Il Sud senza redenzione di Giuseppe Lupo

L’uscita di La Storia senza redenzione. Il racconto del Mezzogiorno lungo due secoli (Rubbettino editore, Soveria Mannelli, 2021) di Giuseppe Lupo, offre la possibilità di un avvincente viaggio nella letteratura del Meridione e di conseguenza nella storia italiana, tuttavia non si tratta di una semplice carrellata sulla letteratura meridionale. Lupo all’interno vi sviluppa una tesi forte, la quale a sua volta tende a fissare dei canoni, dunque siamo al cospetto di un libro coraggioso, nonché di un discorso che divide provocatoriamente il campo e sfida la tradizione. 

 

Per capire il punto di vista dello studioso conviene partire direttamente dalla sua chiosa finale: “raccontare non tanto e non solo la Storia, ma il sogno della Storia, che è utopia progettuale, costruzione dell’impensabile e dell’azzardo”, ecco cosa è mancato nella letteratura meridionale degli ultimi due secoli. Ha prevalso invece la linea antievolutiva di Verga su quella del Boccaccio napoletano o di Basile, su cui si innesta il Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi, ma soprattutto il levismo successivo, fino ai libri denuncia, da Sciascia a Saviano. 

Ha prevalso dunque, secondo l’autore, una linea spagnola, aragonese, della realtà, rispetto a quella angioina o arabo-normanna del fantastico. Insomma, la letteratura meridionale risentirebbe dell’attenzione eccessiva al Mezzogiorno contadino, finendo così per trascurare altre e più dinamiche realtà come quelle artigiane e borghesi, quelle urbane: “Troppo presto la letteratura del Novecento ci ha abituati a numerose dimenticanze (chiamiamole anche distrazioni), prima fra tutte il sogno di una repubblica illuminista che avrebbe riempito con un altro lessico il vocabolario della Storia, non soltanto a sud del fiume Garigliano”, ricorda l’autore pensando alla nobile e tragica storia dei rivoluzionari napoletani del ’99, narrata da Enzo Striano nel Resto di niente.

 

L’autore di Breve storia del mio silenzio definisce ancora la “denuncia” come approccio principale della letteratura meridionale alla stregua di un “sortilegio” che intrappola il Mezzogiorno a cavallo tra pre-moderno, moderno, e post-moderno, e lo relega in un limbo che alla lunga risulta arido e scevro dal visionario, che pure era un tratto, una via, e allignava nei Campanella meridionali.

Inoltre con gli scrittori del Sud siamo di fronte a una letteratura affascinata dalla lettura storica a posteriori, ovvero una linea che dal Verga dell’Unità, passa per il Lampedusa del boom economico e approda al Consolo degli anni di piombo. Sarà la Resistenza a unire in un rinnovato sguardo il sud e il nord del paese: si tratta di “un nuovo patto, fondato su coordinate che gli scrittori avrebbero sancito attraverso un ripensamento volto a identificare nel Risorgimento i segni dell’imperfezione, la dimensione dell’incompletezza, addirittura il sospetto del tradimento”, scrive Lupo. 

 

Arrivati poi alle porte del miracolo economico, ecco palesarsi altre insidie e dicotomie meridionali come, secondo il vocabolario dell’antropologo Vito Teti, il rinnovato rapporto tra partenza e restanza, tra pieni e vuoti, abbandono, sdoppiamento, migrazioni e gemmazioni nell’altrove. Ritorna qui il Sud come terra mobile e fragile, di dispersi, esuli, e irredenti, contrapposta alla retorica dell’immobilismo e della stasi. L’autore sottolinea giustamente come le migrazioni siano state raccontate più dal cinema e dalla sociologia che non dagli scrittori meridionali e come per la rappresentazione del Meridione si ripresenti “La minaccia di cadere nuovamente in questo sguardo retorico che ha tormentato il Novecento, mascherandosi nell’infida simpatia per il tanto vagheggiato “stato di natura””. È qui che Lupo risponde con una letteratura manzoniana meridionale, sottolineando la carica etica e la capacità di interrogare di opere e scrittori come Raffaele Crovi e Raffaele Nigro, per esempio.

Nuove possibilità appaiono all’orizzonte per il Sud con il fallimento delle ideologie del ‘900, da cui la possibilità di uno sguardo più ampio, che passi per il “pensiero meridiano” di Franco Cassano, per ridiscutere “in chiave mediterranea le molteplici identità presenti nella nozione di questione meridionale”.

 

Infatti, se il tentativo di Olivetti “di azzerare le distanze tra le due Italie, cioè cancellare la “linea gotica” che segnava la lontananza tra Milano e Roma”, è fallito; e se nemmeno la fabbrica ha potuto redimere fino in fondo gli italiani dalla Questione nazionale, Lupo intuisce che anche l’emigrazione ha subito interpretazioni univoche, sicché non dovrebbe essere derubricata a semplice sconfitta individuale o collettiva, ma interpretata anche come una forma di riscatto personale e compartecipazione nazionale.

Insomma, lo scrittore oppone la lezione del Vittorini del Politecnico al levismo, ne ritiene inascoltata la lezione sul tema dell’urbanesimo e dell’industria, proprio mentre gli intellettuali del tempo erano occupati a riflettere solo sul negativo della civiltà industriale. È così che la letteratura meridionale finisce per seguire “la realtà anziché anticiparla, rimodularla, prepararla”. 

 

 

Sono davvero tanti gli spunti interpretativi su cui riflettere in questa Storia senza redenzione e, trattandosi di un libro sui canoni letterari, un’obiezione al J’accuse dello scrittore lucano potrebbe riguardare l’uso della prospettiva geografica per stabilire un canone. Ovvero potremmo domandarci: dove comincia e dove finisce il Meridione? E non è meridione quello sardo di Dessì e Deledda, o quello di Cavani, della Viganò, o la Cerreto di Silvio D’Arzo? Non sono meridionali i russi di Primo Levi? 

Ma a quel punto torneremmo alla questione posta da Carlo Levi. Carlo Levi però è un ebreo torinese prestato alla Lucania, imbevuto di cultura europea, e la sua direttrice letteraria interseca perfettamente quella filosofica di Simone Weil, venendo entrambi dalla lezione parigina del filosofo Alain. 

Continuando su questa scia di interdipendenze, potremmo ricordare che il grande affresco siciliano del Gattopardo, inseguito e pubblicato da Giorgio Bassani con Feltrinelli su segnalazione di Elena Croce, sarà principale ispiratore del Giardino dei Finzi-Contini, letteralmente contaminato dal romanzo del Lampedusa. Dunque le direttrici Torino-Parigi-Aliano, e Palermo-Roma-Ferrara, indicano una Repubblica delle lettere che va ben oltre il Garigliano e la Linea gotica o l’elemento geografico. 

Beninteso, anche sul piano aragonese-angioino, i conti non sempre tornerebbero.

 

Se c’è un autore visionario e metaforico è proprio il partenopeo Giuseppe Montesano che in Di questa vita menzognera, con l’invenzione di Eternapoli, porta alle estreme conseguenze le sue migliori intuizioni letterarie di Nel corpo di Napoli, e lo fa con la consueta ironia disarmante, frutto di un talento autentico. 

E in ultimo, incredibilmente sospeso e allegorico è Il tempo materiale del palermitano Giorgio Vasta, che traspone l’episodio del rapimento di Aldo Moro in una vicenda solo apparentemente fanciullesca, dagli esiti analoghi alla pagina più nera della Repubblica italiana, a cui va aggiunta una lingua che scava intorno a sé come poche altre.

Per quanto riguarda la rappresentazione dell’emigrazione, invece, sebbene oltre che fenomeno drammatico sia stato volano di riscatto, di sviluppo personale e collettivo, andrebbe storicamente ammesso che un fenomeno così profondo, continuo e pervasivo, così unidirezionale nella storia di un paese, al di là delle innegabili fecondità, finisce col tradire i dettami costituzionali per incrinare pesantemente il concetto di patria comune.

 

Beninteso, se i canoni sono sempre divisivi, proseguire su questa china non renderebbe di certo il valore che possiede La Storia senza redenzione, la cui solidità è dimostrata dal fatto che, pur sfidandoli, l’autore attraversa con un’invidiabile ricchezza di riferimenti gli autori più importanti della letteratura meridionale e tanti altri autori cosiddetti minori. Lupo sfida il canone e, se vogliamo, consapevolmente lo pungola per condurlo su un terreno inedito. Per cui il merito è anche in questo spostare l’asticella senza esimersi dall’affrontare Verga, Alvaro, dal corpo a corpo con Carlo Levi e Lampedusa, Sciascia, senza perdere di vista i contributi da nord di Mastronardi e Visconti, o dell’irpino-romano Scola. Non sfugge poi l’importanza del Donnarumma all’assalto di Ottieri, che pure meridionale non è, o l’esperimento di Olivetti a Matera. 

 

Non ultimo merito, questo libro costituisce un prezioso portolano per proseguire sulla strada aperta e battuta dalle ragioni di Lupo, le quali sono suggestive sul piano letterario, ma soprattutto dense sul piano storico, politico e sociale, perché restituiscono la centralità della Questione meridionale quale madre di tutte le questioni italiane. Essa è nella Storia senza redenzione lo snodo principale da cui si dipanano le ferite del Risorgimento, la saldatura della Resistenza, il trauma dello spopolamento e dell’urbanesimo nel boom economico, fino all’eversione criminale di Gomorra, e fino alle spinte secessioniste a cavallo di Tangentopoli. 

Tutto, inesorabilmente, sembra dire Lupo, ritorna al cuore dello squilibrio italiano, alla necessità di riabitare l’Italia ponendo rimedio agli errori commessi in passato. Rispetto a questa consapevolezza lo studioso allarga lo sguardo agli Appennini, alle isole, aggiungendo nuovi elementi al discorso odierno sull’Italia.

In definitiva, La Storia senza redenzione ricorda che, in un paese frammentato e disomogeneo come il nostro, bisogna rifuggire dalle rappresentazioni univoche, auto-assolutorie o alla moda, e inseguire la molteplicità italiana con ogni mezzo, senza mai rinunciare all’utopia, a quel luogo non realizzato ma non irrealizzabile dove alberga la mai del tutto conquistata redenzione italiana.

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