Jazzi, il concorso, i vincitori e poi

 

Ci sono linee dell’orizzonte che potremmo riconoscere senza difficoltà, scorci che ci sono sempre appartenuti, che sono dotati di una caratteristica fondamentale dell’abitare: la familiarità. Familiare è quello spazio – pubblico o privato – che attraversiamo senza che sia più necessario prestarvi attenzione. Questo è ciò che rende qualunque dimensione spaziale (antropica o naturale) casa

Eppure, non è detto che quegli spazi che instaurano direttamente con noi rapporti ‘confidenziali’ non riservino possibili scoperte, sorprese, nuovi sentieri da percorrere, o sguardi che si alzano dal livello conosciuto verso cieli, rami, fronde, stelle. La natura è casa. La natura è casa, tuttavia, nella misura in cui è riconoscibile la “presenza”. Ernesto de Martino definisce la presenza come la capacità di conservare nella coscienza le memorie e le esperienze necessarie per reagire adeguatamente alle situazioni storiche, attraverso una partecipazione attiva che connette il passato, i vissuti, la memoria e l’azione. La crisi della presenza determina lo spaesamento, che può essere attenuato attraverso la ripresa e il riconoscimento dei percorsi del passato nell’esperienza presente. 

 

Lo spaesamento è uno dei caratteri principali delle nuove forme di fruizione del paesaggio italiano. Trenini senza rotaie attraversano le città d’arte e i piccoli borghi, offrendo traiettorie precostituite di sguardo e consumo. Le montagne, i fiumi, i laghi e, soprattutto, gli orizzonti marittimi sono spesso bidimensionali nel racconto e nella frequentazione: sfondi passivi di esperienze fuori dal tempo e dalla storia. 

Le immagini degli jazzi sono, invece, volutamente, un paesaggio tutto da scrivere e da ascoltare. Non c’è la bellezza sfacciata delle coste cilentane, non la vertigine dell’altura. Ma la presenza sì, forte, che riecheggia ad ogni passo, che affonda le sue radici e le intreccia con gli ulivi millenari. E il mare che arriva, che si respira, e che spunta quando meno te l’aspetti mentre si risale il monte Bulgheria. 

La sfida dell’associazione Jazzi sta in questo: attivare risorse e studiare il presente, ricercando nuove forme di produzione e innovazione negli spazi interstiziali del territorio, quelle crepe periferiche che, secondo Ugo La Pietra, sono i veri spazi del fermento e della creazione. 

Il concorso di idee Jazzi chiedeva questo, ovvero di mettere l’immaginazione su quei panorami appena tratteggiati, e proporre suggestioni che conciliassero passato e futuro, offrendo visioni del contemporaneo. 

 

Le tracce tematiche erano tre: i percorsi lenti, abitare la notte, rigenerare gli jazzi. La lentezza dei cammini è la cifra del tipo di fruizione cercata: un turismo paziente, in cui lo spazio circostante possa prevalere sulle soggettività. La notte viene intesa come spazio vitale, parte fondamentale del percorso: sia perché sostare permette di arrivare più lontano, sia perché la notte è bellezza, e valorizzarla risulta quasi un dovere. Infine, rigenerare gli jazzi: raccogliere l’eredità architettonica di un territorio per conciliare le frequentazioni passate con le attuali in armonia, il nostro modo di evitare lo spaesamento.  

Sono stati inviati 160 progetti, in prevalenza da artisti, architetti, creativi e innovatori, che hanno interpretato con grande libertà i tre temi oggetto del concorso. Non solo i progetti si sono caratterizzati per forte originalità e visione, ma sono giunti da luoghi e traiettorie diversissime. Jazzi è arrivato lontano, sia in termini di spazio, che in termini di irraggiungibilità. Sono stati inviati progetti da quattro continenti, ma come speravamo moltissimi anche dal nostro Sud, protagonista indiscusso del percorso Jazzi. Quando un’idea riesce ad arrivare così distante, ma al contempo interessare la prossimità, da una parte significa che le intuizioni sono state corrette, che c’è una potenzialità inespressa che potrebbe attivarsi. Dall’altra che ora la responsabilità di decisione, attivazione e produzione culturale sul territorio non è più solo un’opzione, ma è doverosa rispetto a chi in questo percorso ha creduto e vi ha investito energie.

 

Le visioni che si andavano cercando sono state regalate dai partecipanti. Perché le almeno 160 paia di occhi che hanno riflettuto su quelle mappe e quelle immagini vedono, fantasticano e sentono quello che gli organizzatori potevano solo intuire. Il patrimonio immateriale del concorso è pieno di traiettorie da esplorare e di percorsi di recupero e tematici da sviluppare, ragionare, trasformare in pratiche. 

 

Dei 160 progetti inviati, l’associazione ha individuato 15 proposte che maggiormente hanno rispecchiato le molte richieste previste dal bando. 

La giuria internazionale, composta da Mario Cucinella, Franco Farinelli, Joseph Grima, Ugo La Pietra, Chris Torch, si è riunita, ha discusso e valutato i progetti, portando contributi e visioni  personali. 

 

Il primo classificato, che si aggiudica il premio di 15000 euro, è Muricinari di Andreco + De Gayardon Bureau + Paride Piccinini.

Andreco unisce una formazione scientifica, dottorato in Ingegneria Ambientale, collaborazioni con Università di Bologna e Columbia University di NYC sulla gestione sostenibile delle risorse in diverse condizioni climatiche, con un percorso artistico che investiga i rapporti tra spazio urbano e paesaggio naturale. De Gayardon Bureau interpreta il progetto come opera aperta e collettiva: un processo di continua esportazione, contaminazione e intensificazione che vede nello spazio pubblico il principale luogo di ricerca. Paride Piccinini è laureato in Ingegneria Edile - Architettura del Paesaggio e titolare di un Master in Interior Design presso NABA di Milano. Dal 2009 Andreco, de Gayardon Bureau e Paride Piccinini collaborano a progetti e concorsi di architettura e paesaggio. 

Secondo la giuria, “L’idea proposta utilizza una pratica di uso quotidiano la costruzione dei muretti a secco per operare un recupero della memoria e delle tradizioni cilentane che può attivare la comunità con un intervento dal forte impatto visivo.

L’utilizzo della pietra locale non solo è sostenibile, ma si rivela uno strumento di rigenerazione delle peculiarità territoriali, celebrando la pratica antica dei terrazzamenti che si fonda sul sapere artigiano e diviene memoria quando coniuga il patrimonio culturale immateriale con quello materiale. Muricinari è un’idea vincente per la sua semplicità e concretezza, che interpreta in modo epico e intuitivo gli obiettivi del bando.”

Muricinari è la presenza, che riassume valori semantici nella costruzione di nuove traiettorie e di nuovi muricini. È lo sguardo del contemporaneo che si impossessa del passato e della memoria rendendola attualità. 

 

Il secondo classificato con un premio di 10000 euro è il progetto Reboot Feelings, prodotto dal gruppo COBET

Il gruppo COBET è nato nel 2014 da un gruppo di ex studenti del Moscow Architectural Institute. Il giovane collettivo ha realizzato cinque progetti e preso parte a svariate gare di architettura. Il gruppo è composto da: Ilya Ternovenko (team leader), Alexander Alyaev, Elena Borisova e Marina Skorikova

La motivazione per questo secondo posto recita: “È un percorso sensoriale che offre a ciascuno dei cinque sensi un’occasione di incontro con la natura e l’ambiente.

Una azione poetica di valorizzazione dei segni del territorio che si trasformano in opere d’arte delicate e sostenibili, un ponte teso tra la dimensione ambientale e quella artistica, che genera armonia ed equilibrio tra i due elementi.

La forza delle suggestioni visive racconta la centralità dell’individuo e del corpo che abita il paesaggio con tutte le sue possibilità percettive.”

Reboot feelings propone innesti di esperienze sensoriali e artistiche nel paesaggio, tese a esaltarlo. Natura e cultura, riprendendo l’antico binomio, sono qui in equilibrio, seguendo la traiettorie dei cinque sensi. 

 

Il terzo classificato con il premio da 5000 euro è #Discotecajazzi topografia narrativa cilentana. 

L’autrice Luana Wojaczek Perilli è nata a Roma nel 1981 e vive e lavora tra Roma e Berlino. La sua ricerca indaga le relazioni tra la dimensione individuale e quella collettiva, tra natura e cultura a partire dal campo della memoria e delle narrazioni fino alla scienza, alla sociobiologia e agli effetti sociali. È professore all’Accademia di Belle Arti di Roma ed è stata docente presso Cornell University a Rome. Ha fondato e sviluppato lo spazio d’arte no profit 26cc a Roma.

I giurati così ne scrivono: “I sentieri generati dalle capacità narrative delle persone che li attraversano sono il focus della proposta. L’idea del recupero della tradizione orale attraverso un processo di co-creazione con la comunità si configura come una proposta di rigenerazione attiva dell’area cilentana fondata su una pratica antica come la transumanza. La scelta di dare vita a processi culturali convergenti, frutto della coesistenza tra generi e modalità espressive differenti, rappresenta un modello inedito di intervento territoriale”.

#Discotecajazzi materializza la memoria e il racconto orale, rendendolo presenza attiva, paesaggio narrativo e condivisione collettiva dei passati e del presente. 

 

Questo è solo l’inizio. Quegli sguardi, quei tratteggi sul paesaggio del monte Bulgheria devono ora essere condivisi con il tessuto locale e adattati. L’intento è valorizzare quel patrimonio di visioni e sceglierle, coniugarle, assemblarle in una nuova fase, più operativa, di riflessione fattuale sul paesaggio. In breve, è giunto il momento di passare dalla natura immaginata alla natura abitata.

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