Robin Morgan. La traiettoria delle foglie

Pubblichiamo a partire da oggi e per quattro settimane un ritratto e una scelta di poesie inedite dell'autrice statunitense Robin Morgan a cura di Maria Nadotti.

 

Raggruppati

il pino, il prugno

e il bambù sono noti

come i “tre amici dell’inverno”.

Il pino resta verde

tutto l’anno

i fiori del prugno

appaiono a inverno inoltrato,

molto prima che il rigore della stagione sia finito,

e il bambù si piega

ma di rado si spezza.

Uniti, essi rappresentano

l’essere superiore, colui che resiste

quando tutti gli altri si sono arresi

ai tempi difficili.

 

Scelgo di introdurre queste poesie, parte di una raccolta intitolata Dark Matter, tracciando un breve ritratto di Robin Morgan, così come l’ho conosciuta nel corso di oltre vent’anni di amicizia politica e intellettuale, di collaborazione affettuosa, di fiducia e lealtà reciproche. E ringrazio da subito l’autrice per averci concesso di pubblicare questo primo corpus di poesie ancora inedite anche negli Stati Uniti, dandoci il piacere di farle profondamente nostre attraverso l’atto di traduzione.

Come vedrà chi legge, questi testi miracolosamente lievi e tumultuosamente vitali, nascono da un’esperienza personale di solito associata al silenzio e a un’inevitabile – e all’apparenza naturale – cancellazione sociale: un Parkinson diagnosticato da qualche anno, l’età che avanza, l’inarrestabile declino del corpo.

 

Dark Matter. La materia oscura. Una zona del nostro cervello abitata da cellule neuronali assetate di ossigeno che comandano i muscoli e le percezioni sensoriali, visione, udito, memoria, emozioni, eloquio. Sono loro le prime a ‘cedere’ al processo degenerativo della malattia, loro a ‘morire’ anzitempo, consegnando chi ne soffre a un presente smemorato e immobile.

Robin Morgan tuttavia è una combattente e un’apripista, una che nella vita non ha mai percorso i sentieri battuti, i tracciati che altri avevano predisposto per lei. Figlia senza padre, all’oscuro della propria origine e ingannata perfino sul proprio anno di nascita, ben presto diventa una bambina prodigio della radiotelevisione e del cinema nordamericani. Nel 1946, a cinque anni, conduce un programma tutto suo intitolato “Little Robin Morgan”, che va in onda sulla stazione radio newyorkese WOR, e nel 1949 diventa co-protagonista della serie televisiva Mama, trasmessa dalla rete televisiva CBS. Pur senza rendersene conto svolge dunque, fin da allora, il ruolo di capofamiglia mantenendo sé e la madre con il proprio lavoro.

 

A distanza di sessant’anni esatti sarà lei stessa a raccontarne nel volume autobiografico Saturday’s Child: A Memoir. E lo farà con lo humour asciutto e implacabile che la caratterizza, guardandosi bene da ogni forma di patetismo o di rivendicazionismo postumo. E del resto, da quel ruolo e da quel mestiere che sa fare con grazia e un carisma che più tardi metterà a frutto in altri campi, si sfilerà con determinazione inflessibile negli anni dell’adolescenza. La sua vocazione è la scrittura, in particolare la scrittura poetica. Recitare è un interpretare le parole altrui, mentre dentro di lei premono parole sue, che ancora non sono state dette, non nel modo in cui le vuole dire lei.

 

Tra lei e la madre sarà un corpo a corpo durissimo, una vera lotta per la sopravvivenza. Robin mette in campo l’autenticità del proprio desiderio e una tenacia formidabile, se si pensa che siamo in pieni anni cinquanta. Per un decennio buono, in funzione delle necessità belliche, discorso politico, cinema hollywoodiano, mezzi di informazione e pubblicità hanno bombardato il pianeta con immagini di donne emancipate, autosufficienti, capaci di svolgere con competenza e durezza qualsiasi lavoro “da uomo” e di assumersi senza traumi il ruolo di capifamiglia. E adesso si chiede alle donne di tornare a chiudersi nello spazio domestico e di riconoscersi nelle tante mogli e casalinghe bionde, sciocche e felici con cui, a guerra conclusa, la macchina hollywoodiana sta re-irreggimentando fantasie, sogni, aspirazioni, desideri della donna americana (e occidentale) media.

 

Che la guerra, deve essersi domandata Morgan in quegli anni, promuova le “femmine” a soggetti pensanti e indipendenti? E se così è, se la loro maturazione è indotta dall’esterno, da una necessità economico-sociale invece che da una presa di coscienza individuale, come fare a non farla regredire al punto di partenza non appena le acque dell’urgenza politica si siano calmate? Basti pensare alle lettere, ai diari, alle poesie di autrici come Sylvia Plath o Anne Sexton, al silenzio doloroso oppure al feroce parlare tra sé e sé di chi vede con lucidità, ma non ha proprie simili a cui dire, con cui confrontarsi sfuggendo al vortice della solitudine, della paura, della follia.

 

Morgan, che appartiene alla generazione successiva alla loro, approda ufficialmente alla poesia nel 1959, sul crinale degli anni sessanta, in quella cerniera politica che coincide con il risveglio femminista, i movimenti per i diritti civili, l’opposizione alla guerra del Vietnam. Di tutti questi fronti di lotta è protagonista spericolata e generosa, capace di servirsi delle tecniche apprese sulla scena per convincere, mobilitare, appassionare. In lei teoria e pratica, pensiero e azione, non sono scissi: nascono l’uno dall’altro verificandosi e modificandosi a vicenda. È questa attitudine a non separare il discorso politico dall’esperienza personale, a non mortificare il presente in nome di un salvifico bene a venire, a viverlo pienamente “pur nella sua imperfezione, perché è l’unico tempo che abbiamo”, che la porterà a individuare nel femminismo il proprio terreno privilegiato.

 

Molta della sua produzione successiva è legata a questo mutamento di paradigma, a questa rivolta interpretativa che le permette di stare nel mondo e nelle relazioni guardando da una prospettiva eccentrica, sforzandosi di trovare le parole non per recriminare, accusare, attaccare, vincere, ma per dire – e far sì che altre donne dicano – con altre parole quel che c’è da dire. Nascono da lì sia i suoi saggi teorici – penso in particolare a Going Too Far (Random House and Vintage Paperbacks, New York 1977), The Anatomy of Freedom (W.W. Norton & Company, New York, 1982, 1994), The Word of a Woman (W.W. Norton & Company, New York 1992), Fighting Words: A Toolkit for Combating the Religious Right (Nation Books, New York 2006) – sia le tre antologie di scritti femministi da lei curate tra il 1970 e il 2003 (Sisterhood Is Powerful, Sisterhood Is Global e Sisterhood Is Forever).

 

Robin Morgan © Michelle Frankfurter_2013

 

La poesia resta tuttavia la sua passione, la forma di scrittura cui attribuisce la maggiore intensità politica. Nemica della lingua di legno tanto cara al potere, che omologa, confonde, riduce al silenzio, anche nei contesti più dichiaratamente politici sceglie di affidarsi alle metafore, alle ‘idee emozionate’ della poesia, piuttosto che alla geometria fredda dei linguaggi ‘specialistici’, mutuati spesso anche dalle donne [si vedano, in particolare, Monster, Random House and Vintage, New York 1972; e A Women’s Creed, scritto durante il Women’s Global Strategies Meeting (29 novembre-2 dicembre 1994) e presentato alla Conferenza mondiale di Pechino (agosto-settembre 1995)].

 

Oggi, dalla sua postazione newyorkese, un minuscolo appartamento con giardino nel Greenwich Village, Robin coltiva l’arte lenta del giardinaggio, terreno di coltura di molte delle sue straordinarie figurazioni poetiche, e – come a chiudere un cerchio – dal 2012, ogni sabato mattina, conduce un programma radiofonico di un’ora sulla CBS. Titolo: “Women’s Media Center Live with Robin Morgan”. Tutti i temi politici, culturali, economici, religiosi cari alle donne (e agli uomini) che non hanno mai abbandonato il punto di vista e la coscienza maturati con il femminismo. “L’unico ismo”, come afferma Robin, “che non contempli pentitismi. Si può cambiare collocazione, attività, tipo di impegno, si può anche decidere di ritirarsi da ogni forma di impegno, ma una volta che si sia sviluppata una coscienza femminista è impossibile tornare sulle proprie posizioni. Da qualsiasi scuola di pensiero si può, con estrema facilità, migrare ad un’altra, magari opposta, scuola di pensiero. Ma ancora non mi è capitato di trovare una sola donna che, capite certe cose, abbia fatto marcia indietro e sia diventata una ex del femminismo”.

Le poesie che vi proponiamo sono una luminosa dimostrazione di questo percorso di libertà e di invenzione di sé e del proprio essere nel mondo. Alla scrittura di Dark Matter Robin Morgan ha, non a caso, affiancato negli ultimi anni la stesura di un testo narrativo che non esito a definire sapienziale. Si intitola Tell Me a Story Before I Sleep. Vi si racconta di chi, lavorando (con) le parole, tesse racconti non per incantare il re, ma per sedurlo alla vita, per sottrarre entrambi alla morte.

 

Poeta, romanziera, saggista, teorica e attivista politica, Robin Morgan vive e lavora a New York City. Figura di punta del femminismo radicale nordamericano e del movimento internazionale delle donne, è autrice di oltre venti volumi di poesia, narrativa e saggistica. Dal 1989 al 1994 ha diretto la rivista “Ms. Magazine”. Fondatrice nel 1984 – insieme a Simone de Beauvoir e a donne di ottanta paesi del mondo – del “Sister Is Global Institute”, nel 2005, insieme a Gloria Steinem e a Jane Fonda, ha fondato il Women’s Media Center. Tra i suoi testi pubblicati in Italia ricordiamo Cassandra non abita più qui, Maria Nadotti (a cura di), La Tartaruga edizioni, 1996; e Il demone amante: sessualità del terrorismo, trad. it. di Maria Nadotti, La Tartaruga edizioni, 1998 (ripubblicato nel 2003 con il titolo Sessualità, violenza e terrorismo. Dalla Palestina all’Irlanda del Nord).Vari suoi scritti sono apparsi sul mensile “Lo Straniero” (n. 18, nov. 2001; n. 35, mag. 2003; n. 80, feb. 2007; n. 88, ott. 2007; n. 142, apr. 2012).

 

 

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