La crisi dell'autorità culturale

Se andate a una cena di farmacisti, vi sembrerà che le farmacie siano il problema dell’umanità. Ed è naturale: la lingua batte dove il dente duole. Analogamente se parlate con una femminista, tutti i problemi dell’umanità sembrano quelli delle donne. Perché, se lo si guarda attraverso delle lenti verdi, il mondo apparirà inevitabilmente verde. Anzi, in questo caso, rosa. Non che le donne – e i maschietti di conseguenza – di problemi non ne abbiano, ma vivaddio ci sono anche tante altre cose tra la terra e il cielo. 

Recensendo il mio libro Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? La crisi dell’autorità culturale (Cortina), Francesca Serra mi rimprovera di non avere preso in considerazione le – come si dice? – «intellettualesse», insomma le intellettuali donne. Mi sono detto: ci risiamo con le questioni terminologiche. Il mio peccato sarebbe di essermi occupato solo degli intellettuali maschi. Faccio rispettosamente notare che ho parlato degli intellettuali usando il maschile come lo si userebbe dicendo homo sapiens. Che ci sia bisogno anche qui di qualche integrazione politically correct fa cascare le braccia? Non pensavo a uomini o donne in particolare, ma a una funzione, a un ruolo sociale. È vero che in prevalenza chi lo esercitava aveva la desinenza in O, ma almeno di questo, spero, non mi si vorrà attribuire la colpa. 

 

Pur avendo proposto nel mio libro un ampio excursus sulla figura dell’uomo di cultura e più specificamente sul privilegio culturale attraverso i secoli, non era mia intenzione fare un’enciclopedia degli intellettuali. E tanto meno ho affrontato il tema delle minoranze intellettuali o dei soprusi perpetrati dalle maggioranze ai danni dei gruppi minoritari. Se avessi scritto un libro su questo argomento, sicuramente le donne avrebbero occupato un capitolo molto importante nella storia degli intellettuali discriminati, ignorati, messi in margini. 

 

Si dà però il caso che il mio libro affronti un tema diverso: la delegittimazione dell’autorità culturale, indipendentemente dalle gonne e dai pantaloni. E neppure in senso stretto la crisi dell’intellettuale o dell’uomo di cultura, bensì del credito sociale della cultura e della scienza. È forse il caso di precisare che non ho parlato delle donne per una qualche forma di falsa coscienza, per un presunto maschilismo o perché ho la coda di paglia. Dunque stiamo sereni: nessuna rimozione, nessun complotto, nessun disegno discriminatorio. Semplicemente ho deciso di scrivere un libro su un argomento diverso. E di questo credo bisognerebbe tenere conto. L’impressione che mi dà la lettura del testo di Francesca Serra, che ovviamente ringrazio per le attenzioni che mi ha dedicato, è di avere un po’ mancato il bersaglio. Beninteso è giusto che il recensore segnali quello che manca in un libro. Ma occorre farlo avendo ben chiaro qual è l’argomento che il libro affronta, non rimproverando a un libro di non essere un altro libro.

Credo che, sia pure involontariamente, Serra abbia fornito un avallo alla mia tesi secondo cui, insistendo sulle questioni legate al politically correct, si finiscono per eludere i problemi concreti che si dovrebbero affrontare. Si presta attenzione alla cornice invece che al quadro. E di là dal mio caso, questa elusione è stata pagata a caro prezzo dalla sinistra, che, così facendo, ha lasciato libero lo spazio alle forze populiste, entrate a gamba tesa con le loro interpretazioni demagogiche.

 

Mi vengono in mente i poeti italiani del Cinquecento, che inseguivano il nitore e la purezza della lingua toscana, mentre gli eserciti stranieri scorrazzavano per la penisola, uccidendo e saccheggiando. Ma quei «barbari» erano l’espressione dei moderni Stati nazionali, mentre noi, a forza di Vocabolario della Crusca e di culto della forma, avremmo dovuto sospirare l’Unità ancora per tre secoli.

Veniamo a questioni più sostanziose. Mi pare che nel discorso di Serra ci sia una certa confusione tra intellettuali e uomini di cultura. L’intellettuale è una figura moderna, che nasce nella seconda metà dell’Ottocento ai tempi dell’affaire Dreyfus.

 

 

Da allora è diventato sinonimo dell’uomo di cultura ed è in tal senso che l’editore ha usato il termine nel titolo del libro. Ma uno dei punti che mi sembrano rilevanti nel mio discorso è che io vado oltre il tormentone novecentesco degli intellettuali e affronto il rapporto tra i colti e chi non lo è, risalendo all’Antichità. Questo mi serve per far capire che il conflitto non è nato ieri, che talune gerarchie privilegianti l’eccellenza, l’elezione, la qualità, rispetto a ciò che vi si contrappone, sia esso la quantità o l’ugualitarismo, hanno una lunga storia. Per chi come me difenda il valore della tradizione, insistere sul fatto che il problema non sia nato con lo slogan «uno vale uno», mi sembra già mettere un punto fisso. Pratico l’alpinismo da cinquant’anni, ma gli abissi che mi attirano, lo confesso, sono altri che non quelli della sparizione degli intellettuali, che, poveretti, se non proprio spariti, non se la cavano troppo bene. 

 

Nella formulazione di Francesca Serra l’intellettuale sembra invece uno snob, nemico della massificazione, preoccupato solo di difendere il proprio privilegio. Speriamo che le cose non stiano proprio così. Altrimenti faremmo un bel fascio di tanta gente illustre che ha smascherato l’inganno della modernità capitalistica, avviandola a una raccolta neppure differenziata. 

Serra mi rimprovera anche di non definire prioritariamente cosa intenda per autorità e per cultura, come ogni tanto facciamo noi docenti universitari, tirando le orecchie a qualche laureando un po’ troppo disinvolto e sbrigativo. Peraltro a pag. 33 richiamo alla necessità di distinguere tra tre diverse accezioni di autorità: auctoritas, potestas e imperium.

 

Mentre cosa intenda per cultura dovrebbe risultare chiaro dal reiterato richiamo alla sua irrinunciabilità sociale che percorre tutto il libro. Vorrei infine ricordare che il mio è un saggio rivolto a un pubblico colto, nel quale queste scolastiche puntualizzazioni sarebbero superflue. Anche perché avrei rischiato di scrivere altri due libri e si sa che di libri ne basta uno alla volta.

Un’altra accusa è di non avere messo sulla graticola l’intellettuale moderno. Mi permetto di rinviare a un intero capitolo, il settimo, intitolato Il tradimento dei tecnocrati, in cui, contro le facili assoluzioni di chi depreca la barbarie della gente, ho parole durissime per le più inquietanti e attuali incarnazioni dell’intellettuale. Che non è la figura un po’ maledetta, un po’ dannunziana, un po’ sacerdotale, un po’ anima bella, che abbiamo conosciuto nel Novecento, ma è il ben più torvo, affilato tecnocrate, longa manus delle politiche neoliberiste.

 

Qui sta il centro del libro: non sono le donne, gli scrittori, il politically correct, il gender. Il problema è il capitalismo neoliberista, che, a cominciare da Bruxelles, ha puntato più sull’euro, sulla finanza, sulle banche, che sulla gente e sulle sue difficoltà a tirare la fine del mese. Dopo l’ennesima trahison, la gente non si fida più. Il libro parla di questo: riconosce responsabilità, denuncia latitanze, descrive strumentalizzazioni, invita alla responsabilità. La fiducia della gente verso l’élite può ricostituirsi solo attraverso la stipula di un nuovo patto sociale ispirato alla giustizia. Sono questi i problemi che mi appassionano e che mi hanno spinto a scrivere un saggio come Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? La crisi dell’autorità culturale. Le attese estetizzanti del diluvio mi attraggono meno della lotta delle idee. E io non ho neppure l’ombrello.

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