Invito

Pubblichiamo l'ultima delle quattro poesie di Robin Morgan. Qui il saggio introduttivo di Maria Nadotti, qui la prima delle poesie da lei scelte, qui la seconda e qui la terza.

 

Quando è di te che piangi –

non è, vedi, pietà, è lutto –

non per i tempi andati o i treni che hai mancato.

C’è una ragione sola: hai smarrito la quiete

e te ne accorgi. Be’, non mentre dormi, tu sei tranquilla

mentre dormi. Ma appunto, nel sonno, non sei tu

a rispecchiare la pace, immobile di un lago.

Ora, da sveglia, costante le tue superfici increspa il vento.

 

È un poco faticoso, però è meglio

che tu ci faccia l’abitudine:

questi minimi spasmi che ti scuotono

sono soltanto assaggi,

brusio di quanto sta per arrivare.

Non puoi – non lo puoi più –

essere pace fuori come sei pace

adesso, nel profondo. Meglio così

 

che alla rovescia. Guarda, sei in sincronia:

tu, l’universo, e metabolica

la vita intera, moto incessante

onde, semenza, uova che si spaccano

galassie in movimento

in collisione, soli che periscono ardendo,

cellule che si separano, chi mai ha bisogno di quiete?

La quiete è morte.

 

No. Nemmeno la morte può starsene tranquilla. La morte brulica

di attività, batteri vivi, putrefacenti.

Il compost si contorce catabolico, caldo, indaffarato.

Da quando il big bang si destò in un sussulto

al vibrare di ogni corda, la quiete non si trova.

Chi sei allora tu, per piangerti? Whitman osò cantare

il corpo elettrico. Questa è la tua occasione.

Fa’ di meglio, mia cara. Danza.

 

Traduzione dall’inglese di Cristina Alziati e Maria Nadotti.

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Robin Morgan, New York City, 1945

03 Novembre 2016