezza aveva più di qualche esperienza, non solo letteraria. 

 

Il poema dei lunatici si presenta fin dall’Avvertimento come un resoconto compilato ex-post (mi taccio sul luogo della compilazione) dal ‘cosiddetto’ Savini, l’errabondo narratore-protagonista in cui ogni caratteristica, dal cognome al mestiere, è frutto di attribuzione altrui, come una sorta di protesi instabile appioppatagli un po’ di fretta, che tiene finché dura la storia. Simile ai girovaghi dei primi romanzi di Gianni Celati, Savini è un personaggio degno di una slapstick comedy americana, «kicked off Somewhere» – per stringare in una formula la felice riflessione di Gabriele Gimmelli sull’influenza di Beckett e della comicità slapstick in Celati  –, gettato fin dall’inizio in una pianura tutta da esplorare, sospesa in una dimensione onirica e fertile di possibilità narrative. Il quadro storico e sociale delle vicende si ricostruisce da pochi dettagli, ma resta niente più che uno sfondo dipinto a pennellate spesse e un po’ scolorito, lontano dai fatti raccontati. 

 

L’essere interpellato in qualità di ispettore a proposito di alcuni strani fenomeni, legati alle tracimazioni dei pozzi, costituisce l’avvio di un domino di vagabondaggi che permetteranno a Savini di assecondare l’avventura, che egli stesso definisce come la sua «naturale tendenza» (86). Il libro è animato da una vocazione errante che ha radici profonde nella letteratura, che affondano nell’Odissea e nella favolistica orientale ancor prima che nei poemi cavallereschi, di cui Cavazzoni è un cultore, e nei romanzi picareschi. L’esperienza dell’errore marca l’andamento dell’opera sia indeterminando i movimenti di Savini per la pianura, sia connotando la comunicazione fra i vari personaggi del libro, fra i quali regna una programmatica incomprensione. 

Savini non asserisce mai nulla con convinzione, ma delega la responsabilità delle storie che riporta al ‘sentito dire’, a voci e dicerie giunte da chissà dove. Una tremula credenza, modalità enunciativa fondamentale di questo narratore, attribuisce una sfumatura particolare al racconto, che assume toni favolosi proprio per la sua origine spesso malcerta, come si evince fin dalle primissime pagine del romanzo: «L’acqua del pozzo, mi han detto, sente molto la luna; […]. Addirittura ho saputo che il pozzo se vuole comanda i sogni, e li fa belli o li fa brutti a seconda del suo capriccio, o secondo le sue preferenze. Ma non so quanto vero ci sia» (p. 15). 

 

Nel libro le storie circolano all’aria aperta, narrate esclusivamente per via orale, diversamente da quanto accade nel secondo romanzo di Cavazzoni, Le tentazioni di Girolamo (Bollati Boringhieri 1991), un incubo un po’ comico ambientato in una biblioteca muffosa e cadente, imperniato sui libri e sullo sgangherato mondo che vi orbita intorno. Se non mi inganno, non compaiono libri nel Poema dei lunatici

E poi c’è lei, la luna, presenza fissa e origine delle voci che di notte tormentano gli uomini e la pianura stessa, vero e proprio metronomo delle peregrinazioni di Savini, che durerebbero, il condizionale è d’obbligo, nientemeno che un ciclo lunare. La luna nel cielo di Cavazzoni è figlia di quella di Luciano e dell’Ariosto, il luogo dove si va a recuperare il senno perduto, ma è anche di quella di Leopardi, fonte di dolcezza e malinconia. Nel Discorso sull’aldilà della prosa, pubblicato in Studi d’affezione per amici e altri (Quodlibet 2016), Celati impernia intorno a Manganelli un micro-canone di autori appartenenti a una «selva leopardiana» nella quale rientra anche l’amico Cavazzoni, popolata di ideali continuatori del modello poetico e filosofico delle Operette morali, i quali si muovono in uno spazio collocato oltre la caduta della luna. Celati reperisce la metafora della luna caduta in un frammento aggiunto all’edizione del ’35 dei Canti leopardiani: «E questa immagine mi guida a credere che un moto dissipativo delle parole sia qualcosa come quella luna che cade, perché non si riesce più a pensare la grande opera costruttiva, fondata su un fuoco di significati del mondo» (pp. 257-258). 

 


La voce della Luna è un film disseminato di riferimenti leopardiani: vi compare anche un ritratto del poeta, collocato nella stanza di Salvini insieme a un modellino di Pinocchio, altro totem di Fellini e patrono di molte avventure letterarie nostrane. In una delle scene più dense del film, la luna è caduta in una cascina e viene mostrata in diretta nazionale su un grande schermo installato in una piazza. A tirarla giù «come una pera matura» sono stati i fratelli Micheluzzi, due manovali del paese, che l’hanno spodestata agilmente, «la spiona», grazie a un macchinario modificato con una forcina d’acciaio. Nel libro di Cavazzoni la luna probabilmente sta per cadere, traballa, ma in qualche modo regge, anche se a fatica: faticosa – la parola con cui si chiude il romanzo – è definita l’ultima luna che incontra Savini, il quale però, nel saliscendi dei suoi umori, arriva anche a sospettare a un certo punto che essa sia posticcia, «mossa da un meccanismo e tenuta su da una gru, per esempio con il braccio snodato; o ci fosse un cavo d’acciaio tirato per aria tra due tralicci nascosti, e la luna avesse un gancio e una rotella, fosse cioè una specie di teleferica» (p. 122). Dopo averla pedinata un po’ con lo sguardo, egli giunge alla conclusione che è «probabilmente vera»; di più, essa è l’unica cosa in grado di smascherare un mondo descritto da Cavazzoni come una facciata piena di crepe: dietro la retorica del buon senso comune, si nascondono guitti sempre all’opera affinché questo spettacolo di dubbia riuscita che è l’esistenza possa andare avanti senza intoppi. 

 

Solo i lunatici, i toccati da Selene, possono andare oltre la menzogna mondana: il prezzo per sbirciare dietro le quinte si paga in follia, emarginazione e malinconia. Si può decidere di non abbracciare la formula critica della ‘follia padana’, che come tutte le formule rischia di ridurre questa letteratura, di cui il Poema è uno degli esiti più alti, allo stereotipo di un’arcadia giocosa e un po’ manierata. Emarginazione e malinconia sono però anche il prezzo dell’estrema sensibilità, e tanto basta per apprezzare la poesia del libro di Cavazzoni. La luna può essere incolpata anche per lo sballamento percettivo del Savini narratore, sempre pencolante tra l’insonnia e l’attacco di sonno, dotato di una visione irrimediabilmente periferica, incline a valorizzare i dati marginali e reconditi della realtà quanto a perdersi quelli più evidenti: «Io avevo quasi la facoltà di vedere di fianco, e di vedere meglio di fianco che dritto; anzi quello che guardavo non lo vedevo bene, ma di fianco intuivo tutti i movimenti nascosti» (p. 63). Una dichiarazione di intenti che ben riassume la visione del reale rappresentato da Cavazzoni, dove gli scarti trionfano sulle grandi architetture. 

Proprio quando l’indagine sui pozzi sembra essersi esaurita da sé, fa la sua comparsa il prefetto Gonnella, personaggio che nella logica del libro serve a dare una seconda spintarella al dominio avventuroso di Savini, il quale viene nominato a sua volta «intendente della prefettura». Gonnella è fondamentalmente un individuo paranoide autonominatosi prefetto «facente funzione», uno che vede intrighi e cospirazioni in ogni angolo e che incoraggia Savini a girare nei territori della fantomatica prefettura in cerca di notizie sulle strambe popolazioni che la abitano. Una caratteristica che rende Gonnella il traino della seconda parte del romanzo è la sua personalissima favella storica, che consente a Cavazzoni di farcire la linea narrativa principale di brevi inserti su popoli e personaggi storici, rivisitati in un’inedita chiave comica. 

 

A queste trovate si aggiungono le frequenti e spassose parentesi etnografiche, che altro non sono che i resoconti fatti da Savini al prefetto circa le sue ispezioni nella sconfinata prefettura. Queste popolazioni nascoste si presentano da un lato come secrezioni estemporanee di umori particolari, dall’altro come ulteriori e studiate esemplificazioni dei nuclei poetici portanti del libro. Le indagini del duo Savini-Gonnella proseguiranno fino a sciogliersi in un parapiglia finale, di quelli che nei cartoni animati vedono emergere ogni tanto una faccia o un arto da una grossa nuvola bianca che simboleggia la confusione dei corpi nella zuffa. La fumisteria finale del libro la lascio al lettore, suggerendo solamente che un percorso che sembra all’inizio sregolato e zigzagante potrebbe finire per somigliare ad un cerchio, diciamo alla bocca di un pozzo. 

 

Rileggendo oggi Il poema dei lunatici salta all’occhio come la lingua di Cavazzoni abbia subito vistose modificazioni nel corso degli anni: questo libro è l’esito della ricerca di una lingua che sia continua fonte di stupore e straniamento per il lettore, sia a livello sintattico che lessicale, una simulazione di semplicità orale ottenuta tramite un intenso lavorio stilistico. È giusto però sottolineare come anche nelle sue manifestazioni più atipiche e inusuali, l’impasto linguistico di Cavazzoni non abbia mai lavorato ‘contro’ il lettore, mantenendosi sempre fondamentalmente democratico negli intenti. Riprova ne è il fatto che Cavazzoni sembra aver aderito in modo progressivo e ormai stabile a un’idea di prosa più trasparente e normalizzata, anche amichevole se vogliamo, riuscendo sempre riconoscibile. Nei corsivi ad esempio il tono di chi parla è sommesso, privo di enfasi e senza pretese, come quello di uno che racconta seduto in una sala d’attesa o già morto in purgatorio, topos cavazzoniano per eccellenza.  Ma non bisogna lasciarsi ingannare: anche il fingersi postumo è un umore che Cavazzoni ottiene con una ricerca stilistica non meno accurata rispetto a quella degli inizi. 

 

In merito ai giudizi che nel tempo sono stati dati sul Poema dei lunatici, l’appunto manganelliano («eccesso di consapevolezza») confligge in maniera evidente e curiosa con molte letture che hanno visto nel libro un tentativo di ventriloquio del linguaggio della follia, effettuato però al di fuori di una riduzione razionalizzante di tale mentalità. Mi sembrano entrambe interpretazioni che contengono delle verità espresse in maniera un po’ veemente: la ricchezza stilistica e l’accuratezza di certi espedienti strutturali sono indizi difficilmente fraintendibili di una forte intenzione soggiacente al libro e di una notevole capacità di maneggiare gli arnesi della retorica, elementi che non sembrano frutto né di eccessiva consapevolezza, come sosteneva Manganelli, né tantomeno di qualsivoglia forma di folle invasamento. Certo Il poema dei lunatici non è un libro per tutti, perché la sua manifesta stramberia e il suo procedere volutamente divagante possono frustrare le attese dei lettori amanti dei romanzi dalle trame forti e fondati, come dice Celati, «su un fuoco di significati del mondo». Questo rischio è più forte oggi rispetto a trent’anni fa? Forse sì e sarebbe curioso vederlo esordire oggi questo libro, anche solo per osservare come uscirebbero dai processi di editing questa trama sconclusionata e questa lingua riottosa alla buona creanza letteraria, atipica e inaspettata. 

 

Chi invece fosse intenzionato ad avvicinare Cavazzoni per la prima volta, come chi lo avesse scoperto con opere successive, è invitato senza indugio a recuperare Il poema dei lunatici appena possibile. Dopo l’uccisione del chiaro di luna il Novecento, anche tardo, ne ha raccolto i cocci: penso a Lunaria di un maturo Vincenzo Consolo (Einaudi 1985) e a Io venía pien d’angoscia a rimirarti (Longanesi 1990) di un giovane Michele Mari. Anche questa stagione di scritture post-allunaggio, di cui il Poema fa parte, è ormai archiviata e sembra oggi lontanissima, salvo qualche tentativo isolato come il recente La Terra e il suo satellite dello scrittore ticinese Matteo Terzaghi (Quodlibet 2019). A rivederla oggi, la luna di Cavazzoni è malconcia e rappezzata, sta su a fatica, ma resiste ancora in cielo, emanando una sua luce. 

 

 

Su Ermanno Cavazzoni vedi anche i testi di Nunzia Palmieri, Sorie vere e verissime e di Mario Barenghi, Ermanno Cavazzoni, La galassia dei dementi.

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